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Perché gli Stati Uniti non possono perdere l’Italia. Parla Flek (Atlantic Council)

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La visita di Marco Rubio a Roma è effettivamente un tentativo di ricucitura dopo le tensioni tra Trump, Meloni e il Vaticano. Sul tavolo sicurezza, Mediterraneo, Cina e il ruolo strategico dell’Italia negli equilibri transatlantici. Per il think tanker dell’Atlantic Council. il messaggio italiano espresso dal ministro Tajani è stato chiaro: “L’Europa ha bisogno degli Stati Uniti, ma è altrettanto vero che gli Stati Uniti hanno bisogno dell’Europa”

Non c’è un articolo sulla visita in Italia del segretario di Stato statunitense che non inizi con una contestualizzazione fattuale: Marco Rubio è arrivato a Roma, giovedì, in un momento particolarmente delicato per i rapporti transatlantici. In effetti, l’incontro con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è arrivato dopo settimane di tensioni tra l’amministrazione Trump, alcuni governi europei (tra cui quello italiano) e il Vaticano, sullo sfondo delle discussioni su sicurezza, presenza militare americana, tecnologia strategica e gestione delle crisi dall’Ucraina all’Iran

A leggere con Formiche.net la visita come un tentativo di ricucitura è Jörn Fleck, senior director dell’Europe Center dell’Atlantic Council ed esperto di relazioni transatlantiche e politiche europee. Il think tanker statunitense sostiene che Washington non possa permettersi di perdere il sostegno italiano, considerato strategico tanto per la proiezione americana nel Mediterraneo quanto per gli equilibri geopolitici più ampi, anche in vista del confronto con la Cina e del prossimo incontro tra Donald Trump e Xi Jinping.

La visita di Rubio a Roma arriva, come detto, dopo settimane di tensioni che hanno coinvolto sia Giorgia Meloni sia il Vaticano, ma anche nel pieno di discussioni sensibili sulla cooperazione in materia di sicurezza, sulla presenza militare americana, sulle tecnologie strategiche e sul ruolo più ampio dell’Italia nel Mediterraneo. Washington è impegnata a ricalibrare il rapporto con Roma dopo le recenti frizioni? E quanto è importante oggi l’Italia per la più ampia strategia geopolitica dell’amministrazione Trump?

Mi sembra che sia Marco Rubio sia Giorgia Meloni stiano cercando di ricalibrare il rapporto tra Stati Uniti e Italia. Per questa amministrazione, l’Italia è stata uno dei maggiori sostenitori europei. Perdere il sostegno di Roma rappresenterebbe un danno d’immagine per un’amministrazione che ha puntato ad allinearsi con governi europei ideologicamente affini — e l’Italia di Meloni era considerata uno di questi — nel tentativo di contrastare quella che viene descritta come la decadenza civile dell’Europa. Non è però chiaro quanto questa strategia possa essere efficace, soprattutto considerando le recenti minacce di Donald Trump di ritirare truppe americane dall’Italia.

Al di là della retorica della guerra culturale, l’Italia resta importante per la strategia geopolitica americana. Come ha evidenziato l’operazione in Iran, gli Stati Uniti hanno bisogno dei loro alleati europei, inclusa l’Italia appunto, per proiettare potenza all’estero. Il fatto che Roma e altri partner abbiano respinto alcuni di questi sforzi aiuta a capire perché Donald Trump abbia reagito in modo così negativo nei confronti dell’Italia. Nel tentativo di ricucire la frattura, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha confermato, dopo l’incontro bilaterale con Rubio, che l’Italia è pronta a schierare assetti navali e capacità di sminamento per contribuire alla riapertura dello Stretto, una volta raggiunto il cessate il fuoco, oltre a confermare l’impegno di Roma nella missione di peacekeeping in Libano.

Rubio viene percepito in Europa come una voce repubblicana più tradizionale e diplomatica rispetto a Donald Trump e ad altre figure dell’amministrazione. Dopo le recenti tensioni non solo con l’Italia e il Vaticano, ma anche con la Germania e il cancelliere Friedrich Merz, il Dipartimento di Stato può essere utilizzato per rassicurare gli alleati europei e contenere i danni politici provocati dalla retorica della Casa Bianca?

Sì, Marco Rubio rappresenta il “poliziotto buono” dell’amministrazione rispetto al “poliziotto cattivo” incarnato da Donald Trump e, in parte, da JD Vance. Il viaggio di Rubio a Roma probabilmente replicherà quanto visto alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, dove ha adottato toni molto più morbidi, pur senza differenziarsi sostanzialmente dal discorso pronunciato da JD Vance un anno fa. Dall’altra parte, il messaggio italiano espresso dal ministro Tajani è stato chiaro: “L’Europa ha bisogno degli Stati Uniti, ma è altrettanto vero che gli Stati Uniti hanno bisogno dell’Europa”. Resta però evidente che il potere decisionale è concentrato esclusivamente nelle mani di Donald Trump. Mi aspetto quindi che le capitali europee siano rassicurate dai toni di Rubio, ma che continuino anche a guardare a Washington per capire cosa verrà annunciato dalla Casa Bianca, ad esempio sul tema del dispiegamento delle truppe.

La visita di Rubio a Roma arriva anche pochi giorni prima dell’atteso incontro tra Donald Trump e Xi Jinping del 14-15 maggio, in un momento in cui l’attenzione strategica di Washington resta fortemente concentrata sulla Cina, nonostante la gestione della crisi iraniana continui a essere complessa. C’è il rischio che le frizioni transatlantiche possano indebolire la coesione occidentale proprio mentre gli Stati Uniti cercano di consolidare la propria posizione nei confronti di Pechino? E quale ruolo può avere l’Europa in questo contesto?

Queste preoccupazioni dovrebbero esistere, ma non vedo una particolare enfasi sulla coesione occidentale quando si parla di Cina. L’amministrazione sta lavorando in modo limitato su alcuni dossier, come la cooperazione sulle materie prime critiche, ma si tratta di iniziative circoscritte. L’Europa non avrà un ruolo centrale nelle discussioni tra Trump e Xi. In assenza di una strategia chiara da parte di Donald Trump nei confronti della Cina, e con la leva tariffaria dell’amministrazione indebolita dalle recenti decisioni dei tribunali, è probabile che l’Europa continui a mantenere un approccio almeno in parte prudente e bilanciato nei confronti di Pechino.


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