Il saggio di Caligiuri non chiude un dibattito, lo apre. E lo apre nel punto giusto. Perché il futuro della democrazia non dipenderà soltanto dalle leggi elettorali, dai governi o dagli equilibri internazionali. Dipenderà dalla capacità dei cittadini di restare mentalmente liberi dentro ambienti costruiti per renderli prevedibili
Il saggio di Mario Caligiuri, “L’algoritmo educativo e i suoi nemici. Strategie pedagogiche per orientarsi nella metamorfosi del mondo”, appena pubblicato sul numero 1/2026 della rivista “Studi della Formazione” diretta da Alessandro Mariani, ha il merito raro di spostare il discorso sull’intelligenza artificiale fuori dal recinto tecnico e dentro il vero campo di battaglia: quello della formazione dell’uomo, della libertà del cittadino e della sopravvivenza stessa della democrazia. Non è un testo sull’educazione in senso scolastico, né un semplice intervento sul digitale. È, piuttosto, una riflessione strategica sulla nuova architettura del potere.
Caligiuri parte da una constatazione difficile da contestare: gli algoritmi non sono strumenti neutri. Sono dispositivi che osservano, prevedono, orientano. Hanno imparato a conoscere i desideri, le paure, le abitudini e le fragilità degli individui meglio di molte istituzioni pubbliche. Il loro obiettivo, finora, è stato quasi sempre commerciale: catturare attenzione, produrre dipendenza, trasformare il comportamento umano in profitto. Da qui nasce la domanda centrale del saggio: se gli algoritmi funzionano così bene per vendere, distrarre e manipolare, perché non potrebbero essere progettati per educare, rafforzare il pensiero critico e costruire cittadini più liberi?
Il capitalismo digitale come nuovo potere sovrano
La parte più convincente del lavoro è quella in cui l’autore lega il tema educativo alla struttura economica del capitalismo digitale. Le grandi piattaforme non sono più soltanto imprese. Sono poteri globali, spesso più ricchi, più rapidi e più capaci degli Stati. Dispongono di dati, infrastrutture, cervelli, denaro e influenza politica. Non producono soltanto beni o servizi: producono ambienti mentali.
Qui il saggio tocca un nodo decisivo. La vecchia economia industriale sfruttava il lavoro. La nuova economia algoritmica sfrutta l’attenzione, il tempo, l’identità, persino l’infanzia. Il consumatore non è più semplicemente persuaso: viene profilato, anticipato, guidato. In questo senso, il capitalismo digitale non conquista territori, ma coscienze. Non occupa città, ma abitudini. Non impone ordini, ma suggerimenti apparentemente innocui che, ripetuti ogni giorno, diventano destino.
È questo il punto più politico del saggio: l’algoritmo commerciale non vuole cittadini critici, ma utenti prevedibili. Non vuole persone capaci di dubitare, ma individui disponibili a reagire. L’educazione, allora, non è più un settore tra gli altri. Diventa una forma di difesa civile.
Una questione democratica, non solo pedagogica
Caligiuri coglie bene la sproporzione tra la velocità della trasformazione tecnologica e la lentezza della risposta democratica. Le istituzioni pubbliche regolano quando il fenomeno è già avvenuto. Le imprese digitali innovano, accumulano dati, conquistano mercati e soltanto dopo, eventualmente, arrivano le norme. È una rincorsa perduta in partenza.
Il paragone implicito con il nucleare è efficace. L’energia atomica, pur con tutti i suoi rischi, è rimasta essenzialmente nelle mani degli Stati. L’intelligenza artificiale, invece, è nata anche grazie a investimenti pubblici ma si è rapidamente concentrata nelle mani di soggetti privati. Questo crea una frattura democratica profonda: strumenti capaci di incidere sulla conoscenza, sull’opinione pubblica e sulla formazione delle decisioni collettive sono governati da logiche di mercato, non da criteri di responsabilità pubblica.
Da questo punto di vista, il concetto di algoritmo educativo è insieme affascinante e problematico. Affascinante perché prova a rovesciare l’arma dell’avversario: usare la stessa potenza di calcolo che oggi imprigiona l’attenzione per liberare intelligenza. Problematico perché apre una domanda enorme: chi decide che cosa sia educativo? Lo Stato? L’università? Le imprese? Una comunità scientifica? E con quali garanzie contro il rischio di trasformare l’educazione in una nuova forma di condizionamento?
Il fronte militare invisibile: la guerra cognitiva
Il saggio può essere letto anche in chiave strategico-militare. Oggi il dominio decisivo non è più solo terrestre, marittimo, aereo, spaziale o informatico. È cognitivo. La guerra contemporanea mira a colpire la percezione, la fiducia, la capacità di giudizio. Disinformazione, manipolazione emotiva, polarizzazione sociale e dipendenza dalle piattaforme sono strumenti di destabilizzazione tanto efficaci quanto un’arma convenzionale, spesso più economici e meno visibili.
In questo scenario, l’algoritmo educativo diventa una forma di difesa nazionale. Non nel senso propagandistico del termine, ma nel senso più alto: costruire cittadini capaci di distinguere, verificare, collegare, dubitare. Una società incapace di pensiero critico è una società militarmente vulnerabile, anche se dispone di eserciti moderni. Può essere piegata senza invasione, orientata senza colpo di Stato, frammentata senza bombardamenti.
Caligiuri, già autore di riflessioni sulla geopolitica della mente, inserisce qui un’intuizione potente: il campo di battaglia definitivo non è fuori dall’uomo, ma dentro di lui.
Geopolitica e geoeconomia dell’intelligenza artificiale
Il saggio assume anche un valore geopolitico. La potenza del XXI secolo dipenderà sempre meno soltanto dalle materie prime tradizionali e sempre più dalla capacità di governare dati, calcolo, reti, linguaggi, educazione e intelligenza collettiva. Chi controlla gli algoritmi controlla una parte crescente del comportamento sociale. Chi controlla la formazione controlla la qualità futura delle classi dirigenti.
Gli Stati che rinunciano a una strategia pubblica sull’intelligenza artificiale diventano periferie cognitive. Consumano tecnologie progettate altrove, adottano piattaforme straniere, delegano la formazione delle proprie opinioni pubbliche a imprese globali. È una forma di dipendenza meno spettacolare di quella energetica, ma forse più grave. Perché riguarda non ciò che un Paese compra, ma il modo in cui pensa.
Sul piano geoeconomico, la proposta di Caligiuri implica un ritorno dello Stato come investitore strategico. Non uno Stato burocratico che frena l’innovazione, ma uno Stato capace di orientarla verso fini pubblici. Qui il riferimento alla necessità di un’innovazione sostenuta dal potere pubblico è centrale: molte tecnologie decisive sono nate da investimenti collettivi, ma i profitti e il controllo sono poi migrati verso pochi soggetti privati.
Il limite del saggio: il rischio dell’utopia necessaria
Il punto più fragile, ma anche più stimolante, riguarda la praticabilità dell’algoritmo educativo. L’idea è forte, ma ancora da tradurre in istituzioni, regole, controlli, sperimentazioni. Il rischio è che il concetto resti sospeso tra pedagogia, etica e buona intenzione. Per diventare progetto storico, dovrebbe misurarsi con interessi giganteschi: piattaforme digitali, mercati pubblicitari, governi deboli, università spesso dipendenti da finanziamenti esterni, opinioni pubbliche già colonizzate dalla velocità.
Eppure proprio questa difficoltà rende il saggio importante. Non perché offra una soluzione definitiva, ma perché indica la direzione del problema. In un tempo in cui il dibattito sull’intelligenza artificiale si riduce spesso alla paura dei posti di lavoro perduti o all’entusiasmo ingenuo per le nuove applicazioni, Caligiuri ricorda che la questione vera è un’altra: quale tipo di essere umano vogliamo formare dentro un mondo governato da macchine capaci di apprendere?
Un libro breve su una questione enorme
La forza del testo sta nella sua ambizione. L’algoritmo educativo non è presentato come formula tecnica, ma come provocazione culturale e politica. È un invito a non accettare l’idea che l’innovazione debba coincidere per forza con il mercato, che la tecnologia debba essere guidata soltanto dal profitto, che l’educazione sia ormai troppo lenta per competere con la macchina.
La recensione più onesta, allora, è questa: il saggio di Caligiuri non chiude un dibattito, lo apre. E lo apre nel punto giusto. Perché il futuro della democrazia non dipenderà soltanto dalle leggi elettorali, dai governi o dagli equilibri internazionali. Dipenderà dalla capacità dei cittadini di restare mentalmente liberi dentro ambienti costruiti per renderli prevedibili.
In fondo, l’algoritmo educativo è questo: il tentativo di riportare l’uomo al centro della tecnologia, prima che sia la tecnologia a decidere che cosa debba diventare l’uomo.
















