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U maxi, il miraggio della fine. Storia, ombre ed eredità del maxiprocesso raccontate da Grasso

Era il 10 febbraio 1986 quando nell’aula bunker del carcere dell’Ucciardone a Palermo prese il via il primo storico e inedito maxiprocesso, istruito dal pool antimafia di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Un kolossal giudiziario protrattosi per 22 mesi e scandito da 349 udienze, fedelmente ricostruire in un libro scritto in prima persona da Piero Grasso che dello storico processo fu il Giudice a latere. La recensione di Gianfranco D’Anna

Il miraggio della definitiva scomparsa della mafia, fra l’inferno di cosa nostra e il purgatorio del maxi processo. Un orizzonte senza Paradiso, tratteggiato dal libro diario di Piero Grasso,” U Maxi”, fra storia vissuta e attualità non risolta, che interroga la coscienza civile del Paese, la percezione dell’onestà intellettuale dei palermitani, dei trapanesi, catanesi, agrigentini e nisseni, principalmente coinvolti dietro un’apparente indifferenza nell’impalpabile reticolo pervasivo delle complicità e delle contiguità.

Un libro sul contesto mafioso ancora inesplorato del prima, durante e dopo un maxi processo che continua a produrre effetti devastanti in grado di colpire al cuore e destabilizzare le istituzioni, come dimostrano le stragi mafiose degli anni 90, le macroscopiche complicità fra cosa nostra e particolari settori di vari servizi di intelligence, l’impenetrabilità dei patrimoni finanziari e dei canali tutt’ora attivi del riciclaggio delle cosche mafiose e di quelle subentranti della ‘ndrangheta.

Uno storico, fondamentale, maxi processo alla mafia degli anni ’80 iniziato 40 anni addietro, che non si è affatto concluso con la sentenza del 16 dicembre 1987 e con le condanne a 19 ergastoli e 2665 anni di carcere per i 460 boss e gregari imputati, ma che sostanzialmente continua a determinare effetti e ad accumulare riscontri, conferme, sviluppi investigativi e processuali.

Non uno spartiacque, ma l’avvio di un ciclo continuo di concatenazioni investigative e giudiziarie, che delineano un mosaico criminale complessivo che tessera dopo tessera rivela squarci di complicità e responsabilità inconfessabili.

Come evidenziano la cattura di Matteo Messina Denaro, con annesso affresco di complicità territoriali, sociali e pseudo culturali, i buchi neri delle inchieste sui delitti di Piersanti Mattarella, Pio La Torre, Carlo Alberto Dalla Chiesa e delle stragi di mafia, per non parlare dei tenebrosi misteri che incombono sui principali irriducibili padrini di cosa nostra collezionisti di condanne all’ergastolo, come i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, Nino Madonia, Nitto Santapaola, Leoluca Bagarella, Salvatore e Sandro Lo Piccolo.

Un insieme di realtà in progress che conferiscono a “U Maxi” di Piero Grasso, giudice a latere del maxiprocesso presieduto da Alfonso Giordano e successivamente procuratore della Repubblica di Palermo, procuratore nazionale antimafia e presidente del Senato, una sorta di straordinaria valenza di Bibbia enciclopedica di cosa nostra e delle mafie attuali.

Una Bibbia con i suoi misteri, che saltano fuori quando si chiede a Piero Grasso se oltre al libro “U Maxi” ci sia un ambito di rivelazioni sui retroscena del maxiprocesso che ha tenuto segreto, in attesa che il tempo ed il concorso delle circostanze non consentano di renderle pubbliche.

“Nello scrivere le pagine di questo libro – ammette Grasso – ho dato fondo a tutti i miei ricordi raccontando anche tanti retroscena e tutto ciò che era possibile rendere pubblico. Il segreto delle deliberazioni della camera di consiglio resterà inviolabile per sempre”.

L’altro interrogativo che pone “ U Maxi” riguarda il perché, nonostante i molteplici sviluppi investigativi nazionali e internazionali – si pensi soltanto ai legami con i narcos e al ruolo delle cosche nell’ambito del riciclaggio – non si sia più incardinato e svolto un processo unitario complessivo, non soltanto a cosa nostra, ma anche alla ‘ndrangheta?

“In realtà – risponde Piero Grasso – il procuratore Nicola Gratteri ha istruito contro la ‘ndrangheta numerosi maxi processi con centinaia di imputati. Ma i paragoni oltre ad essere talvolta improponibili, sono sempre odiosi”.

Del maxi processo Bibbia delle mafie restano infatti molteplici eredità da contestualizzare con la successiva sedimentazione legislativa, giudiziaria e processuale dell’azione di contrasto nei confronti delle cosche condotta da tutte le direzioni distrettuali antimafia d’Italia.

Eredità tutte riconducibili alla regia di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino dell’ineccepibile sentenza ordinanza alla base del maxiprocesso.


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