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Jaish ricostruisce dopo Sindoor. Nuove basi terroristiche in Pakistan

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Le immagini satellitari mostrano la ricostruzione di siti legati a Jaish-e-Mohammad colpiti dai raid indiani del 2025. Un segnale che riapre interrogativi sul ruolo del Pakistan, sul controllo del finanziamento al terrorismo e sulla strategia di deterrenza di Nuova Delhi

A quasi un anno dall’Operazione Sindoor, le immagini satellitari mostrano che Jaish-e-Mohammad non sta arretrando. Al contrario, il gruppo jihadista pakistano starebbe ricostruendo alcune delle proprie infrastrutture più simboliche e operative, inclusa la sede di Bahawalpur colpita dai raid indiani del maggio 2025. Un dato che riapre interrogativi non solo sull’efficacia di lungo periodo della pressione internazionale sul Pakistan, ma anche sulla reale volontà di Islamabad di smantellare l’ecosistema jihadista che continua a operare sul proprio territorio.

Le immagini, analizzate in esclusiva da India Today e basate su dati della società americana Vantor, mostrano attività di ricostruzione nel complesso Jamia Subhan Allah di Bahawalpur, storica roccaforte di Jaish-e-Mohammad (JeM), gruppo terroristico guidato da Masood Azhar, figura designata dalle Nazioni Unite. Mezzi pesanti, materiali da costruzione e lavori di ripristino delle cupole della moschea indicano che il sito starebbe tornando progressivamente operativo.

Non si tratta di un dettaglio secondario. Bahawalpur rappresenta da anni uno dei principali hub logistici, ideologici e operativi del jihadismo anti-indiano in Pakistan. Proprio lì, secondo quanto ammesso dallo stesso Jaish dopo i raid indiani del 2025, sarebbero morti almeno dieci familiari di Azhar. Il fatto che il gruppo possa oggi avviare apertamente lavori di ricostruzione suggerisce un livello di permissività difficilmente ignorabile da parte delle autorità pakistane.

Un discorso simile riguarda Muzaffarabad, nel Kashmir pakistano, dove altre immagini satellitari mostrano demolizioni e preparativi per la ricostruzione del sito legato alla Syedna Bilal Mosque, anch’esso colpito durante Sindoor. Secondo Damien Symon, ricercatore di geo-intelligence dell’Intel Lab, i danni inflitti dai raid indiani sarebbero stati talmente gravi da rendere necessaria una completa ricostruzione della struttura.

Il punto centrale, però, non riguarda solo la dimensione militare. Riguarda soprattutto quella finanziaria e politica. Il Pakistan continua infatti a essere monitorato dall’Asia Pacific Group nell’ambito degli standard del Financial Action Task Force (FATF) sul contrasto al finanziamento del terrorismo. Islamabad era uscita dalla grey list del FATF nel 2022, presentando quella decisione come prova dei progressi compiuti contro le reti jihadiste. Tuttavia, già prima dell’Operazione Sindoor erano emersi segnali di espansione delle strutture di Jaish. Ora, la ricostruzione di siti colpiti dai raid riporta il tema al centro del dibattito internazionale.

Ancora più delicato è il fatto che account collegati a JeM avrebbero promosso campagne di raccolta fondi tramite wallet digitali per finanziare i lavori. Se confermato, ciò mostrerebbe non solo la resilienza delle infrastrutture terroristiche pakistane, ma anche l’adattamento tecnologico delle reti jihadiste in un contesto di controllo internazionale teoricamente rafforzato.

Per l’India, queste immagini rafforzano una narrativa strategica precisa: l’infrastruttura del terrorismo transfrontaliero in Pakistan non sarebbe mai stata realmente smantellata, ma soltanto temporaneamente contenuta sotto pressione internazionale. Ed è proprio questa percezione che continua a influenzare la dottrina di sicurezza indiana post-Sindoor: colpire preventivamente infrastrutture considerate funzionali al terrorismo prima che possano tornare pienamente operative.

Sul piano geopolitico, il dossier rischia inoltre di complicare ulteriormente la posizione pakistana nei confronti dei partner occidentali e del Golfo. In una fase in cui Islamabad cerca investimenti, sostegno finanziario e stabilizzazione economica, la persistenza di reti jihadiste capaci di ricostruire sedi simboliche sotto gli occhi della comunità internazionale resta un elemento di forte vulnerabilità reputazionale e strategica.


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