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Bangladesh e Fratellanza. Le elezioni a Dacca viste da Roma

Le elezioni in Bangladesh segnano una svolta politica che ridimensiona l’islamismo, mentre a Roma un volume sul terrorismo bengalese richiama l’attenzione sui rischi della radicalizzazione. Tra Dacca e il Senato italiano si delinea così un filo diretto che intreccia sicurezza interna, diaspora e stabilità regionale, mostrando come il futuro del Paese asiatico riguardi anche l’Europa

La sfida politica più delicata del Bangladesh dopo la rivolta del 2024 si è conclusa con un esito chiaro: il Bangladesh Nationalist Party (Bnp) ha riportato una vittoria travolgente nelle elezioni parlamentari di giovedì. I conteggi, diffusi dalle televisioni nazionali in forma provvisoria al momento della stesura di questo articolo, attribuiscono al Bnp e ai suoi alleati almeno 212 dei 299 seggi in palio, mentre la coalizione guidata da Jamaat‑e‑Islami, principale formazione islamista, si è fermata a 70 seggi.

La formazione guidata da Tarique Rahman, figlio dell’ex premier Khaleda Zia, ha ringraziato gli elettori per l’ampio mandato e ha invitato a rinunciare a festeggiamenti, sollecitando preghiere per la stabilità del Paese.

Dall’altra parte, il leader di Jamaat Shafiqur Rahman ha inizialmente riconosciuto la sconfitta per poi contestare la regolarità del voto, denunciando ritardi e irregolarità nella comunicazione dei risultati. Un elemento di complessità.

Un esito netto era considerato indispensabile per evitare tensioni di piazza in una nazione segnata da lunghi anni di conflitto politico. Ed è per questo che allo stato attuale, il Bangladesh potrebbe di imboccare un percorso di stabilità che avrà ricadute importanti anche per l’Indo‑Pacifico e per l’Europa, dove la diaspora bengalese è numerosa e coinvolta in dibattiti sulla radicalizzazione.

Dibatti come quello di ieri a Roma. Mentre si conteggiavano i primi seggi in Bangladesh, al Senato veniva presentato del volume “I semi dell’odio. La minaccia del terrorismo in Bangladesh”, firmato da Vas Shenoy e Matteo Carnieletto. L’incontro ha riunito esponenti istituzionali e analisti impegnati sul terreno della sicurezza internazionale e delle trasformazioni dell’Islam politico, con interventi del senatore Giulio Terzi di Sant’Agata, del presidente del Comitato Atlantico Italiano Fabrizio Luciolli e del giornalista Mariano Giustino.

Il senatore Terzi di Sant’Agata, autore della prefazione del testo, ha collocato il tema nel quadro della competizione globale. Comprendere le dinamiche del Bangladesh, ha spiegato, significa cogliere nessi che toccano la sicurezza europea, la stabilità dell’Indo‑Pacifico e la protezione dei principi costituzionali. “Capire ciò che accade a Dacca riguarda anche noi”, ha detto, richiamando la necessità di politiche che tengano insieme integrazione e prevenzione delle derive radicali.

Nel suo intervento, Luciolli, ha poi invitato a leggere il fenomeno dentro una storia lunga, capace di produrre adattamenti continui. Richiamando “Il profeta e il faraone” di Giles Kepel, ha ricordato come l’universo riconducibile alla Fratellanza musulmana abbia sviluppato nel tempo strategie differenziate. “Le libertà garantite dalle democrazie europee possono diventare il canale attraverso cui si manifesta una volontà di conquista non militare ma culturale e religiosa”, ha osservato, sottolineando che la sfida investe direttamente la tenuta delle società pluraliste.

Shenoy ha insistito sulla profondità storica delle idee separatiste e sull’errore di riproporle come soluzioni attuali. “Il concetto di due Stati non nasce nel 1947 in Israele ma a Dacca nei primi anni del Novecento” ricordato. Ripercorrere quella strada, a suo avviso, significa ignorare un fallimento già scritto. L’autore ha poi richiamato la responsabilità verso le nuove generazioni cresciute in Europa. “C’è il destino delle donne e dei bambini bengalesi che vivono qui”, ha avvertito, segnalando il rischio che pressioni identitarie possano ridurne i diritti e le opportunità.

Nel suo intervento Giustino ha offerto una fotografia dell’organizzazione sul territorio nazionale. “In Italia la Fratellanza musulmana è riuscita a costruire una struttura solida partendo dalla grande moschea di Roma per espandersi verso nord, in particolare a Milano, Torino, Brescia, Parma e in altre città”, ha spiegato. Una rete inserita in circuiti europei più ampi, ha aggiunto, che punta al rafforzamento dell’influenza sui principali centri islamici e che interroga direttamente il rapporto tra governance, immigrazione e sicurezza.

Dagli interventi è emersa una valutazione condivisa, ma la traiettoria che si apre ora riguarda soprattutto Dacca. La vittoria netta del Bnp e la sconfitta delle forze islamiste indicano la possibilità di una fase in cui islamismo politico e radicalizzazione restino ai margini del sistema, riducendo il rischio di polarizzazione interna e di derive violente. Se consolidato, questo percorso non rappresenterebbe soltanto una svolta domestica, ma un fattore di stabilità per l’intera regione dell’Asia meridionale e dunque dell’Indo‑Pacifico, dove l’equilibrio del Bangladesh incide su sicurezza marittima, flussi migratori, competizione tra potenze, contrasto al terrorismo e catene del valore (tra produzione e commercio). In questo senso, ciò che accade oggi a Dacca non è una questione periferica, ma un tassello del più ampio equilibrio regionale.


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