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Minerali critici, sicurezza, geoeconomia. L’Italia prepara il vertice sull’Africa (pensando anche a Usa e Cina)

L’Italia sta riposizionando l’Africa al centro della sua politica estera ed economica, collegando sicurezza, risorse critiche e infrastrutture attraverso il Piano Mattei. Con l’intensificarsi della concorrenza globale, Roma sta testando se un approccio più politico alla geoeconomia può fornire una leva strategica al di là della retorica

A poco più di una settimana dal summit Italia-Africa convocato da Giorgia Meloni per il 13 febbraio ad Addis Abeba, il quadro che emerge è quello di una progressione politica più che di una sequenza di eventi. Roma sta provando a ricomporre, in chiave strategica, dossier che negli ultimi anni erano rimasti frammentati: sicurezza, accesso alle risorse, infrastrutture, competizione sistemica. L’Africa diventa così il punto di convergenza tra politica estera, sicurezza economica e posizionamento internazionale dell’Italia, dentro un contesto globale sempre più segnato dalla rivalità tra grandi potenze.

Il Piano Mattei resta l’architrave di questa impostazione. È un contenitore onnicomprensivo, una cornice politica entro cui far rientrare iniziative concrete su energia, filiere produttive, agricoltura, infrastrutture e formazione. L’obiettivo dichiarato è superare una relazione episodica con il continente africano e costruire una proiezione strutturale, capace di parlare sia ai partner africani sia agli alleati occidentali. In questo senso, il summit del 13 febbraio è pensato come un momento di verifica dello stato dell’arte, ma anche come un passaggio di legittimazione internazionale di una linea che Roma intende rendere duratura. Non casuale la concomitanza con il vertice dell’Unione Africana nello stesso luogo.

Dentro questa traiettoria si inseriscono vari elementi, tessere di un puzzle complesso, passaggi politicamente rilevante. Per esempio, la decisione degli Stati Uniti di dispiegare un piccolo team di ufficiali militari in Nigeria, è maturata dopo un incontro a Roma tra il comandante di U.S. Africa Command e il presidente nigeriano Bola Tinubu. Il passaggio romano segnala come l’Italia faccia da snodo politico credibile sul dossier africano, capace di facilitare convergenze tra Washington e capitali africane su dossier sensibili, dalla sicurezza alla stabilizzazione regionale.

In un Paese segnato dalla minaccia di Boko Haram e dello Stato Islamico dell’Africa Occidentale, e attraversato da tensioni diplomatiche con gli Stati Uniti sul tema della protezione delle minoranze religiose, la scelta americana assume un valore che va oltre il piano operativo. A confermare la centralità del ruolo italiano nel contesto securitario regionale è anche quanto avvenuto di recente in Niger, dove un attacco dello Stato Islamico contro l’aeroporto di Niamey e la Base 101 — sede della missione bilaterale italiana di supporto — ha messo in evidenza la persistenza della minaccia jihadista e la rilevanza della presenza italiana, rimasta l’unica occidentale nel Paese dopo il ritiro di Stati Uniti e Francia.

Un ulteriore livello, destinato a pesare sempre di più, riguarda i materiali critici. Negli ultimi anni la competizione sulle catene di approvvigionamento si è spostata dal piano industriale a quello politico. La Cina domina tanto l’estrazione di molte materie prime africane, quanto (soprattutto) la raffinazione e la lavorazione, controllando la parte più redditizia e strategica della filiera. È qui che Pechino ha costruito il suo vero vantaggio, integrando miniere, infrastrutture logistiche e finanziamenti statali in un sistema coerente, spesso legato alla Belt and Road Initiative. Ferrovie, porti e reti elettriche non sono neutre: servono a garantire tempi, costi e volumi funzionali alle esportazioni verso la Cina e i mercati globali.

Questo modello ha generato costi ambientali e sociali significativi e ha spinto diversi Paesi africani a reagire. Cresce il numero di governi che limitano l’export di minerali grezzi per favorire la lavorazione locale e tentare di risalire la catena del valore. È un passaggio ancora fragile, ma politicamente rilevante, perché segnala la volontà africana di non restare intrappolata nel ruolo di semplice fornitore di risorse. Uno sforzo che l’Italia sta cercando di intercettare all’interno del Piano Mattei, anche attraverso cooperazione nell’ambiente terzo con gli alleati.

Il tema è per altro entrato formalmente al centro dell’agenda internazionale con il Critical Minerals Ministerial ospitato a Washington, dove gli Stati Uniti hanno riunito, amici, alleati e partner per discutere di sicurezza delle supply chain, stabilità dei prezzi e strumenti di de-risking industriale. Il messaggio di fondo è chiaro: i minerali critici non sono più una questione tecnica, ma un pilastro della sicurezza nazionale e della politica industriale.

È in questo quadro che la presenza italiana assume un ulteriore significato specifico. Intervenendo a Washington, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha ricondotto il dossier dei minerali critici a una strategia politica globale, collegandolo esplicitamente al Piano Mattei e al ruolo dell’Africa. Il messaggio, rielaborato in chiave politica, è che l’accesso responsabile alle risorse, lo sviluppo infrastrutturale e la cooperazione con i partner africani non sono alternativi alla sicurezza economica occidentale, ma ne sono una componente essenziale.

La chiusura del cerchio passa direttamente dal Lobito Corridor, progetto paradigmatico della fase di internazionalizzazione del Piano Mattei avviata dall’Italia nel summit di Roma del giugno 2025. Il corridoio, sostenuto da partner europei, statunitensi e africani, incarna un approccio alternativo alla competizione sulle risorse: integra infrastrutture, accesso ai minerali critici e sicurezza economica condivisa, riducendo le dipendenze da filiere e rotte dominate dalla Cina. In questa logica, il Piano Mattei si configura sempre più come uno strumento geopolitico, capace di collegare Africa, filiere strategiche e posizionamento internazionale dell’Italia.

Secondo ambienti italiani coinvolti nell’organizzazione del vertice, il Piano Mattei sta entrando in una fase di progressiva proiezione internazionale. Non si tratta più soltanto di un’iniziativa ancorata al perimetro europeo: accanto al contributo del Global Gateway dell’Unione europea — lo strumento comunitario per gli investimenti infrastrutturali, che ha già destinato circa un miliardo di euro alle iniziative collegate al Piano — stanno emergendo forme di coinvolgimento più ampie, che includono partner extra-Ue. L’orizzonte si estende dal Golfo all’Asia centrale. In questo quadro, il dossier sarebbe stato al centro anche dei colloqui avuti dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni con i leader di Giappone e Corea del Sud durante le sue recenti missioni in Asia.

Avvicinandosi al summit del 13 febbraio, il messaggio che Roma prova a costruire è coerente: Africa, sicurezza e geoeconomia non sono capitoli separati, e si uniscono alle esigenze idriche, alimentari, agricole, sanitarie che vivono molti Paesi del continente. Il Piano Mattei, se sostenuto da progetti credibili e da una reale integrazione con le strategie di Stati Uniti ed Europa, può diventare uno strumento di posizionamento politico per l’Italia in una competizione globale che si gioca sempre più sulle filiere, sulle infrastrutture e sulla capacità di trasformare le risorse in potere strategico.


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