Alla lectio magistralis presso l’Università di Teramo, il direttore generale del Dis Vittorio Rizzi ha indicato nell’intelligenza artificiale una leva di crescita e, insieme, un terreno di rischio per la sicurezza nazionale. Al centro, ha spiegato, deve restare l’uomo: perché nell’epoca dell’infodemia la libertà di pensiero è già un’infrastruttura critica da proteggere
L’intelligenza artificiale non è un orizzonte da subire, ma una trasformazione da governare. Con una bussola precisa, che vede l’uomo restare al centro. È il messaggio affidato dal direttore generale del Dis, il prefetto Vittorio Rizzi, alla lectio magistralis tenuta all’Università degli Studi di Teramo, dal titolo “Human + Machine: sfide, opportunità e minacce”.
Nella Sala delle Lauree del Polo Spaventa, davanti a studenti, docenti e rappresentanti delle istituzioni, Rizzi ha scelto di partire da un assunto fondamentale: la sicurezza nazionale non è più materia confinata nei perimetri riservati dello Stato. È una questione che attraversa la società, l’università, il mondo della ricerca e la formazione delle nuove generazioni.
“Oggi l’intelligence incontra la comunità studentesca per avvicinare questo mondo alla società civile”, ha spiegato il direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, ricordando che la funzione dei Servizi è ormai sempre più intrecciata alle grandi transizioni del presente. “Parliamo di nuove tecnologie e sfide, ma soprattutto del ruolo centrale dell’intelligence come prima linea di difesa dello Stato”.
Il cuore dell’intervento è stato il rapporto tra innovazione e vulnerabilità. L’IA, ha osservato Rizzi, rappresenta “una grande opportunità di crescita” ma porta con sé, come ogni avanzamento scientifico, rischi che occorre riconoscere in tempo. Non si tratta solo di applicazioni industriali, pubbliche o militari. La rivoluzione tecnologica incide ormai sulla qualità dell’informazione, sulla capacità decisionale delle istituzioni, sulla tenuta delle democrazie e sulla stessa libertà dei cittadini di orientarsi tra vero, verosimile e falso.
È dentro questo passaggio che Rizzi ha collocato l’evoluzione del Dis. Struttura di raccordo tra Aise e Aisi ma non solo, oggi anche piattaforma strategica chiamata a integrare analisi, tecnologia, competenze e visione sistemica. Un Dipartimento che, nelle parole del prefetto, deve accompagnare il Paese dentro un contesto segnato dall’IA, dalle tecnologie quantistiche, dalla centralità delle infrastrutture digitali e da minacce sempre più ibride e multidimensionali.
Il nuovo profilo del Dis passa anche dagli investimenti in infrastrutture Ict, necessari a rafforzare la capacità computazionale nazionale e a difendere quella che Rizzi ha definito, in sostanza, una doppia sovranità tecnologica e cognitiva. La prima riguarda l’autonomia degli strumenti. La seconda, più sottile e forse più esposta, investe la capacità di una comunità nazionale di pensare, valutare e decidere senza essere deformata da campagne manipolative, ecosistemi disinformativi o processi di alterazione sistematica della realtà.
In questa direzione, il direttore del Dis ha precisato un principio, secondo il quale l’approccio deve restare sempre e comunque antropocentrico. La tecnologia può amplificare le capacità dello Stato, rendere più efficiente l’analisi, migliorare la prevenzione delle crisi. Ma non può sostituire il giudizio umano, né dettare da sola il senso delle scelte pubbliche. Soprattutto in una fase in cui l’infodemia, l’uso offensivo dei dati e la produzione artificiale di contenuti mettono sotto pressione il libero arbitrio e la libertà di pensiero. Due beni immateriali che, per Rizzi, costituiscono ormai “l’infrastruttura più critica”.
La lectio ha offerto anche uno sguardo sul ruolo del Dipartimento nella preparazione del Paese alle crisi sistemiche. Accanto alla tutela della continuità istituzionale, il Dis è chiamato a contribuire alla resilienza nazionale di fronte a shock trasversali, capaci di colpire simultaneamente sicurezza, economia, reti digitali e coesione sociale. È il terreno su cui si misura oggi l’intelligence contemporanea: non soltanto raccogliere informazioni, ma leggere in anticipo le traiettorie del rischio.
Il rettore dell’Università di Teramo, Christian Corsi, ha sottolineato il valore dell’iniziativa, inserita nel percorso dell’Ateneo volto a promuovere un confronto interdisciplinare sui grandi temi della contemporaneità. Iniziativa che, nel caso specifico, assume un significato ulteriore, coinvolgendo gli studenti di oggi e i professionisti di domani all’interno del dibattito sulla sicurezza nazionale e sulle sue sfide.
















