Il manifesto in 22 punti del ceo di Palantir è una delle voci più nette di un dibattito molto più plurale che attraversa Washington e Silicon Valley. L’Europa ha interesse a leggerlo con attenzione, ma anche a non confondere una posizione con l’intero campo. La risposta europea passa per la coopetizione, il metodo che già oggi connette i campioni industriali del continente ai grandi operatori globali. La riflessione di Rosario Cerra, fondatore e presidente del Centro economia digitale
Quando Alexander Karp, amministratore delegato di Palantir, ha condensato su X in 22 punti la tesi del libro The Technological Republic, ha depositato nel dibattito transatlantico una delle posizioni più articolate sul rapporto fra software, potere e difesa occidentale. Non è l’unica, e non rappresenta l’intero spettro della Silicon Valley o di Washington. Il panorama americano è molto più plurale di quanto appaia da questa sola lettura. Anthropic, OpenAI e Meta, per citare tre dei principali protagonisti dell’intelligenza artificiale, articolano linee distinte su uso militare, governance e responsabilità sociale.
L’amministrazione americana stessa, al di là delle legittime differenze fra Pentagono, Department of Commerce e comunità di intelligence, mantiene una postura negoziale più flessibile di quanto il manifesto suggerisca. Il merito del testo di Karp è averla esplicitata con una coerenza che obbliga anche l’Europa a prendere posizione. La sua ricetta è una riedizione del Progetto Manhattan, spostata dall’atomo al codice. La tesi di fondo è che il software sia diventato potere infrastrutturale, che l’Occidente debba risaldare l’alleanza fra big tech e committente pubblico, e che il metro di successo nei prossimi dieci anni sarà la capacità di produrre deterrenza basata su intelligenza artificiale. Sul primo punto il manifesto coglie un fatto strutturale che l’Europa ha riconosciuto in ritardo.
Sugli altri due il testo propone una risposta coerente con la postura americana, ma che l’Europa non può semplicemente trapiantare. Il dato di contesto è noto e va enunciato con precisione, senza compiacimento. Oltre il 70% del cloud continentale europeo è concentrato in un numero limitato di operatori globali. I modelli fondazionali di intelligenza artificiale oggi di riferimento per buona parte della pubblica amministrazione europea sono stati sviluppati negli Stati Uniti. Le infrastrutture di cybersicurezza critiche dialogano con standard definiti in larga misura a Washington. Sono dati che descrivono una configurazione di mercato, non un giudizio morale. Gli stessi operatori americani stanno oggi investendo in Europa risorse significative in cloud sovrani regionali, partenariati industriali con campioni nazionali, centri di ricerca continentali. La realtà è che molti di questi operatori hanno già compreso, spesso prima delle istituzioni europee, che la competizione dei prossimi anni si gioca sulla capacità di co-costruire con l’Europa, non sulla semplice vendita di servizi sul mercato continentale.
Proprio qui si colloca il limite del framework proposto da Karp. Il paradigma è confrontazionale, binario, costruito sulla logica “noi contro loro”. Per gli Stati Uniti funziona, perché hanno la scala industriale, finanziaria e politica per sostenerlo. Applicarlo in Europa genera tre rischi sistemici che le cancellerie europee dovrebbero governare con chiarezza: una dipendenza infrastrutturale crescente in domini critici; un adeguamento implicito ai tempi di decisione della sponda americana, senza scrutinio parlamentare; una progressiva perdita di capacità negoziale nei tavoli multilaterali, dall’AI Act ai negoziati Nato sugli standard software. Non sono accuse, sono condizioni strutturali da affrontare. Se l’Europa non le nomina, non può nemmeno negoziarle.
La risposta europea non è la chiusura autarchica, che nessuna capitale europea persegue, e l’Italia meno di altre. È una dottrina di sovranità tecnologica coopetitiva, che combini autonomia in domini selezionati con cooperazione strutturata in domini condivisi. Al Centro Economia Digitale abbiamo articolato questa dottrina in cinque anni di lavoro attraverso quattro leve, ciascuna delle quali interpreta in chiave europea uno dei temi che Karp solleva.
La prima leva è la Sovranità Tecnologica, capacità di generare conoscenza tecnologica autonomamente o tramite partenariati affidabili. È la precondizione. Senza questa capacità un Paese non decide, esegue. La seconda identifica il terreno competitivo reale, le Tecnologie di Frontiera: quantistica, intelligenza artificiale, semiconduttori, spazio.
Qui si misurano leadership scientifica e industriale, ed è il perimetro su cui gli Stati Uniti rafforzano il vantaggio su tutti quando il filtro è la qualità. La terza leva è la Coopetizione, ed è la risposta europea più originale al paradigma confrontazionale del manifesto Karp. La Coopetizione è la strategia che combina dinamiche cooperative e competitive fra imprese e fra Stati per raggiungere la scala che nessun attore europeo, da solo, può ottenere. I dati confermano che il metodo è già operativo. I brevetti depositati in comune da aziende concorrenti sono cresciuti del 159% fra il 2003 e il 2022. È il modo in cui l’industria avanzata sta già lavorando, e in particolare è il modo in cui i grandi operatori globali del software e del cloud stanno costruendo presenza europea: attraverso partenariati di lungo periodo con campioni nazionali dell’energia, delle reti, dei trasporti, della difesa.
Questo è il terreno concreto su cui Italia ed Europa possono consolidare una postura negoziale autonoma, non attraverso l’esclusione ma attraverso l’architettura della filiera. La quarta leva chiude il cerchio. La High-Tech Economy restituisce la dimensione sistemica. Nei Paesi OCSE ogni euro di valore aggiunto generato nei settori ad alta intensità tecnologica produce 3,18 dollari di Pil nei tre anni successivi. Nei Paesi dell’Unione il moltiplicatore sale a 3,9. Nei settori a bassa intensità lo stesso euro si ferma a 1,23. L’Italia concentra quasi il 71% della propria spesa privata in ricerca e sviluppo nei settori ad alta intensità, pur rappresentando solo il 10,9% del valore aggiunto totale. È il profilo di un Paese che ha già la biochimica della High-Tech Economy, e che manca di architettura industriale per convertirla in posizione competitiva europea.
Tradurre questo in policy italiana richiede tre decisioni che competono al sistema di governo. La prima è consolidare la regia nazionale sulla sovranità tecnologica integrando Mimit, Dipartimento per la trasformazione digitale, Agenzia per la cybersicurezza nazionale e difesa dentro una cornice unica, riconoscibile ai partner europei e transatlantici. La seconda è progettare gli appalti pubblici nei domini critici come infrastruttura competitiva di sistema, capace di generare capacità industriale europea dentro le filiere, a prescindere dall’origine dei singoli fornitori tecnologici. La sovranità effettiva la determina l’architettura, non l’esclusione.
La terza è assumere una postura proattiva nei negoziati transatlantici, che valorizzi le competenze italiane in domini specifici (cyber, spazio, quantistica applicata, manifattura avanzata) come moneta di scambio industriale nei tavoli Nato, Ue-Usa Ttc e bilaterali. C’è una dimensione che nessun manifesto può risolvere. La sovranità tecnologica si costruisce su decenni, non su trimestri. Gli Stati Uniti ci hanno messo settant’anni di continuità istituzionale attraverso agenzie come Darpa. La Cina lo sta facendo attraverso i piani quinquennali. L’Europa deve trovare il proprio equivalente, compatibile con la democrazia pluralista e con il ciclo politico breve che ci caratterizza. È l’esperimento di governance dei prossimi anni.
Karp ha scritto un manifesto per risvegliare l’America. In queste settimane sta svegliando prima l’Europa, ed è forse il servizio più utile che la sua voce, fra le tante dell’ecosistema americano, potesse renderci. Il vantaggio competitivo europeo esiste ancora. Le filiere lo consentono. Gli stessi operatori globali, molti dei quali americani, stanno già investendo su architetture coopetitive con l’Europa. Manca la decisione politica europea di tradurre questo in postura negoziale strutturata. Il tempo per prenderla non si misura in legislature, si misura in mesi.
















