Skip to main content

Dall’Iran all’AI fino a Taiwan. Ecco cosa c’è sul tavolo del summit Trump-Xi

CONDIVIDI SU:
Aggiungi Formiche su Google

Nel briefing preparatorio al summit di Pechino, l’amministrazione Trump prova a mostrare fermezza su Iran, Taiwan e AI, ma il viaggio evidenzia anche il paradosso strategico americano: contenere la Cina restando al tempo stesso dipendenti dalla sua influenza geopolitica

Pechino ha confermato ufficialmente questa mattina le date della visita di Stato di Donald Trump in Cina – giovedì e venerdì, 14 e 15 maggio – e l’invito da parte del leader cinese, Xi Jinping, dando pubblicamente il via libera al primo viaggio di un presidente americano nel Paese in quasi un decennio, nonostante le ampie frizioni strategiche tra Washington e Pechino. Poco dopo l’annuncio, il ministero degli Esteri cinese ha fatto sapere che i due leader avranno scambi “sulle principali questioni riguardanti le relazioni bilaterali e la pace e lo sviluppo nel mondo”. La Cina e gli Stati Uniti “devono espandere la cooperazione e gestire le differenze nello spirito di uguaglianza, rispetto e beneficio reciproco, e fornire maggiore stabilità e certezza in un mondo trasformabile e volatile”, dice Pechino.

Poche ore prima, il dipartimento di Stato aveva tenuto un briefing con i giornalisti sull’agenda destinata a dominare il summit. La comunicazione è normalmente co-organizzata, quanto meno nei tempi di uscita pubblica, in queste occasioni. Il linguaggio però è frutto di interessi diretti. Le parole dette da Washington mostrano un’amministrazione che cerca di stabilizzare una relazione profondamente antagonistica senza apparire troppo morbida nei confronti della Cina. Al centro dei colloqui ci sarà l’Iran, o almeno così i funzionari di State fanno capire, anche perché il briefing arriva contemporaneamente all’annuncio del rifiuto da parte di Trump della proposta negoziale dell’Iran – la guerra dunque resta in tregua, ma sempre più instabile.

“Mi aspetterei che il presidente eserciti pressione”, spiega il funzionario che ha tenuto il briefing statunitense quando gli è stato chiesto se Trump spingerà Xi a limitare il sostegno cinese a Teheran. Da notare: oggi il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, è entrato a gamba tesa nella questione, dicendo ai giornalisti che lui sa di come i cinesi stanno aiutando gli iraniani – alludendo a un’assistenza anche militare diretta – sebbene non possa argomentare. State ha ricordato le recenti sanzioni americane contro società satellitari cinesi accusate di aver fornito immagini e servizi che avrebbero aiutato l’Iran a condurre attacchi contro forze statunitensi in Medio Oriente, così come le sanzioni del Tesoro contro una società con sede a Shanghai collegata all’importazione iraniana di sistemi di difesa aerea portatili prodotti in Cina.

Il messaggio di Washington è chiaro: l’amministrazione vuole che la Cina utilizzi la propria influenza sull’Iran in un momento in cui l’instabilità regionale rischia di allargarsi ulteriormente. Ma per tutta la retorica americana su pressione e deterrenza, Trump arriva a Pechino nella posizione insolita di dover contemporaneamente confrontarsi con la Cina e dipendere da essa. Chiedere a Xi di frenare Teheran significa riconoscere implicitamente che Pechino conserva una capacità di influenza che Washington non è in grado di replicare facilmente.

È qui che emerge l’asimmetria più delicata del summit. Qualsiasi cooperazione significativa da parte cinese arriverebbe quasi certamente a un costo politico o economico per gli Stati Uniti, mentre un eventuale rifiuto da parte di Xi lascerebbe Trump esposto dopo aver elevato il dossier iraniano a priorità dell’incontro. Il tentativo americano è responsabilizzare Pechino nella gestione delle crisi internazionali, un ruolo che la Cina tende però a interpretare esclusivamente secondo i propri interessi strategici: non aiutare Washington a chiudere una crisi aperta contro un partner vicino come l’Iran, oppure contribuire a una soluzione utile anche a Trump, salvo poi presentare il conto diplomatico. L’aritmetica geopolitica è dunque molto più complessa di quanto suggerisca la retorica pubblica.

Il contesto più ampio rafforza ulteriormente questo squilibrio. La Cina ha trascorso mesi a rafforzare i rapporti sia con l’Iran sia con la Russia, presentandosi in parte del Global South come un attore geopolitico più stabile rispetto agli Stati Uniti. I funzionari americani spiegano che Trump riprenderà con Xi anche le discussioni sulle esportazioni cinesi di tecnologie dual use e sulle reti di supporto che favoriscono Mosca e Teheran. Eppure, dal briefing non è emersa alcuna indicazione concreta che Washington si aspetti una svolta.

Questo tono prudente ha attraversato quasi tutti i principali dossier destinati a essere affrontati durante la visita. Su Taiwan, i funzionari hanno cercato di smorzare le speculazioni secondo cui Trump potrebbe offrire concessioni simboliche a Xi in cambio di cooperazione economica o di un aiuto sul dossier iraniano. Pechino ha intensificato la pressione sull’amministrazione affinché modifichi il tradizionale linguaggio americano e dichiari esplicitamente che gli Stati Uniti “si oppongono” all’indipendenza taiwanese, anziché mantenere la storica ambiguità strategica. “Non ci aspettiamo alcun cambiamento nella politica americana”, è la linea del dipartimento guidato dal segretario Marco Rubio, che anche dall’Italia aveva confermato la posizione pro-status quo su Taipei.

La rassicurazione arriva mentre crescono le preoccupazioni nell’Isola e in parte dell’establishment americano sul fatto che l’approccio transazionale di Trump possa alterare equilibri strategici consolidati da decenni. L’amministrazione ha approvato pacchetti record di vendita di armi a Taiwan, incluso uno da 11,1 miliardi di dollari annunciato all’inizio del secondo mandato di Trump, mentre starebbe ritardando la notifica al Congresso di un ulteriore pacchetto per evitare di compromettere il summit di Pechino. Ma la Casa Bianca non è del tutto soddisfatta: non è piaciuto un freno parziale messo dal governo del presidente Lai Ching-te agli approvvigionamenti militari.

La contraddizione fotografa la logica più ampia che oggi definisce la relazione bilaterale. Washington cerca di evitare un’escalation con la Cina mentre vuole accelerare al massimo, e contemporaneamente, la deterrenza militare nei suoi confronti.

Intelligenza artificiale e cybersicurezza stanno emergendo come un altro terreno in cui competizione e gestione del rischio tendono ormai a sovrapporsi. I funzionari statunitensi hanno spiegato che Trump e Xi discuteranno probabilmente dei rischi legati ai sistemi AI più avanzati e della possibilità di creare canali di comunicazione destinati a ridurre il rischio di errori di calcolo.

Ci sono preoccupazioni sulle capacità degli ultimi modelli di AI, serve esplorare “canali di deconfliction” e comprendere se c’è spazio per una co-gestione della più disruptive delle tecnologie emergenti. Co-gestione che dovrebbe basarsi su un elemento cruciale, la lealtà reciproca, che poggia su una dimensione di fiducia che probabilmente ancora manca.

Il linguaggio richiama le discussioni dell’epoca della Guerra Fredda sulla riduzione del rischio nucleare, anche se gli stessi funzionari hanno ammesso che non vi sono stati progressi concreti. Il più ampio dossier del controllo degli armamenti nucleari con Pechino è usato da paradigma: Washington riconosce ormai apertamente che la Cina non ha mostrato “alcun interesse” ad avviare negoziati formali sul controllo degli armamenti. Figurarsi sull’AI, la tecnologia che renderà tutto diverso, dalla scrittura alle armi atomiche. Se esiste oggi un quadro di stabilizzazione nelle relazioni tra Stati Uniti e Cina, esso assomiglia sempre più a una competizione strategica gestita piuttosto che a una reale distensione.

Anche il commercio riflette questa dinamica. La Casa Bianca ha annunciato che il viaggio di Trump potrebbe includere accordi nei settori dell’aerospazio, dell’agricoltura e dell’energia, mentre continuano le discussioni su possibili acquisti cinesi di aerei Boeing e soia americana. I funzionari hanno inoltre descritto piani per creare un “Board of Trade” dedicato ai prodotti non sensibili e un “Board of Investment” destinato a discutere questioni legate agli investimenti bilaterali. Ma gli stessi funzionari hanno ripetutamente ridimensionato le aspettative su un grande accordo economico. Non c’è alcuna proposta per un investimento massiccio.

Questa cautela riflette sia la realtà geopolitica sia i vincoli politici interni. Alla vigilia del summit, l’industria automobilistica americana e parlamentari di entrambi i partiti hanno intensificato le pressioni sulla Casa Bianca affinché non conceda alla Cina un maggiore accesso al mercato automobilistico statunitense, sottolineando quanto una più profonda integrazione economica con Pechino sia diventata politicamente tossica a Washington.

Anche la tregua commerciale raggiunta da Trump e Xi sei mesi fa durante il summit in Corea del Sud appare fragile. I funzionari hanno evitato di confermare se verrà estesa durante il vertice di Pechino o in una fase successiva.

Nel frattempo, la Cina arriva all’incontro da una posizione che i funzionari cinesi descrivono sempre più come di fiducia personale piuttosto che di vulnerabilità. La banca centrale cinese ha fissato il renminbi al livello più forte degli ultimi tre anni alla vigilia della visita, un segnale simbolico di stabilità finanziaria prima del summit. All’interno della Cina, inoltre, il sentimento nazionalista si è ulteriormente irrigidito, alimentato dalla percezione che Pechino abbia retto anni di pressione americana meglio di quanto molti si aspettassero. Scrivendo dalla Cina, l’analista Yanzhong Huang ha avvertito questa settimana che Trump arriverà in un clima caratterizzato da “nazionalismo crescente e hubris”, sostenendo però che un engagement americano costante e realistico resta essenziale per ridurre i rischi di errori di calcolo strategici.

Potrebbe essere proprio questa, alla fine, la misura più realistica del successo del summit. Né Washington né Pechino sembrano credere che una riconciliazione più ampia sia davvero possibile. L’obiettivo appare invece più limitato e difensivo: impedire che la rivalità scivoli verso una contrapposizione incontrollata, preservando allo stesso tempo limitate aree di cooperazione in cui entrambe le parti continuano a vedere un interesse reciproco.


×

Iscriviti alla newsletter