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Non riforma, ma distruzione. L’allarme del Munich Security Report sull’ordine globale

Dal ritiro americano dal multilateralismo alla normalizzazione della forza, il Munich Security Report 2026 descrive la transizione verso un sistema globale sempre più transazionale e dominato dai rapporti di potere

Secondo il Munich Security Report 2026, l’ordine internazionale costruito dopo il 1945 è entrato in una fase di smantellamento accelerato. La seconda amministrazione Trump ha trasformato la distruzione delle regole in metodo di governo, innescando una dinamica che investe sicurezza europea, Indo-Pacifico, commercio globale e cooperazione allo sviluppo. Da qui il rischio di un mondo fondato su sfere di influenza, accordi personali e interessi privati.

La distruzione come metodo politico

Il mondo è entrato in una fase di wrecking-ball politics. Non riforma, ma demolizione. Abbattimento delle strutture esistenti senza alcun aggiustamento o demolizione mirata. È questa la diagnosi centrale del Munich Security Report 2026, che individua nella politica statunitense il principale fattore di accelerazione della crisi dell’ordine internazionale costruito nel secondo dopoguerra. La metafora è esplicita: come la demolizione dell’East Wing della Casa Bianca, anche la politica estera americana procede per abbattimenti simbolici e materiali. L’idea di fondo è che le istituzioni multilaterali, il diritto internazionale e le alleanze permanenti rappresentino vincoli utopici da rimuovere, non asset da preservare.

Questa logica non è isolata. Il rapporto individua una tendenza più ampia, diffusa nelle democrazie occidentali, in cui cresce il consenso verso leader che promettono rotture radicali anziché riforme graduali. La distruzione diventa sinonimo di efficacia, la complessità istituzionale di immobilismo.

L’erosione dell’ordine post-1945

Il dato politicamente più rilevante che emerge dal report è che la messa in discussione dei tre pilastri dell’assetto post-1945: il multilateralismo e il primato del diritto internazionale; l’apertura economica e il commercio regolato; la promozione della democrazia e la cooperazione tra sistemi liberali. Da quest’ordine, ritiri da organizzazioni internazionali, tagli ai finanziamenti, disprezzo esplicito per le norme giuridiche e uso sistematico di tariffe e sanzioni come strumenti coercitivi hanno trasformato la politica estera americana in un insieme di decisioni transazionali, spesso personalistiche. Ciò che ne deriva è una progressiva normalizzazione dell’idea che le regole siano opzionali e che la forza, militare, economica o politica, possa sostituire la legittimità.

Europa? Sicurezza senza garanzie

In Europa, gli effetti sono immediati. Il rapporto registra una crescente percezione di insicurezza, aggravata dalla guerra in Ucraina e dall’ambiguità americana sul futuro dell’impegno transatlantico. Washington viene descritta come un attore “volatile”, oscillante tra rassicurazione, condizionalità e coercizione. Le minacce su Groenlandia e Panama, unite alla pressione esercitata su Kyiv per concessioni territoriali, incrinano uno dei principi fondanti dell’ordine internazionale: l’inviolabilità dei confini. Di fronte a questa incertezza, gli Stati europei cercano di mantenere il legame con gli Stati Uniti, ma al tempo stesso avviano un lento processo di autonomia strategica, consapevoli che l’ombrello americano non è più garantito.

L’Indo-pacifico

Nel quadrante indo-pacifico, il report analizza il modus operandi dei partner regionali che, privi di meccanismi di integrazione paragonabili a Ue o Nato, oscillano tra rafforzamento autonomo e strategie di hedging verso Pechino. Mentre sul piano economico, il sistema commerciale multilaterale viene progressivamente svuotato. Se gli Stati Uniti abbandonano le regole Wto, la Cina intensifica pratiche distorsive e la weaponization delle interdipendenze economiche, energetiche, contribuendo alla creazione di uno scenario caratterizzato da una frammentazione conflittuale, in cui tariffe, sussidi e restrizioni diventano strumenti di potere.

Dalla cooperazione alla crisi esistenziale

Particolarmente critico, secondo l’analisi del Munich Security Report, è l’impatto sulle politiche di sviluppo e assistenza umanitaria. Il rifiuto degli Obiettivi di sviluppo sostenibile e il ridimensionamento dei fondi americani spingono un sistema già fragile verso una crisi strutturale, mentre l’assenza di nuovi grandi donatori rende improbabile la compensazione dei tagli statunitensi, con conseguenze dirette sulle popolazioni più vulnerabili. La distruzione dell’ordine non colpisce in modo uniforme: favorisce i più forti e penalizza sistematicamente i più deboli.

Quale ordine senza regole?

Le alternative che emergono non configurano un nuovo ordine stabile e il Munich Security Report delinea tre possibili traiettorie, spesso tra loro sovrapposte: un mondo diviso in sfere di influenza regionali; un sistema fondato su accordi ad hoc tra leader; un assetto “neo-royalistico”, dominato da reti di potere personali e interessi privati.

In ognuno tra questi casi, il denominatore comune è rappresentato dall’erosione delle regole universali in favore di un contesto che privilegia ricchezza, forza e accesso diretto al potere.

Il report non considera questo esito come inevitabile, ma lancia un monito: la passività equivale a complicità. Contenere la politica della demolizione richiede risorse materiali, cooperazione più stretta e soprattutto la capacità di dimostrare che riformare è ancora possibile. Quella che viene delineata è un’era di nervi, nella quale svettano guerre di intenzione. Un’epoca di bulldozer geopolitici, nella quale la distruzione diviene metodo e la costruzione una necessità.


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