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Legge elettorale, perché la governabilità è un falso mito. Scrive Mario Giro

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Più che un’anomalia, il pareggio è sempre più il riflesso della frammentazione delle democrazie contemporanee. Il parlamentarismo italiano ha saputo assorbire tensioni e trasformazioni politiche senza spezzarsi. Inseguire maggioranze artificiali in nome della governabilità rischia di produrre l’effetto opposto. L’esperienza europea mostra che neppure i sistemi presidenziali o bipolari sono immuni dall’instabilità. La vera sfida non è eliminare il compromesso, ma valorizzarlo come essenza della democrazia parlamentare. L’analisi di Mario Giro

Tutti a discutere di legge elettorale ma ci si chiede: davvero il pareggio sarebbe il “male della politica italiana” come si dice?

Lo sostengono coloro che auspicano un sistema in cui i cittadini possano comprendere subito chi ha vinto le elezioni.

A parte che nessuno l’ha mai chiesto direttamente agli italiani, tale visione è mutuata dai sistemi bipartitici o presidenziali, mentre da noi la Costituzione prevede che i governi nascano in parlamento.

La centralità del parlamento e le sue ampie prerogative sono al centro della costruzione costituzionale italiana del dopoguerra.

È semplice capirne la ragione: era il solo modo di ridurre al minimo ogni rischio di restaurazione dell’autoritarismo, ancora presente nelle mentalità degli italiani (residui che resistettero a lungo e esistono ancora oggi) ma soprattutto una maniera di mettere d’accordo le varie anime della politica italiana dell’epoca e segnatamente includere i comunisti.

Questi ultimi –inizialmente per nulla fan della liberaldemocrazia- sentirono di essere stati pienamente coinvolti nella stesura della Costituzione, tanto da restarle fedeli e abbandonando (progressivamente) ogni velleità rivoluzionaria.

Non fu un risultato da poco anche perché non sarebbe bastata la garanzia americana per ottenere un’adesione così convinta, duratura e pacifica del PCI.

Va detto anche che il parlamento italiano è stata una vera garanzia democratica del nostro paese e ha “digerito” qualunque cosa che potesse sabotare la democrazia: i comunisti degli anni Cinquanta e i neofascisti nostalgici, assieme ai qualunquisti del post guerra; e da allora i leghisti secessionisti, i populisti grillini adepti della democrazia diretta e gli estremisti di ogni risma.

Il parlamentarismo all’italiana (con i partiti) così vituperato, in realtà ci ha dato la forma repubblicana, la prosperità e lo sviluppo degli anni del boom, ci ha protetto negli anni difficili della guerra fredda e delle instabilità mediterranee; ci ha regalato l’integrazione europea e tanto altro.

Possiamo fare una lunga lista di difetti del nostro sistema, ma queste cose vanno messe in cima e ricordate con rispetto.

Cambiare il sistema per qualcosa di più “efficiente e rapido” nelle procedure è sempre un rischio e può essere un abbaglio: ci viene dall’aria del tempo e da una certa mentalità di provenienza economicista.

Competitività e spirito di mercato hanno anch’essi molti difetti ma soprattutto va ripetuto fino alla noia che la politica non è l’economia e che la democrazia è sempre un po’ disordine, flessibilità e lentezze procedurali.

Una delle caratteristiche della nostra democrazia parlamentare –si dice- è non decidere o non decidere abbastanza in fretta. Non si può negare, ma lasciar decantare non rappresenta sempre un limite, in particolare in tempi di politica emozionale come gli attuali.

Un esempio su tutti: la Brexit. in tempi caotici e confusi, tematiche complesse vanno affrontate con sapienza e prudenza. Basta guardarsi intorno in Europa per osservare che, se le lentezze mediterranee sono criticabili, anche certe rapidità nordiche non hanno dato buona prova di sé.

Oggi con la maturazione della democrazia italiana, sono sempre più numerosi i protagonisti politici e gli osservatori che mostrano insofferenza per il nostro sistema parlamentare, creatore di governi a tempo o tecnici (causa pareggio), soprattutto quando non c’è una maggioranza chiara.

Ma non esistono governi davvero tecnici: c’è sempre la politica a condurli, anche quando a palazzo Chigi c’è un non parlamentare o che proviene dalla società civile.

L’attuale governo di Giorgia Meloni dimostra che con una buona maggioranza si può governare con stabilità anche con il sistema che abbiamo.

Forzarlo per assicurarsi maggioranze stabili rischia di ottenere il risultato opposto. Infatti l’elettorato (italiano ed europeo) è divenuto molto variabile e incostante e non ama essere costretto in camicie di forza.

Lo constatiamo anche in sistemi tradizionalmente bipolari e/o presidenziali, che dovrebbero essere stabili per antonomasia ma che ora vanno a gambe all’aria.

Da tempo il parlamento britannico è divenuto un campo di battaglia malmostoso e i partiti si moltiplicano, superando il vecchio binomio conservatori/laburisti: non solo per la presenza dei libdem o del partito scozzese ma anche dei Reform di Farage, che addirittura ora hanno una scissione con i Restore.

Ne vedremo delle belle e sarà difficile in futuro comporre delle maggioranze stabili anche malgrado il sistema di voto a turno unico.

Stessa cosa in Francia: accanto al presidenzialismo che elegge un leader forte, non ci sarà mai più – è facile da prevedere- una “maggioranza presidenziale” classica all’Assemblea nazionale.

I prossimi inquilini dell’Eliseo dovranno abituarsi –come sta facendo Macron nel suo ultimo anno di mandato- a comporre con un parlamento senza maggioranza o addirittura ostile.

Lo stesso accade in Spagna e sta per accadere negli Stati Uniti, dove peraltro il potere del Congresso è sempre stato un contrappeso forte per la Casa Bianca. Immaginare formule magiche per “contenere” l’elettorato è una pia illusione che può provocare effetti boomerang.

Al contrario dovremmo valorizzare la nostra tradizione: l’esperienza italiana nel comporre maggioranze in praticamente tutte le situazioni.

D’altronde non è questo che ha permesso a tutte le forze politiche nazionali di andare al governo?

Non c’è partito in Italia che con la seconda repubblica non abbia fatto questa esperienza non comune.

I nostri vicini ci invidiano tale capacità; siamo noi a non capirlo, un po’ per mancanza di orgoglio e un po’ per peccato di esterofilia.

Avere un parlamento diviso è il destino delle democrazie di questo tempo: la frammentazione è nell’aria dovunque e la polarizzazione non diminuisce il problema, anzi lo amplifica.

Tocca imparare a comporre, a mediare, a fare compromessi.

Questa è il succo della democrazia: parlamenti vitali anche se un po’ caotici.

Da evitare parlamenti evirati: se non trovano una eco o uno sfogo nelle assemblee elettive, i malcontenti, le insofferenze e le inquietudini sociali si scaricherebbe altrove, per strada e nelle piazze o -peggio- in fenomeni eversivi.

Molto meglio avere tutto dentro che fuori il parlamento, a costo di tenercelo così com’è, pareggio o non pareggio.


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