La scadenza del New Start, ultimo pilastro della cooperazione nucleare tra le grandi potenze, avviene secondo logiche nuove. “Prima quando un trattato di questo calibro si avvicinava alla scadenza, si avviava un processo diplomatico importante. Oggi, al contrario, c’è una sorta di apatia”. Intervista a Ludovica Castelli, ricercatrice nel programma “Multilateralismo e governance globale” dell’Istituto affari internazionali
La fine del New Start, giunto oggi alla sua scadenza ufficiale, segna un passaggio storico nella governance globale del nucleare. Per la prima volta dalla fine della Guerra fredda, Washington e Mosca si ritrovano senza un quadro vincolante che limiti e renda trasparenti i rispettivi arsenali strategici. Un vuoto che apre interrogativi politici, militari e simbolici non solo sul futuro della governance nucleare, ma anche sull’evolversi del sistema internazionale. Formiche.net si è rivolta a Ludovica Castelli, ricercatrice nel programma “Multilateralismo e governance globale” dell’Istituto affari internazionali, per approfondire la questione.
Una delle questioni dietro al “rinnovo” del New Start era l’impossibilità giuridica di rinnovare questo trattato. Non c’erano strade alternative?
In realtà sì. Il New Start non si può più prorogare formalmente, perché le clausole prevedevano una sola estensione di cinque anni che è stata fatta, anche abbastanza di fretta, nel 2021. Alla scadenza del rinnovo, le strade possibili erano due. La prima era la rinegoziazione di un nuovo accordo, che sarebbe stata una scelta complessa sia a livello procedurale che diplomatico, poiché esso sarebbe dovuto passare dal Congresso e dalla Duma, e perché l’eventuale nuovo accordo sarebbe dovuto essere discusso secondo logiche e termini differenti, alla luce degli sviluppi tecnologici degli ultimi decenni che hanno portato a domande nuove e a priorità diverse. La seconda strada, meno complessa, sarebbe stato un accordo informale tra poteri esecutivi, quindi de facto tra Putin e Trump, in cui si faceva scadere l’accordo formale ma si raggiungeva un’intesa comune sul rispetto dei limiti quantitativi previsti dallo stesso. Cosa che non pare sia avvenuta.
Eppure, sembra che delle aperture ci siano state. Negli ultimi giorni l’ex presidente russo Medvedev, che negli ultimi anni era salito alle cronache per i suoi atteggiamenti da falco, aveva sollevato la questione. E nei mesi precedenti, dalla Casa Bianca sembrava aver segnalato, almeno nelle parole, un interesse nel discutere il tema.
Come dici tu ci sono state delle aperture, anche prima di quelle da te menzionate. La prima apertura per quanto riguarda l’amministrazione Trump risale al primo mandato; ma in quell’occasione la proposta americana ha incontrato delle resistenze abbastanza forti da parte russa, che continuava a insistere sull’inserimento della difesa missilistica all’interno di un nuovo New Start, tema che però rappresentava ovviamente un grande no per gli Usa. Poi a settembre dello scorso anno Putin offre un’apertura molto blanda, che Trump avrebbe potuto cogliere se veramente interessato, cosa che però non è successa. Trump continua a volere questa “denuclearizzazione”, e a volere uno “stronger,better deal”, che non si è ben capito ancora cosa siano, ma che sono molto coerenti con la sua figura di leadership.
Mosca non perde una grande opportunità? Il New Start, d’altronde, era una sorta di simbolo della “superiorità” di Russia e Stati Uniti. E il Cremlino sembra tenere molto alla questione dello status…
Nei decenni passati, soprattutto nel periodo successivo alla dissoluzione dell’Urss, chiaramente uno dei motivi che spingeva Mosca a perseguire una cooperazione nello sviluppare un’architettura di sicurezza nucleare era il voler mantenere uno status di superpotenza, status che de facto era venuto meno. E questa dinamica che ancora pesa nel processo decisionale del Cremlino. Basti pensare a come Putin si sia espresso a livello favorevole su un nuovo accordo, aggiungendo che Mosca si comporterà in maniera responsabile nonostante la scadenza formale del New Start.
Si può pensare ad un nuovo trattato che coinvolga anche la Repubblica Popolare Cinese?
Molto difficile. Siamo ancora molto lontani dia numeri russi e statunitensi. Il numero di testate di cui parla il New Start sono quelle operative, non quelle totali, che sarebbero almeno il doppio sia nel caso statunitense che nel caso russo. Nel caso di Cina parliamo di 600 testate. La differenza è ancora abissale. E la Cina ha mantenuta la riguardo una posizione coerente: da quando gli Usa hanno iniziato a esercitare pressioni in questo senso sulla Repubblica Popolare, alla luce della crescita del suo arsenale nucleare, quest’ultima ha sempre rifiutato di avviare un negoziato poiché, numeri alla mano, sarebbe un negoziato che non avverrebbe in condizioni di parità ma secondo logiche asimmetriche, con Pechino ad essere la “parte debole”. Chissà, se Mosca e Washington ridurranno a parità con la Cina, forse la situazione potrebbe cambiare.
Che futuro vede per la cooperazione multilaterale nella dimensione nucleare?
Difficile dirlo. Retoricamente si dimostrano tutti favorevoli, ma c’è una mancanza del senso di urgenza che è un fattore totalmente nuovo rispetto al passato. Prima quando un trattato di questo calibro si avvicinava alla scadenza, si avviava un processo diplomatico importante. Oggi, al contrario, c’è una sorta di apatia. O addirittura un ripudio di questi principi. Negli Stati Uniti, ad esempio, l’establishment militare (da ben prima dell’arrivo al potere di Trump) si è fatto fautore di un approccio più “da falchi” riguardo alle capacità nucleari. Quindi le prospettive non sembrano essere delle più rosee. Vedremo.
















