Dal 19 al 21 maggio 2026, le forze armate russe e bielorusse hanno condotto un’esercitazione congiunta sulla prontezza delle forze nucleari di scala e tempistica inedite. Non si è trattato di una routine. Tre giorni di manovre hanno prodotto una sequenza di segnali strategici che, sommati al contesto geopolitico della settimana, meritano una lettura integrata, non come notizia di cronaca militare, bensì come indicatore di profondi mutamenti in corso nell’architettura della sicurezza globale. L’analisi del generale Ivan Caruso, consigliere militare della Sioi
L’esercitazione si è conclusa con una serie di lanci reali che ha coinvolto l’intera triade nucleare russa: un missile balistico intercontinentale Yars lanciato dal cosmodromo di Plesetsk verso il poligono di Kura in Kamchatka, un Sineva lanciato da un sottomarino strategico Delta IV nel Mar di Barents, uno Zirkon ipersonico da unità navale della Flotta del Nord verso il poligono di Chizha, e un Kinzhal ipersonico da un MiG-31. Le forze bielorusse hanno contribuito con un lancio di Iskander-M verso il poligono russo di Kapustin Yar. Putin e Lukashenko hanno seguito i lanci in videoconferenza, dichiarando tutti gli obiettivi raggiunti.
Numeri significativi: 65.000 militari, 200 lanciatori, 140 aeromobili, 73 navi di superficie, 8 sottomarini strategici. Non è una normale esercitazione autunnale — la serie Grom si svolge tradizionalmente in ottobre. Questa è stata convocata senza preavviso, a maggio, con tutto ciò che questo implica in termini di intenzionalità comunicativa.
Il timing non è casuale
La prima anomalia è il calendario. Le esercitazioni nucleari strategiche russe — denominate Grom (Tuono) — si tengono normalmente ogni ottobre. L’unico precedente di un’esercitazione a sorpresa fuori ciclo è l’estate del 2024, anch’essa non annunciata e calibrata su un preciso momento di dibattito occidentale. Oggi la tempistica risponde a una convergenza di almeno quattro variabili.
La prima è la guerra in Ucraina: le forze russe non hanno conseguito progressi significativi nell’offensiva primaverile 2026, mentre le unità ucraine continuano a colpire logistica e infrastrutture in profondità. La coercizione nucleare sostituisce la conquista territoriale come strumento di pressione. La seconda variabile è la fine del New Start, scaduto il 5 febbraio 2026: con l’ultimo regime di verifica bilaterale estinto, Mosca non ha più obblighi di trasparenza né vincoli quantitativi. La terza è l’incertezza sull’ombrello americano sotto l’amministrazione Trump. La quarta — e forse la più sottovalutata — è l’asse sino-americano.
Il fattore Pechino
L’esercitazione è stata annunciata poche ore prima della partenza di Putin per Pechino, dove è arrivato il 19 maggio — esattamente 48 ore dopo la conclusione della storica visita di Trump a Xi Jinping. La coincidenza non è fortuita. Mosca non sa nei dettagli cosa si siano detti Trump e Xi, e l’eventualità che Pechino stia ricalcolando la propria postura verso Washington rappresenta una variabile strategica di primo ordine per il Cremlino. L’esercitazione nucleare lanciata alla vigilia del viaggio cinese è anche un segnale verso Xi: la Russia rimane l’asse duro del fronte anti-occidentale e non intende essere marginalizzata da una distensione sino-americana.
A Pechino, Putin e Xi erano attesi per discutere di commercio, Ucraina e Medio Oriente, e per presentare una dichiarazione congiunta su un “mondo multipolare”. Lo sfondo è quello di due potenze che si coordinano per erodere l’ordine a guida americana, pur con interessi non sempre coincidenti.
L’Oreshnik in Bielorussia: il nuovo SS-20
L’elemento più rilevante sul piano europeo non è la triade strategica — è l’Oreshnik. Il sistema missilistico a raggio intermedio è operativo in Bielorussia dal 2025, con una gittata di 5.000 chilometri e una capacità ipersonica a Mach 10 che Putin ha descritto come non intercettabile. L’analogia storica con gli SS-20 degli anni Settanta e Ottanta è precisa: allora come oggi, Mosca ha schierato missili a teatro sul fianco occidentale europeo per produrre una crisi politica all’interno dell’Alleanza Atlantica. Allora non funzionò — la Nato rispose con Pershing e cruise e si aprì una crisi profonda prima di trovare una soluzione negoziale nel Trattato Inf del 1987. Oggi il Trattato Inf non esiste più, sepolto nel 2019, e non vi è alcun meccanismo diplomatico verso cui convogliare la pressione.
Le reazioni europee: difformità e urgenza
Le reazioni europee rivelano una frattura strutturale che Mosca conosce e coltiva. Il fronte orientale — Polonia e Baltici in testa — vive la minaccia in termini esistenziali e con piena consapevolezza delle traiettorie operative: l’Oreshnik da Bielorussia raggiunge Varsavia in pochi minuti. Il fronte occidentale risponde con la retorica della deterrenza robusta ma senza contromisure operative annunciate. La Nato, per voce del Segretario Generale Rutte, ha dichiarato di monitorare le esercitazioni e promesso una reazione “devastante” in caso di uso: formula necessaria ma insufficiente a produrre deterrenza tattica.
Sul piano europeo, la risposta più lucida era già maturata due mesi prima dell’esercitazione. Il 2 marzo 2026, alla base sottomarina di Île-Longue, Macron aveva annunciato il primo aumento dell’arsenale nucleare francese dal 1992 e presentato la dottrina della “dissuasion avancée” — deterrenza avanzata — aprendo formalmente l’ombrello nucleare francese a partner europei selezionati. Non una reazione all’esercitazione di maggio, dunque, ma una risposta strutturale anticipata allo schieramento dell’Oreshnik in Bielorussia, alla fine del New Start e ai segnali di disimpegno americano. La Francia si è resa conto per prima della traiettoria e si è mossa dottrinalmente prima che gli eventi la rendessero evidente a tutti. Ma il limite, per adesso, rimane strutturale: i Paesi Baltici, la Norvegia come la Finlandia — quelli geograficamente più esposti all’Oreshnik — non figurano tra i beneficiari designati dell’ombrello francese.
Steadfast Noon e la differenza che conta
Anche la Nato conduce esercitazioni nucleari annuali. L’ esercitazione Steadfast Noon 2025, svoltosi in ottobre nei Paesi Bassi con 65 aeromobili di 14 nazioni, ha segnato per la prima volta l’impiego degli F-35A come vettore nucleare primario, consolidando il passaggio dalla quinta generazione per le missioni di nuclear sharing. La differenza con le esercitazioni russe è tuttavia ontologica: Steadfast Noon viene annunciato in anticipo, dichiarato nei dettagli, condotto senza armi reali. Mosca lancia missili reali, senza preavviso, fuori dal calendario prestabilito. Sono due filosofie di deterrenza antitetiche — trasparenza contro ambiguità — e confonderle equivale ad adottare involontariamente la narrativa di equiparazione che Mosca persegue come obiettivo informazionale.
Prospettive: cosa puo’ cambiare
L’esercitazione russa del 19-21 maggio non ha cambiato gli equilibri militari. Ha cambiato le percezioni, accelerato i dibattiti e posto domande alle quali le capitali europee non hanno ancora risposte definitive. Mosca punta a dividere e intimidire — non a riarmare gli europei. Ma la coercizione nucleare sistematica produce effetti che sfuggono al controllo di chi la esercita: accelera il dibattito su una deterrenza europea autonoma, risveglia paesi storicamente refrattari come la Germania e legittima investimenti di difesa che fino a ieri erano politicamente impensabili. Nel tentativo di creare uno squilibrio permanente, Mosca rischia di costruire il presupposto strategico che voleva scongiurare.
















