Nel confronto sempre più teso con Pechino, Taiwan cerca nell’Ucraina una possibile strategia di sopravvivenza. Ma la sfida per Taipei non è accumulare nuovi armamenti, quanto quella di ricostruire quell’ecosistema tecnologico e operativo che ha permesso a Kyiv di compensare l’inferiorità militare rispetto alla Russia
Il fatto che Taipei continui a osservare con attenzione ciò che accade in Ucraina non dovrebbe stupire. D’altronde, se Kyiv rappresenta il laboratorio della guerra del XXI secolo, Taiwan è il luogo in cui quelle lezioni potrebbero essere messe alla prova in uno scenario completamente diverso, qualora prendesse luogo un eventuale invasione cinese. Nella testa dei decisori taiwanesi, costruire una strategia di difesa asimmetrica capace di rendere proibitivo, se non impossibile, un tentativo di sbarco dell’Esercito popolare di liberazione, proprio come l’Ucraina è riuscita a impedire alla Russia di conseguire una rapida vittoria nel 2022. Ma proprio mentre cresce l’interesse per il “modello ucraino”, aumenta anche il rischio di fraintenderlo. Il pericolo è quello di ridurre l’esperienza di Kyiv a un catalogo di sistemi d’arma, una sorta di lista della spesa da prendere nel bassopiano sarmatico replicare tale e quale nell’Indo-Pacifico. Sarebbe un errore strategico.
È questo il messaggio lanciato sulle pagine di Foreign Affairs da David Petraeus, ex direttore della Cia ed ex comandante delle forze statunitensi in Iraq e Afghanistan, insieme a Clara Kaluderovic, esperta di intelligenza artificiale applicata alla difesa. Per i due autori, la rivoluzione ucraina non risiede nell’hardware, ma nell’ecosistema che rende quell’hardware realmente efficace.
Kyiv non si è infatti limitata a introdurre nuovi strumenti sul campo di battaglia, ma ha costruito un modello operativo completamente diverso. Ha sviluppato una rete nazionale di sensori acustici per individuare i droni russi, ha realizzato il sistema Delta per integrare in tempo reale dati provenienti da sensori, ricognizione e intelligence, ha creato una Forza dei sistemi senza pilota come nuova branca delle proprie forze armate e, soprattutto, ha saldato in un unico ciclo operativo militari, ingegneri e industria. Il risultato è una capacità di adattamento che non si misura più in anni, come avviene nei tradizionali programmi di procurement, ma in settimane. Ed è proprio questa rapidità il vero moltiplicatore di forza. Ogni innovazione russa viene osservata, analizzata e trasformata quasi immediatamente in una contromisura. Software aggiornati continuamente, modifiche ai sistemi senza pilota, nuove tattiche e nuovi processi decisionali vengono sperimentati direttamente al fronte, accorciando drasticamente il ciclo tra esperienza operativa e innovazione tecnologica.
Secondo Petraeus e Kaluderovic, è qui che Taiwan rischia di perdere la lezione più importante. Taipei continua infatti a concentrare gran parte dei propri sforzi sull’acquisizione di piattaforme, mentre la costruzione dell’architettura che dovrebbe renderle efficaci procede molto più lentamente. Non è un caso che, ricordano gli autori, il Parlamento taiwanese abbia recentemente ridimensionato i finanziamenti destinati alla produzione nazionale di droni, pur mantenendo consistenti investimenti nei tradizionali sistemi d’arma di produzione americana.
Eppure una strategia di difesa asimmetrica non si costruisce acquistando equipaggiamenti. Si costruisce elaborando una dottrina, creando nuove strutture organizzative, coinvolgendo il settore privato, sviluppando software proprietari, rafforzando la guerra elettronica e rendendo l’industria nazionale parte integrante dello sforzo bellico. In altre parole, conta tanto il software quanto l’hardware. Lo dimostra anche uno degli esempi più significativi della guerra in Ucraina. Di fronte ai droni Shahed, relativamente economici, Kyiv ha progressivamente sostituito i costosissimi missili intercettori con droni difensivi molto meno onerosi, ribaltando il rapporto costi-benefici dello scontro. La vera innovazione non è stata l’introduzione di un nuovo sistema, ma la capacità di modificare rapidamente la logica stessa del combattimento.
Naturalmente, avvertono Petraeus e Kaluderovic, Taiwan non può limitarsi a copiare l’Ucraina. Le differenze operative sono troppo profonde. Kyiv combatte lungo un vastissimo fronte terrestre, mentre Taipei dovrebbe affrontare un’invasione anfibia, contrastare una delle più grandi flotte del mondo e resistere fin dalle prime ore a un’intensa campagna missilistica e aerea. Per questo la parola chiave non è imitazione, ma traduzione. Tradurre l’esperienza ucraina significa adattarne i principi al teatro indo-pacifico.
In definitiva, il vero insegnamento che arriva dal fronte ucraino non è racchiuso in un particolare drone o in uno specifico sistema d’arma. È nel metodo con cui Kyiv ha trasformato la propria inferiorità iniziale in un vantaggio competitivo. Ed è proprio questa capacità di adattarsi più rapidamente dell’avversario, più che la disponibilità di nuove piattaforme, che potrebbe rappresentare la migliore forma di deterrenza anche per Taiwan.
















