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A quale geografia appartieni? Le linee invisibili che dividono il mondo

Di Luca Picotti

Dove è costituita questa società? Chi è il socio di controllo-proprietario? Dove è stata lavorata in modo sostanziale questa merce? Chi può prescrivere determinati comportamenti a quella società leader nella raffinazione? Dove sono localizzati i miei fornitori e a chi rispondono in ultima istanza? La proprietà intellettuale a chi fa capo? In sostanza, spiega l’avvocato Luca Picotti, research fellow Osservatorio Golden Power, in questa fase storica siamo costretti allo sforzo intellettuale di vivisezionare il mondo

Dal Critical Mineral Dominance Act statunitense alla proposta europea dell’Industrial Accelerator Act (IAA), passando per tutte le politiche tariffarie, i controlli sulle esportazioni di beni e tecnologie, le liste di soggetti sanzionati, non si può più leggere il mondo senza scomporlo nelle sue linee invisibili. Da qui, la necessità di ricondurre ogni movimento alla sua geografia giuridica di appartenenza, come nel mio piccolo ho voluto suggerire in Linee invisibili. Geografie del potere tra confini e mercati, Egea 2025, prefazione dell’amb. Giampiero Massolo.

La considerazione di partenza, tanto banale quanto determinante, è che il mondo è e rimane organizzato in Stati, confini e relative giurisdizioni. In questo senso, ogni fatto va scomposto nell’articolato mosaico di giurisdizioni riferibili ai singoli Stati, in quanto solo in relazione alle stesse acquisisce un senso, un significato proprio. Il concetto che più riemerge valorizzato, sotto questo profilo, è quello della nazionalità. Di società e imprese, di persone e di merci, tecnologie e know-how.

Quando vado a sanzionare una banca russa, sto escludendo dai circuiti finanziari occidentali un particolare soggetto, ossia la banca russa, o perché è stabilita, incorporata, nella giurisdizione russa o perché chi la controlla è un soggetto di ultima istanza russo. Quando vado a porre dei divieti di export di tecnologie alla Cina, devo individuare l’oggetto (ossia la particolare tecnologia americana, con il suo codice-prodotto), il soggetto esportatore (vale a dire l’impresa americana o anche l’impresa terza, magari taiwanese, che usa tecnologia americana) e infine il bersaglio (ossia l’impresa cinese che li acquista). Ancora, quando una società si espande in diversi mercati, e diventa multinazionale, significa che acquisisce o costituisce ex novo realtà regolate da altre leggi e ordinamenti: la controllata indiana, la controllata brasiliana o russa o cinese, sottoposte agli specifici poteri sovrani.

Così come, infine, quando devo importare una merce e applicare il dazio, a seconda di dove sarà stata effettuata l’ultima trasformazione sostanziale del bene si potrà individuare l’effettiva etichetta – Made in Cina o Made in Malesia, con conseguenze in termini di tariffa applicabile.

Come si può vedere, ogni singolo movimento deve essere ricondotto alla relativa geografia giuridica, perché in una fase storica costellata da interferenze – non acquistare da, fai pagare un tot a, non avere rapporti con – l’appartenenza ad una data geografia rispetto ad un’altra diventa fondamentale, il metro per disegnare le proprie strategie o comprendere i meccanismi delle sfide economiche e geopolitiche.

Ed è proprio il concetto di interferenza, nonché più in generale di interventismo politico-statale, a fungere da elemento centrale, filo conduttore dei vari Critical Mineral Act o Industrial Act. Si tratta proprio di un insieme di prescrizioni comportamentali, paletti, obblighi negativi (non fare) e positivi (fare), nell’ottica di indirizzare il mercato verso i propri fini strategici. È importante qui evidenziare il meccanismo attraverso cui si giocano queste partite, dalla guerra economica tra Paesi G7 e Russia alla sfida tra Stati Uniti e Cina sino alla riscrittura delle filiere, nonché i due principali attori: lo Stato, interprete dell’indirizzo politico, da un lato, le imprese sottoposte alla sua giurisdizione dall’altro.

Gli Stati cercano di perseguire i diversi obiettivi tramite le proprie imprese, sottoposte alla propria giurisdizione, che diventano così le leve (o gli ostaggi, pensiamo agli asset occidentali in Russia e viceversa). Le sfide tra Stati in corso non sono altro che un intreccio di prescrizioni comportamentali che questi pongono alle proprie imprese, specie quelle strategiche leader in determinate filiere, al fine di colpire i rivali, o semplicemente per garantirsi canali di sicurezza economica. Il segreto è dunque avere sviluppato nella propria giurisdizione imprese ad alto valore, sia tecnologico che manifatturiero, ecosistemi fertili, competenze, know-how e capitale umano. Sono queste le leve.

La grande sfida statunitense sui minerali critici nasce proprio dall’insofferenza verso la leadership cinese nel settore, e segnatamente verso la possibilità per Pechino di imporre alle proprie imprese leader (i veri centri di estrazione, produzione e raffinazione, con relative, appunto, competenze tecniche e capitale umano) di non esportare, o tardare o ridurre le esportazioni verso occidente.

Da qui l’avvertita esigenza americana di una filiera sicura, a stelle e strisce e, laddove non possibile (per l’incapacità di creare centri produttivi all’altezza in territorio americano), localizzata in giurisdizioni amiche o soggette comunque all’influenza di Washington. Ancora, l’Unione europea, con l’ambiziosa proposta dell’Industrial Accelerator Act, vuole assicurarsi che gli investimenti in entrata in particolari settori critici siano tali da beneficiare il sistema-Europa. In quest’ottica, si intende (o intenderebbe) apprestare una tutela per le società appartenenti alla geografia giuridica europea, sia qualora acquisite da un investitore straniero che qualora appena costituite con investimento greenfield, tramite appositi poteri di condizionamento.

Vediamo quindi le linee invisibili che vanno a separare, nelle intenzioni, il legittimo controllo del socio straniero, appartenente ad altra geografia (es. Cina), e l’entità europea. Con il tentativo di conservare nella geografia giuridica europea più valore possibile: occupazione, fornitori e componentistica, know-how, controllo delle decisioni strategiche, indotto.

Ci sarebbero tanti altri esempi, da TikTok a Nexperia, dalle nuove forme di Stato azionista negli Usa al gioco delle triangolazioni nei commerci tra dazi e sanzioni. Non possiamo ripercorrerli tutti in questa sede. Possiamo però rimarcare l’importanza della lente della geografia giuridica per leggerli. Un monito per chiedersi sempre: dove è costituita questa società? Chi è il socio di controllo-proprietario? Dove è stata lavorata in modo sostanziale questa merce? Chi può prescrivere determinati comportamenti a quella società leader nella raffinazione (es. non spedirmi più i prodotti)? Dove sono localizzati i miei fornitori e a chi rispondono in ultima istanza? La proprietà intellettuale a chi fa capo?

In sostanza, come dal titolo, in questa fase storica siamo costretti allo sforzo intellettuale di vivisezionare il mondo, partendo dalla domanda iniziale: a quale geografia appartieni?

 

 


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