Il raggiungimento di un accordo credibile tra Usa e Cina sulle dinamiche commerciali potrebbe essere una prima pietra per ricostruire le fratture, per garantire quella stabilità necessaria a bilanciare un rapporto tra due culture profondamente diverse, in cui la distanza ideologica è diventata cruciale in uno scenario mondiale sempre più fragile. L’analisi di Rita Fatiguso, senior China correspondent de Il Sole 24 Ore
I dazi, da soli, non riescono a invertire il corso della storia dell’economia globale degli ultimi trent’anni che ha visto Usa e Cina come protagonisti. Il vertice bilaterale di Pechino, messo in stand by dall’emergenza guerra contro l’Iran, ruoterà, ancora una volta, intorno al disequilibrio commerciale tra le due superpotenze. Pechino considera il declino americano sotto il filtro ideologico e coltiva il suo chinese dream, la Cina è sempre più una minaccia non solo economica, ma scientifica e militare per gli americani che vogliono tornare a contare. Il commercio è quindi solo la punta dell’iceberg, seguito da tecnologia, materie prime, sicurezza e zone di influenza.
Tuttavia il raggiungimento di un accordo credibile sulle dinamiche commerciali potrebbe essere una prima pietra per ricostruire le fratture, per garantire quella stabilità necessaria a bilanciare un rapporto tra due culture profondamente diverse, in cui la distanza ideologica è diventata cruciale in uno scenario mondiale sempre più fragile. Gli ultimi eventi hanno evidenziato che non si tratta solo di un vertice, o di una tregua commerciale, forse nemmeno di una questione di relazioni bilaterali. Si tratta di vedere se le due potenze possono costruire qualcosa di duraturo nello spazio sempre più stretto tra rivalità e rottura, tensioni e strette di mano. Xi Jinping invitò a cena Trump nella Città proibita, Donald Trump accolse Xi Jinping nella residenza privata di Mar-a-Lago. In apparenza, tra i due, come ama ripetere Trump, c’è una relazione speciale, straordinaria. Xi Jinping annuisce, tetragono.
Il copione dell’incontro in programma, fortemente richiesto da Trump e accettato con altrettanta convinzione da Xi Jinping, potrebbe essere quello già visto quasi un decennio fa, nel novembre del 2017: appena conclusa la sua prima (e unica, al momento) visita di Stato nella capitale cinese, l’allora neo presidente americano, dopo aver offerto il ramo d’ulivo di 250 milioni di dollari di contratti siglati dalle aziende americane al suo seguito, innescò quella guerra da 60 miliardi di dazi che si trascina e cresce ancora oggi in ossequio al motto America first del Maga, il movimento che punta a riportare gli Usa ai vecchi fasti da potenza industriale. Il primo anno del ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, infatti, è stato subito caratterizzato dalle battaglie tariffarie fino alla tregua precaria raggiunta a Busan, in Corea del Sud. Senza omettere il peso della spada di Damocle delle nuove tariffe che potrebbero scattare dopo la sentenza della Corte suprema degli Stati Uniti, a fine febbraio, di annullamento dei dazi emergenziali di Trump.
Le delegazioni si sono comunque incontrate a metà marzo a Parigi per il sesto round di negoziati. Il segretario al Tesoro statunitense, Scott Bessent, il vice premier cinese He Lifeng, la rappresentante per il commercio degli Stati Uniti Jamieson Greer, il capo negoziatore commerciale cinese Li Chenggang hanno fatto sfoggio di fair play, con un ritorno a vecchi temi, come l’espansione delle esportazioni statunitensi di prodotti agricoli ed energetici, insieme all’aggiunta di un elemento nuovo: l’introduzione di un meccanismo formale per gestire il commercio con Pechino, l’Us-China board of trade, in grado di identificare quali tipi di beni importare dalla Cina e quali esportare verso la Cina, per assicurare gli Usa di potersi concentrare sulle aree di mutuo beneficio. In realtà, è trascorso un decennio e il disavanzo cinese resta, anzi cresce a dismisura. Nel 2015 il famigerato trade surplus di Pechino era a 562 miliardi di dollari statunitensi, uno sbilancio per giunta definito recessivo a causa del declino dell’import (-13,2%) e dell’export (-1,8%). Nel 2025, il trade surplus ha toccato il record di 1,2 trilioni, nonostante i dazi americani. Il surplus complessivo, trainato dalla tecnologia verde e dalla forza manifatturiera, è aumentato del 19,9% rispetto al 2024.
E i rapporti con l’America? Nel 2015, la bilancia commerciale Usa-Cina registrava un deficit bilaterale di beni di circa 387,9 miliardi di dollari statunitensi. Nel 2025 si è ristretto a 202,1 miliardi (-31,6% sul 2024), quindi non di molto, anche perché la Cina ha compensato il calo nordamericano con altri mercati, i Paesi Asean, Africa, America Latina ed Europa. Di fatto, il Made in China continua a dilagare in tutto il pianeta, come un fiume che, rotti gli argini, deve trovare uno sfogo da qualche parte.
Come riusciranno i due giganti a gestire questa anomalia strutturale che non tocca solo gli Stati Uniti è difficile dirlo. Come gestiranno la concorrenza tra di loro e se ce la faranno è una questione fondamentale per il futuro del mondo. L’interrogativo che ha cominciato a farsi strada dallo scorso anno, nel bel mezzo dello scontro su commercio e tecnologia. Ora però anche Usa e Cina vivono un momento di straordinaria trasformazione, l’ordine creato dopo la Guerra fredda non regge più e chi meglio allora dei due Paesi con il maggior potere di dare una risposta, come Washington e Pechino, possono fornirne uno nuovo?
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