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Un’agenda di pace tra Vaticano e Washington. I temi chiave dell’incontro Leone XIV–Rubio

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Nel crogiuolo dei conflitti mondiali, di tensioni personali con Trump, di sviluppi delle trattative con l’Iran e alla vigilia del primo anniversario dell’elezione al Soglio di Pietro, il vertice fra il segretario di Stato e il pontefice ha assunto una particolare importanza contingente e storica. L’analisi di Gianfranco D’Anna

Più che le parole hanno contato gli sguardi e i sorrisi nei 45 minuti dell’incontro fra il segretario di Stato Usa, Marco Rubio e papa Leone XIV. A differenza della freddezza formale della Santa Sede che inizialmente non ha diffuso filmati sulla vista, ma solo tre foto, e ha fatto riportare all’Osservatore Romano l’incontro con Rubio come un normale appuntamento dell’agenda papale, seguito dall’udienza alle Guardie Svizzere e dalla visita ad limina dei Vescovi del Burkina Faso e Niger, il faccia a faccia fra il primo Pontefice americano e il cattolicissimo segretario di Stato è stato “molto più positivo e costruttivo di quanto si potesse prevedere alla vigilia”, lasciano intendere nelle ovattate stanze vaticane.

Il colloquio, ha confermato il comunicato ufficiale del Dipartimento di Stato, ha evidenziato “la solidità delle relazioni tra gli Stati Uniti e la Santa Sede, nonché il loro impegno comune a favore della pace e della dignità umana”. Come fanno capire sorrisi e atteggiamenti, papa Leone e Rubio si sono intanto intesi sulla base della reciproca sensibilità culturale latino americana risalente all’esperienza episcopale di Prevost in Perù e alle origini cubane del segretario di Stato dell’amministrazione Trump.

Un’intesa andata diplomaticamente oltre, pur partendo dal punto fermo della missione salvificatrice della Chiesa Universale, ribadita con filiale pragmaticità agostiniana dal 267° Vescovo di Roma che con un ampio sorriso e una battuta in slang americano della serie lasciamo perdere avrebbe replicato alle giustificazioni, definite motivazioni da Rubio, riguardanti i ripetuti inqualificabili attacchi e le accuse al tempo stesso ridicole e infondate rivolte da Trump a papa Leone XIV.

Lo snodo del colloquio è stata la speranza espressa dal pontefice del raggiungimento di un accordo di pace fra Stati Uniti e Iran. Situazione negoziale illustrata da Rubio, che ha fatto riferimento anche ai rischi determinati dal pericolo che l’ostinato piano nucleare dell’Iran potesse sfuggire di mano. Una sottolineatura per la quale Rubio ha scelto una ad una parole che non potessero mettere in imbarazzo il papa e, guardandolo negli occhi, gli avrebbe ha fatto capire la delicatezza del suo ruolo al cospetto della Santa Sede e di Trump, al quale dovrà poi riferire.

Non meno impegnativi per Rubio sono stati anche gli altri tre quarti d’ora di colloquio con l’omologo segretario di Stato Vaticano, cardinale Pietro Parolin, col quale dopo una panoramica complessiva della situazione, ha cercato di individuare le modalità di un inedito codice comportamento diplomatico per cercare di ammortizzare nei limiti del possibile le imprevedibili intemerate del presidente Trump. Smargiassate del tycoon che Marco Rubio senza profferire una parola in merito, avrebbe lasciato intendere che fanno disperare in primis gli ambienti della Casa Bianca.

Visto dal Vaticano l’incontro è stato un notevole successo perché oltre a rappresentare a livello internazionale una sorta di andata a Canossa dell’amministrazione americana, ha consentito a papa Leone XIV di ribadire punto per punto che la pace fra tutti i popoli della Terra é l’obiettivo primario ed ecumenico della Chiesa Universale, che non fa distinzioni e non accetta giustificazioni, o peggio alibi.

Per il resto, fra le tante forme di manifestazione indiretta della Provvidenza, in Vaticano sono in molti ad annoverare anche le invettive di Donald Trump contro il papa perché ne hanno paradossalmente amplificato in maniera esponenziale in tutto il mondo il ruolo di apostolo della pace ed investito di unanime credibilità e prestigio internazionale la portata di un pontificato appena iniziato sulla scia della latente, profonda, divaricazione all’interno della Chiesa fra tradizionalisti e progressisti lasciata gesuiticamente irrisolta da Papa Francesco.

Assieme alla metafora della Provvidenza che attraverso Trump ha rilanciato l’incidenza della Chiesa nella società contemporanea, in Vaticano aleggia anche un confronto storico con quanti considerano il 47° inquilino della Casa Bianca una sorta di moderno, meno truce, ma non meno pericoloso Attila, il Re degli Unni, coraggiosamente affrontato e convinto a ritirarsi con la sola parola del Vangelo, nella notte dei tempi del 452, da San Leone Magno predecessore più volte evocato di papa Leone XIV.

L’autorità spirituale e morale del papa, un’autorità sovrastante amplificata dallo stesso Trump, ha incanalato il confronto su un piano etico e religioso.

Gli spiragli della possibile fine del conflitto fra Stati Uniti e Iran, contribuiranno non poco a diradare ulteriormente la tensione unilateralmente creata da Trump, che non è escluso – lasciano capire in Vaticano – si possa a modo suo scusare con una delle ormai ricorrenti giravolte, magari chiedendo a Leone XIV una qualche compartecipazione di garanzia alla fase negoziale con Teheran.

In ogni caso Rubio ha centrato l’obiettivo della missione a Roma quello di mantenere costante il rapporto tra Washington e il Vaticano.

A parte la personale volontà e la buona fede del segretario di Stato americano, se non si dovesse risolvere il conflitto con l’Iran, potrebbe tuttavia riemergere un precedente storico che aiuta a decrittare la genesi delle tensioni attuali: la divergenza tra Giovanni Paolo II e l’America di George W. Bush alla vigilia della guerra in Iraq del 2002-2003. Quando gli Stati Uniti si preparavano all’intervento militare contro Saddam Hussein e il Vaticano fu tra le poche voci globali a opporsi con Wojtyla che parlò apertamente di guerra “ingiusta”, mettendo in guardia contro le conseguenze umanitarie e il rischio di destabilizzazione dell’intera regione.

Non una posizione sfumata, ma un’opposizione netta fondata sui principi morali prima ancora che politici, con la Santa Sede che promosse una vera e propria offensiva diplomatica inviando Cardinali e Nunzi apostolici a Washington e a Baghdad, e con lo stesso Giovanni Paolo II che ricevette emissari internazionali per scongiurare il conflitto.

Tutto inutile, l’amministrazione Bush andò avanti e si determinò una frattura evidente, che non assunse mai tuttavia lo sgradevole aspetto dello scontro personale diretto contro il papa. Come allora, Washington rivendica la legittimità delle proprie scelte strategiche mentre, a dimostrazione delle proprie profonde convinzioni religiose, la linea della Chiesa resta straordinariamente coerente nel tempo.

Dalla profezia della guerra destabilizzatrice di Giovanni Paolo II alla pace disarmata e disarmante di papa Leone XIV, il Vaticano è allineato su una posizione sempre evangelicamente identica: la guerra non é mai una soluzione e la pace non può essere considerata una debolezza.


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