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Nel Board per Gaza bisogna esserci. Senza indugi

Stare dentro il Board of Peace rafforza la credibilità italiana, contribuisce a un Medio Oriente stabile e accelera il passaggio a un’Europa più politica, guidata da leader pragmatici di centrodestra. Meloni, annunciandolo dall’Etiopia, manda un messaggio chiaro: l’Italia fa la sua parte. Il commento di Roberto Arditti

Dunque l’Italia partecipa come osservatore al Board of Peace, l’iniziativa promossa dall’amministrazione Trump per la stabilizzazione e la ricostruzione di Gaza.

La premier Giorgia Meloni lo annuncia durante la sua visita in Etiopia, al summit dell’Unione Africana ad Addis Abeba, dove presiede – insieme al premier etiope Abiy Ahmed – i lavori per il secondo anniversario del Piano Mattei per l’Africa. Si tratta di una scelta giusta e strategica, fatta da un governo che vuole stare dentro i processi decisivi, non limitarsi a fare lo spettatore dalla tribuna.

Già perché partecipare significa contare. Il Board of Peace, presieduto da Trump, coordina un piano in 20 punti che sta già producendo risultati concreti: cessate il fuoco stabile, rilascio di ostaggi israeliani, ritiro parziale delle forze di Tel Aviv, afflusso massiccio di aiuti umanitari e un impegno multimiliardario per la ricostruzione – con oltre 5 miliardi di dollari già promessi da membri come Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti.

Il primo incontro formale si tiene giovedì 19 febbraio a Washington, dove Trump annuncia ulteriori dettagli su fondi, personale per la sicurezza e governance post-Hamas.

L’Italia, come osservatore, contribuisce con la sua expertise in cooperazione allo sviluppo, infrastrutture e settore privato, influenza comunque attivamente le decisioni – utilizzando un escamotage intelligente che aggira i nodi costituzionali emersi nelle settimane scorse.

Questa partecipazione però non è solo tecnica: ha una valenza politica profonda. Sostenere lo sforzo americano rende visibile un nuovo atteggiamento europeo, centrato su coalizioni di governo capaci di pragmatismo e risultati concreti. Per anni l’Europa ha affidato la gestione delle crisi mediorientali a un multilateralismo Onu spesso paralizzato da veti e inerzie. Trump, con la sua dottrina “pace attraverso la forza”, impone un framework efficace: disarmo di Hamas, esclusione dei terroristi dal potere, governance tecnocratica palestinese supportata internazionalmente, investimenti per lavoro e infrastrutture. È l’unica strada realistica per offrire ai palestinesi una prospettiva di pace vera, non più ostaggio di gruppi jihadisti che usano la popolazione come scudo umano.

Meloni, scegliendo di entrare nel Board proprio dall’Africa, collega due fronti strategici: il Piano Mattei per lo sviluppo del continente e la stabilizzazione del Medio Oriente, dove instabilità si traduce in flussi migratori e tensioni globali. Dimostra che l’Italia non subisce l’agenda altrui, ma la plasma: dialoga con Washington da alleato credibile, senza isolazionismo europeo né antiamericanismo ideologico. È un segnale per una nuova Europa politica, meno burocratica e più decisa, dove gli sforzi di dialogo tra forze politiche di destra e di centro (esattamente come la coalizione italiana) iniziano a prendere confidenza anche con il delicatissimo scacchiere delle relazioni internazionali.

Le critiche della sinistra, prevedibili e veementi, accusano “asservimento” a Trump o tradimento europeista. Ignorano però i fatti: l’osservatorato permette un ruolo attivo senza troppi vincoli, mentre il multilateralismo tradizionale fallisce per decenni a Gaza. È un antiamericanismo pregiudiziale che antepone ideologia a interessi nazionali e alla reale speranza di pace per i palestinesi.

In conclusione, stare dentro il Board of Peace rafforza la credibilità italiana, contribuisce a un Medio Oriente stabile e accelera il passaggio a un’Europa più politica, guidata da leader pragmatici di centrodestra. Meloni, annunciandolo dall’Etiopia, manda un messaggio chiaro: l’Italia fa la sua parte.

Vedremo se Merz, Mitsotakis, Meloni e tutti gli altri sapranno prendere le redini (come sarebbe saggio) di questa nuova Europa che guarda a Washington senza paraocchi e senza pregiudizi.

Le premesse ci sono, la strada è lunga.


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