La Casa Bianca accoglie l’appello congiunto di Riad, Abu Dhabi e Doha di riaprire le trattative con l’Iran su nuove basi e stoppa l’offensiva militare su vasta scala prevista per la giornata odierna. Ma per Teheran il colpo di scena negoziale rappresenta l’ultima chance. L’analisi di Gianfranco D’Anna
Gioco delle parti in corso, ma precario, fra Teheran e Washington. Il regime degli ayatollah inscena l’ennesimo gioco delle tre carte e Trump, suo malgrado, si immedesima nella definizione di Taco, affibbiatagli dalla stampa Usa: tycoon always chickens out, fa sempre marcia indietro.
L’Iran ottiene l’intervento diplomatico di Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti per andare oltre, dietro le quinte, l’ultima proposta negoziale in 14 punti predisposta dai pasdaran e Trump sospende il conto alla rovescia della ripresa dei bombardamenti.
Teheran ha modificato in particolare, ma non si conosce ancora in che misura, l’iniziale rifiuto allo smantellamento del programma nucleare del quale accettava solo un congelamento a lungo termine. Resta incerta la destinazione dell’uranio già arricchito che secondo gli iraniani dovrebbe essere trasferito in Russia invece che negli Usa. Mentre per lo stretto di Hormuz rimane l’iniziale proposta di una riapertura graduale.
Anche se agli esperti di strategie politico militari la mossa iraniana appare come una calcolata oscillazione tattica, la Casa Bianca, impelagata nel braccio di ferro con il Congresso per i poteri presidenziali in caso di guerra ed assediata dai sondaggi negativi sulla crisi economica, non ha potuto evitare, come si dice a poker, d’andare a vedere l’eventuale bluff di Teheran, annullando gli ordini già emanati per una nuova fase di attacchi congiunti assieme ad Israele.
Lo stillicidio di proposte negoziali iraniane evidenzia forti contrasti all’interno del regime islamico. L’ala moderata guidata dal Presidente della Repubblica islamica Masoud Pezeshkian e dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi si contrappone all’oltranzismo fondamentalista dei pasdaran, capeggiati dal presidente del Parlamento Mohammad Ghalibaf, ossessionati dalla realizzazione della bomba atomica e dalla vendetta contro gli Usa, Israele e l’Occidente.
Le fazioni ormai tratterebbero, se non proprio l’una all’insaputa dell’altra, quanto meno su linee divergenti. L’intervento di Arabia Saudita, Emirati arabi e Qatar sarebbe stato infatti sollecitato da Pezeshkian e Araghchi.
Ma resta da vedere se ancora una volta, come avvenuto finora, gli accordi negoziali raggiunti con i moderati non vengano poi stravolti dai fondamentalisti.
Nonostante l’ostentato ottimismo, Trump ha infatti precisato di aver dato istruzioni ai vertici militari statunitensi di tenersi pronti a procedere con un attacco su vasta scala contro l’Iran in qualsiasi momento, qualora il tavolo negoziale dovesse fallire.
Il fulcro dell’accordo dal punto di vista di Washington resta assolutamente fermo e immutato e il presidente ne ha ribadito con forza il senso scrivendolo sui social a lettere maiuscole: “NESSUNA ARMA NUCLEARE PER L’IRAN”.
Una posizione che da un lato mantiene la massima pressione su Teheran, e dall’altro offre una sponda politica agli alleati arabi che temono le conseguenze della guerra totale che può abbattersi sui loro Paesi distruggendo le infrastrutture petrolifere.
Alle perplessità sull’effettiva prevalenza a Teheran della linea negoziale moderata, si aggiunge comunque l’incognita di come il regime degli ayatollah possa salvare la faccia e continuare a mantenere senza contraccolpi il potere assoluto sul martoriato popolo iraniano. Un’incognita che sembra allontanare l’epilogo del conflitto.
I mercati non si rassegnano però alla guerra e ai tempi lunghi dei negoziati e cercano sbocchi alternativi. Per bypassare Hormuz si è scatenata alla corsa ai trasporti su strada delle merci. Tutte le principali compagnie di navigazione, tra cui Msc, Maersk, CMA-CGM e Hapag-Lloyd, hanno attivato trasporti alternativi con autocarri dai porti del Mar Rosso e del Golfo dell’Oman, tra cui Yanbu e King Abdullah in Arabia Saudita e Fujairah negli Emirati Arabi Uniti, verso scali marittimi come Dammam in Arabia Saudita, Bassora in Iraq e Jebel Ali negli Emirati Arabi Uniti, il più grande hub della regione.
Sia l’Arabia Saudita che l’Iraq hanno aperto le loro frontiere ai camion provenienti dall’Iraq, dalla Giordania e dalla Turchia.
Tuttavia, come ha analizzato il Financial Times, i camion possono sostituire solo una frazione della capacità fornita dalle grandi navi portacontainer e da carico. La priorità dei trasporti riguarda i beni essenziali come cibo e forniture mediche.
La capacità dei porti attualmente utilizzati come depositi è però limitata e per smaltire l’arretrato occorreranno mesi. Ma al miraggio della de-escalation i mercati preferiscono la certezza di riannodare i fili degli interscambi internazionali.
















