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Il Wu-Shu dei robot e il messaggio strategico di Pechino

Dalla tradizione marziale al software: Pechino trasforma la robotica in linguaggio strategico, mentre Washington punta sull’intelligenza artificiale come amplificatore decisionale. Il ragionamento di Andrea Monti, docente di identità digitale, privacy e cybesecurity all’università di Roma-Sapienza

Le capacità dimostrate dai robot della Unitree alla recente cerimonia per il capodanno cinese non dovrebbero stupire più di tanto, considerato che, non solo in Oriente, la hypermobility robotics già almeno dall’anno scorso aveva raggiunto obiettivi che solo una dozzina di anni fa sembravano molto più distanti. Queste capacità, in altri termini, non sono una dimostrazione folkloristica ma una prova di forza tecnologica e un segnale geopolitico.

Il Wu-Shu narrativa del potere

Dovrebbe, infatti, far riflettere la scelta di presentare le capacità raggiunte dalla hypermobility robotics cinese non più —o non solo— tramite acrobazie da saltimbanco o coreografie di danza, ma attingendo al patrimonio culturale e militare del Wu-Shu, la sintesi delle tradizioni marziali cinesi operata dal Partito Comunista, che fu anche disciplina ospitata alle olimpiadi di Pechino 2008. Per chiarire il punto: i movimenti eseguiti dai robot non sono solo relativi a una delle tante “scuole marziali” più o meno legittime sopravvissute a Hong Kong, Taiwan, o in qualche angolo della Cina popolare (come per esempio lo “stile dell’ubriaco”, o quello della “setta dei mendicanti” rappresentati anche nella dimostrazione), ma appartengono a una disciplina specificamente codificata dal Partito come strumento di educazione fisica e come sport. I robot, quindi, sono stati programmati per mostrare una disciplina ginnico-marziale di Stato .

Corpi di metallo che operano negli spazi pensati per l’uomo

Essi, infatti, non sono più mostrati come fenomeni da baraccone ma come strumenti in grado di compiere azioni umane, incluse quelle relative all’applicazione della forza. Il segnale, dunque, è chiaro: al netto dei problemi ingegneristici legati, per esempio, alla robustezza dello scheletro, all’alimentazione e all’ottimizzazione dei sistemi di controllo del movimento, i robot possono essere in grado di combattere contro esseri umani, in ambienti pensati dagli esseri umani, per gli esseri umani. In altri termini, l’antropomorfizzazione consente alla macchina di muoversi in scenari a misura d’uomo come —e meglio— di una persona.

Washington pensa, Pechino costruisce

A questo, si dovrebbe aggiungere anche la capacità dimostrata dai robot di Unitree di operare in perfetta sincronia o, meglio, armonia (che è un’idea centrale nell’antropologia cinese, non solo bellica). Non, dunque, un insieme di individui che si coordinano ma un “organismo” i cui componenti operano sinergicamente. Anche gli Usa stanno esplorando concetti analoghi, come dimostra —da ultimo— l’interesse di Elon Musk per fornire al Pentagono degli sciami di droni controllati dall’AI. Ma le differenze filosofiche delle rispettive dottrine strategiche non rendono sovrapponibili i due approcci, con gli USA che puntano su un’AI come amplificatore delle capacità decisionali e tattiche, e la Cina che punta sulla costruzione di un nuovo esercito di terracotta in grado di consentire, analogamente a quello di un tempo, la conservazione del potere per l’eternità.

La forza industriale dietro lo spettacolo

Questa ultima considerazione suggerisce di ricordare, infine, uno dei maggiori punti di forza che la Cina ha nei confronti dell’Occidente: una capacità produttiva senza rivali, che consentirebbe la costruzione di un numero rilevante di unmanned vehicle di ogni forma —e dunque per ogni utilizzo— da destinare se non (solo) ad attività militari dirette, quantomeno al supporto tattico.

Non un esercito del futuro, ma una dottrina già in marcia

Dunque, in un contesto del genere, il valore simbolico della dimostrazione va ben oltre l’esaltazione delle capacità raggiunte dai comparti industriali che operano nei settori delle tecnologie avanzate.

Se vale davvero il paragone con l’Esercito di terracotta, allora il messaggio della cerimonia non è destinato agli spettatori, ma agli avversari. Quei robot mostrano, infatti, quello che la Cina vuole diventare: una potenza capace di trasformare la tradizione in linguaggio strategico e la produzione industriale in forza politica.

Mentre l’Occidente si perde in discorsi sull’etica dell’intelligenza artificiale, Pechino dimostra che la vera partita si gioca sulla capacità di costruire, replicare e schierare tecnologie magari non perfette, ma certamente funzionali. E forse il segnale più inquietante che arriva dalla cerimonia del nuovo anno è proprio la dimostrazione che qualcuno sta già pensando a come rendere inevitabile l’uso nei conflitti di queste tecnologie.


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