Il bignami della Commissione europea per contrastare lo shock energetico lascia agli stati e ai cittadini il da farsi. Ma l’Italia, che non è scesa sotto il 3% del vincolo di bilancio, chiede di smuovere il patto di stabilità. Il solo modo per contrastare le difficoltà delle nostre imprese. La von der Leyen vede nei fondi europei inutilizzati il solo modo per uscirne. Il confronto nei piani alti di Bruxelles è appena agli inizi. L’opinione di Maurizio Guandalini
La Commissione europea si è guardata bene di non accelerare troppo nel mettere in giro le raccomandazioni, arrangiatevi se volete se potete, del pacchetto per fronteggiare la crisi energetica, presentate a Bruxelles. Come avevamo previsto provvedimenti che già conoscevamo ma niente smart working. Per gli sconti fiscali in bolletta, quello se ne riparla a maggio. Molto è lasciato ai 27 stati, di cui ognuno ha una politica energetica diversa, una somma d’interessi nazionali in competizione tra loro. Il resto è affidato ai cittadini che potranno decidere come ridurre i consumi, spegnere il condizionatore o andare a piedi. Non c’è un mercato europeo dell’Energia e non c’è un sistema fiscale comune quindi è impossibile pretendere altro dall’Europa. Prevenire e limitare è il suo esclusivo compito.
Rimangono i toni allarmistici del commissario europeo per l’Energia, Dan Jorgensen. Se domani arriva la pace servirà due anni o forse anche più perché il Qatar ricostruisca le infrastrutture per la produzione e il trasporto di gas. Per il petrolio, il vero problema di oggi, la situazione potrebbe stabilizzarsi più rapidamente. L’Europa non ha gas. Né petrolio (a parte la Gran Bretagna e la Norvegia) quindi servono industrie per la raffinazione per ottenere tra gli altri quei derivati come il cherosene, carburante per gli aerei. Miliardi di investimenti che visti i chiari di luna chi se la sente di fare? L’Italia è il quarto paese europeo per riserve di idrocarburi. Ci sono 750 pozzi per l’estrazione di gas inattivi. E nel mar Adriatico ci stanno 100 piattaforme off shore in disuso.
Non era forse il momento ma per l’effetto clou del piano Accelerate Eu bastavano due righe, un accenno alla possibilità di allargare i vincoli di bilancio per venire incontro agli Stati più in difficoltà e permettere loro di investire per crescere. Si è fatto per la Difesa, l’acquisto di armi, non si capisce quali ostacoli invalicabili ci sarebbero per l’Energia. Probabilmente non era giornata per concessioni e flessibilità. Infatti, è stato certificato che l’Italia resta sotto procedura per disavanzo eccessivo.
Non siamo riusciti a scendere a livello del fatidico 3%, vincolo di bilancio, il rapporto tra il deficit, la differenza tra le entrate e le spese dello Stato al netto della spesa per interessi sul debito, e il Prodotto interno lordo del Paese (il valore totale di tutti i beni e servizi finali prodotti all’interno di un paese, è l’indicatore principale della salute economica, un aumento indica la crescita , una diminuzione segnala una recessione). Il referto medico ci dice che lo Stato sta spendendo più del 3% di quanto produce economicamente in un anno. Soprattutto non cresce.
Se non stai sotto la soglia del 3% c’è qualche conseguenza che può divenire, a lungo andare (ora non siamo in zona alert), un domino di fragilità per il sistema economico limitando quei lampi ora improbabili di timida crescita. Può aumentare lo spread perché gli investitori chiederanno interessi più alti sui titoli di Stato a copertura del debito. A sua volta rincara il costo del denaro, vuol dire che le banche chiederanno interessi più alti sui prestiti a famiglie e imprese. Frena l’economia si bloccano gli investimenti.
Un circolo vizioso. Il governo è preso a tenaglia e non può attuare politiche tese a fronteggiare crisi inaspettate, come quella energetica. Il cerchio si chiude proprio in quella zona franca dove l’agire è riservato all’Unione europea, solo lei può in nome della comunità muoversi repentinamente per smuovere il moloch delle resistenze che più si concentrano tra i rigorosi nord europei. Per non ferirsi di più. Manca però una strategia organica di lungo periodo.
La von der Leyen chiede all’Italia di muoversi in autonomia. Pescando dai fondi europei inutilizzati. Dopo 4 anni del REPower EU le fonti fossili in Italia rappresentano ancora l’80% del mix energetico (il gas naturale incide per il 39%, il petrolio per il 34% e le rinnovabili sono meno del 20%). Morale. Va bene attingere dai capitali dormienti e fare programmi i cui effetti si spalmeranno su un intervallo lungo (nel 2011, nel libro Green economy, Italia, curato con Victor Uckmar, scrivevamo che le fonti rinnovabili sono in ritardo di 40 anni rispetto al fabbisogno coperto dal greggio), e serviranno per la crescita. Ma qui c’è bisogno di riversare denaro per coprire l’emergenza. E’ fantasioso sperare di risolvere con due raccomandazioni del bignamino. E un fai da te fiscale, per altro da maneggiare con cura nel Vecchio Continente, materia non comune degli Stati dove ognuno ne fa uso e consumo competitivo nel nome di Home is where money is, la patria è dove si hanno i soldi.
Solo il teutonico Handelsblatt ci riconduce alla realtà dei tempi moderni, su preoccupazioni comuni con l’Italia: freno della crescita e tutele contro i licenziamenti. In copertina una nave container tedesca che sta affondando spinta da una grande ancora. Ed è l’eco rimbombo che arriva da diversi distretti industriali italiani, dalla ceramica alla chimica, industrie bisognose di tanta energia per funzionare. Si trovano in una marcata impasse. Insieme alle aziende artigiane e del commercio, molte in chiusura (aggiungiamo pure l’industria dello spettacolo). A quelle agricole con i prezzi dei prodotti fuori controllo, dalle melanzane alle fragole, una categoria di imprenditori che dopo il contraccolpo dell’accordo col Mercosur, i paesi dell’America Latina, sentono già sul collo la procedura spinta, oggi fuori luogo ovunque si giri e rigiri, dell’entrata nell’Ue dell’Ucraina, il granaio d’Europa.
Ed è qui che si misurano le diversità tra le nazioni del Vecchio Continente. Le molteplici esigenze, impossibile che una decisione soddisfi, riesca dare le risposte migliori. Nel frattempo il settore produttivo deve prezzare a listino i prodotti e venderli, ma come si può programmare se non si capisce cosa sta succedendo e che succederà in quell’imbuto dello stretto di Hormuz? Sentivo degli imprenditori, in affari con l’Asia presi dalla preoccupazione, dietro l’angolo, che si ripeta la sindrome dello stretto a Taiwan perché è scritto nei programmi del governo cinese riprendersi l’Isola Bella. E un nodo scorsoio di quelle acque vuol dire frenare il 90% del mercato dei semiconduttori più avanzati (smartphone, computer, intelligenza artificiale, automotive).
















