Mentre commercio globale, energia e catene del valore vengono ridefiniti, l’Africa CEO Forum 2026 di Kigali mostra l’ambizione del continente di superare il ruolo di semplice destinatario di investimenti per affermarsi come attore economico, industriale e politico del nuovo ordine geoeconomico. Al centro del dibattito ci sono scala, infrastrutture, capitale africano e “shared ownership”, cioè la capacità di partecipare al controllo del valore generato da tecnologia, energia e filiere strategiche, nel quadro dell’AfCFTA e delle nuove partnership internazionali, inclusa quella con l’Italia del Piano Mattei
Il 14 e 15 maggio Kigali (Ruanda) diventerà la Davos africana. L’Africa CEO Forum 2026 riunisce oltre 2.500 partecipanti tra capi d’impresa, investitori, ministri, istituzioni finanziarie e decisori pubblici, con una platea che rappresenta i principali attori economici del continente e il loro dialogo con i partner globali.
Al centro c’è una domanda concreta: “Il continente riuscirà a costruire la massa critica necessaria per contare nel nuovo ordine geoeconomico globale?”
Il tema scelto, “The Scale Imperative: Why Africa Must Embrace Shared Ownership”, è già una dichiarazione politica. Non basta più crescere. Bisogna partecipare al controllo del valore generato da capitali, infrastrutture, tecnologia e filiere produttive. “Scale or Fail” significa che o l’Africa compie il salto dimensionale necessario per competere, oppure resta esposta alla frammentazione dei mercati, alla dipendenza da capitali esterni e alla difficoltà di trattenere valore.
L’Africa non vuole più essere raccontata soltanto come promessa futura o terreno di competizione tra potenze. Vuole essere riconosciuta come soggetto economico, industriale e politico del presente.
L’Africa dentro il nuovo ordine geoeconomico
Negli ultimi anni la narrazione sul continente è cambiata. L’Africa non è più soltanto il luogo delle risorse, della demografia o delle opportunità future. È uno degli spazi in cui si misurano transizione energetica, sicurezza alimentare, materie prime critiche, infrastrutture digitali e ridefinizione delle catene del valore.
La novità è che molti Paesi africani non intendono più limitarsi a ricevere investimenti. Vogliono negoziare meglio, trattenere più valore, costruire campioni continentali e usare la competizione tra attori esterni come leva per aumentare il proprio margine di autonomia.
Il programma del Forum rende evidente questa trasformazione. Il panel di apertura parte dal presupposto che il commercio globale si sta riordinando, il multilateralismo si indebolisce e la dimensione competitiva diventa una forma di protezione. Il punto è trasformare la proprietà condivisa in pratica economica, facendo crescere capitale africano, infrastrutture comuni e regole capaci di sostenere un mercato continentale.
Il potere negoziale della capacità di crescita
Inserire la capacità di crescita come parte integrante del motto del forum suggerisce un significato politico. “Scale” significa capacità industriale, cioè la possibilità di produrre non solo per il mercato interno, ma anche per quelli regionali e globali. Significa finanza, con banche, fondi e mercati dei capitali capaci di sostenere investimenti di lungo periodo. Significa regole, con dogane più efficienti, standard armonizzati, sistemi di pagamento interoperabili e corridoi logistici funzionanti.
È qui che l’AfCFTA (African Continental Free Trade Area), l’area continentale africana di libero scambio, diventa una cornice essenziale. La sua credibilità si misurerà sempre meno sulle dichiarazioni di principio e sempre più sulla capacità di incidere concretamente sulla vita delle imprese, dai tempi doganali ai costi logistici, fino alla circolazione dei capitali, all’armonizzazione normativa e all’interoperabilità digitale.
Il concetto di shared ownership
Il concetto più delicato del Forum è quello di “shared ownership”,la proprietà condivisa. Chi possiede le infrastrutture? Chi controlla i dati? Chi decide le priorità di investimento, chi si assume i rischi e chi incassa davvero i frutti della crescita?
Per anni lo sviluppo africano è stato raccontato quasi solo come capacità di attrarre capitali dall’esterno. Oggi molti governi e molte imprese africane alzano l’asticella e dicono che non basta la creazione di valore, vogliono avere voce in capitolo su come viene generato e distribuito.
Infrastrutture, energia e digitale. La massa critica diventa concreta.
Il programma del CEO Forum di Kigali mostra dove la discussione si farà concreta: porti, corridoi, energia, data center, pagamenti, sanità, mobilità, agribusiness, logistica e industria.
Il panel “Think Bigger – Enter Africa’s new age of mega-projects” mette al centro una nuova stagione di grandi progetti trasformativi, dal corridoio legato a Simandou all’interconnessione Zambia-Tanzania-Kenya, fino ai porti in Marocco e al cavo sottomarino 2Africa. La questione è come renderli sostenibili, finanziabili e capaci di generare benefici diffusi.
L’energia è il secondo pilastro. Il panel “From Cargo to Kilowatt: Can Africa’s Gas Boom Power Africa?” affronta il tema di come trasformare una risorsa spesso orientata all’export in capacità produttiva interna. A questo si collega il “mineral-power nexus”, cioè l’integrazione tra miniere, energia e industria, visibile nei progetti tra Zambia, RDC e Namibia che puntano a legare rinnovabili, lavorazione mineraria e sviluppo industriale.
Il digitale è il terzo terreno, con “Rise of the BOTs”, dedicato a data center, cloud sovrani, identità digitale e piattaforme di pagamento.
Il tema degli investimenti attraversa tutto il Forum. Un panel dedicato alla nuova ondata di capitali Sud-Sud evidenzia il crescente peso dei Paesi del Golfo nei progetti greenfield africani, soprattutto tra energia e infrastrutture. La sfida sarà attrarre capitali senza riprodurre gli squilibri del passato.
La presenza dell’Italia
In questa partita, l’Italia può presentarsi a Kigali con una proposta coerente con la propria tradizione industriale e diplomatica.
La presenza, nel programma del 15 maggio, del side event “Italy Africa: A Partnership for Sustainable Growth” conferma la volontà di inserire il rapporto tra Roma e il continente africano dentro una discussione più ampia su crescita, sostenibilità degli investimenti e partenariati economici di lungo periodo, nel quadro del Piano Mattei.
Se la parola chiave è shared ownership, l’Italia può valorizzare una propria cifra distintiva attraverso partenariati meno verticali, più industriali e più radicati nei territori. Non solo opere o tecnologie, ma relazioni di lungo periodo in cui capitale, know-how, formazione e sviluppo di competenze locali si combinano.
Cosa leggere a Kigali
Da Kigali non arriveranno risposte definitive, ma alcuni segnali potranno dire molto. Il primo riguarda la capacità africana di trasformare la competizione tra attori globali in spazio di iniziativa propria.
Il secondo riguarda l’AfCFTA e la sua capacità di produrre effetti concreti: merci che si muovono più facilmente, capitali che circolano meglio, regole più prevedibili, imprese capaci di pensarsi oltre il proprio mercato nazionale.
Il terzo riguarda l’Italia. Kigali offre l’occasione per capire come la proiezione italiana verso l’Africa possa diventare più continua, industriale e riconoscibile. Non una presenza costruita solo su singoli dossier, ma una capacità di accompagnare progetti di dimensione continentale, con co-progettazione, valore condiviso e responsabilità di lungo periodo.
“Scale or Fail”, dunque. Ma con una precisazione importante. A Kigali non si parlerà solo del rischio di fallire. Si parlerà soprattutto della possibilità di crescere insieme, dentro una nuova stagione di responsabilità condivisa.
















