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Misure attive e attacchi ibridi russi in Italia. Lo spy game nostrano raccontato dal gen. Cristadoro

Di Nicola Cristadoro
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L’arresto di ex funzionari dell’Intelligence e militari accusati di spionaggio per conto della Russia riapre il tema della vulnerabilità italiana alle attività di Mosca. La vicenda può leggersi come un segnale della necessità di rafforzare il controspionaggio, monitorare con maggiore attenzione i possibili ambienti di reclutamento e intervenire prima che reti personali, ideologiche o associative possano trasformarsi in canali utili alla penetrazione straniera. L’analisi del generale Cristadoro

In più occasioni il ministro Crosetto ha ribadito l’esistenza della minaccia rappresentata dalla Federazione Russa nei confronti del Nostro Paese. Il 7 luglio è stata diffusa la notizia dell’arresto di due ex funzionari dell’AISI e quattro militari in servizio, con l’accusa di spionaggio a favore di Mosca. Vogliamo prendere in esame quest’ultimo, gravissimo, evento, che induce ad una serie di riflessioni nel dibattito sull’ingerenza russa in Europa e, in particolare, in Italia. Si pone, dunque, grande interrogativo: la Federazione Russa costituisce o no una minaccia per la stabilità in Italia e, in generale, in Europa?

Per i dettagli relativi all’episodio si invita alla lettura dei numerosi articoli che in questi giorni ne hanno diffusamente parlato. È interessante,  piuttosto, procedere ad un’analisi dello stesso, sulla base degli elementi disponibili. In primo luogo, sgombriamo il campo da ogni forma di scandalizzato sgomento che il misfatto potrebbe istintivamente suscitare:  il mondo dello spionaggio “attinge” dati e informazioni laddove vi siano bacini di interesse e accessi idonei alla loro raccolta e, pertanto, il fatto che siano state individuate delle spie tra ex agenti e militari in servizio non deve destare stupore. In realtà, gli aspetti di questa vicenda che fanno rabbrividire e devono indurre a qualche riflessione, sono due.

Il primo, in verità, rientra anch’esso nelle canoniche attività dell’intelligence. Parliamo, in generale, della scelta di vendere i nominativi dei nostri agenti operativi ad un paese straniero e, nel caso specifico, alla Russia. Un tale crimine può avere il giusto castigo solo nel gelo del nono cerchio dell’inferno, accanto a Giuda, Cassio e Bruto. Per comprendere invece l’aberrazione del secondo, tragico, aspetto della vicenda, è sufficiente riportare le parole apparse su Il Post dell’8 luglio, in riferimento a due dei protagonisti: “Piras comunque si sarebbe lamentato con Astakhov di aver ricevuto pochi soldi per le informazioni date finora. Gli avrebbe anche detto che ampliare la rete di informatori nei servizi segreti italiani non sarebbe stato difficile per i russi: «Basta pagare».” “Basta pagare”, dunque. Se è davvero così labile in Italia il concetto di “amor patrio”, allora il lavoro di coordinamento tra le Agenzie di sicurezza in materia di controspionaggio diventa sempre più cogente e, alla luce di quanto accaduto,  anche la protezione degli operatori onesti che ne fanno parte. Torniamo, però, al nostro spy game.

Innanzitutto vediamo chi sono i summenzionati Piras e Astakhov. Gavino Raoul Piras, 59 anni, ex funzionario dell’Aisi, in pensione da oltre dieci anni, in  possesso di un lungo curriculum, nel quale spiccano specifiche partecipazioni ad esercitazioni internazionali della Nato. Insieme a lui è stato arrestato Vincenzo Di Pasquale, 59 anni, anch’egli ex agente dell’Aisi, ora in pensione. Mikhail Vasilyevich Astakhov e Ivan Petrovich Gorbachev, invece, sono due alti ufficiali del GRU, l’intelligence militare russa, in servizio come addetti militari presso l’Ambasciata russa a Roma. In seguito al reclutamento dei summenzionati ex agenti italiani e della costituzione di una rete di spionaggio sul nostro territorio, il governo italiano ne ha decretato l’espulsione, come da prassi. Nel “gioco delle parti” che ne è seguito, l’ambasciatore russo a Roma Aleksej Paramonov ha formulato le immancabili “vibranti proteste”, corredate da minacce di ritorsioni da parte del Cremlino e esibendosi in una sorta di teatrino orientato a denigrare la nostra compagine politica.

Concentriamo la nostra attenzione sulla figura paradigmatica di Gavino Piras. In base a quanto asserito, sarebbe in pensione da oltre 10 anni, cioè da prima di aver compiuto 50 anni. In considerazione che il limite di età per il pensionamento dal Servizi è di 65 anni, che gli appartenenti agli stessi sono lautamente retribuiti e che all’atto della cessazione dal servizio attivo la “liquidazione” è cospicua, fa effetto sapere che il motivo che lo avrebbe indotto a tradire è la “vile pecunia”.

Facciamo una breve digressione. Quando non è costretto con il ricatto, le ragioni per cui un soggetto individuato come potenziale fonte accetta di essere reclutato da un servizio segreto straniero sono sempre le stesse: denaro, ideologia ed ego, inteso come desiderio di rivalsa/vendetta per insoddisfazione e rabbia maturate nel proprio ambito lavorativo. A livello di ego, la percezione del disconoscimento, vero o presunto, del proprio valore nel ruolo svolto, rappresenta una fortissima spinta motivazionale al tradimento del proprio paese, organizzazione o gruppo di appartenenza. Normalmente, nessuna delle tre cause indicate risulta disgiunta dalle altre; soprattutto ego e denaro sono motivazioni che troviamo sovente presenti contemporaneamente.

Torniamo, allora all’ex agente Piras e azzardiamo un’ipotesi. Se fosse stato mosso solo da motivazioni economiche, probabilmente non avrebbe lasciato anzitempo una professione lucrosa, quando ancora non era nemmeno lontanamente nelle mire dello spionaggio moscovita. È possibile, dunque, che la scelta che, anzitempo, lo ha indotto a cessare dal servizio sia stata dettata da una frustrazione di qualche natura? Non è dato di saperlo, lo scopriranno gli inquirenti responsabili dell’inchiesta; in certi ambiti, tuttavia, è sempre necessario tenere sotto osservazione le possibili reazioni dei dipendenti insoddisfatti, soprattutto se in possesso di un livello di “conoscenza” molto elevato. Questa è una delle tante funzioni della counterintelligence.

Per esperienza personale posso dire che tra le tipologie dei “bacini” in cui possono essere individuate figure di interesse per la raccolta informativa troviamo think tank che si occupano di intelligence e sicurezza, istituti di analisi geopolitica, sedi universitarie e associazioni d’arma. In questi contesti è facile che si inseriscano personaggi come i protagonisti della vicenda in esame per “sondare il terreno”, alla ricerca di potenziali fonti, consapevoli o meno, secondo i consolidati criteri della cara, vecchia, inossidabile humint.

Ecco, allora, che ritroviamo  il nostro ex agente con l’incarico di “economo” presso un realtà che può rappresentare un potenziale bacino di reclutamento per le peculiari figure che ne fanno parte: l’Associazione Nazionale Paracadutisti di Civitavecchia, il cui vicepresidente, Davide Piantanida, è un ufficiale superiore dell’Esercito Italiano. Paracadutista, in servizio presso il Centro di Simulazione e Validazione dell’Esercito, è uno dei quattro militari arrestati con l’accusa di far parte della rete di spie creata da Piras. Sarebbe bello pensare che, piuttosto che fonti consapevoli nelle mani di un agent handler, lui e gli altri appartenenti alle Forze armate arrestati fossero inconsapevoli latori di dati di poco conto, abbagliati dalle lusinghe della prospettiva di un inserimento in una delle Agenzie, convinti di mostrare la propria “conoscenza” e “competenza” a fidati personaggi  quali il “gatto” Piras e la “volpe” Di Pasquale. Sarebbe bello.

Chiediamoci, allora, su quale presupposto Piras si è trovato nella posizione di poter svolgere quell’incarico presso una sede dell’A.N.P.d.I. Come risulta dal suo profilo su Facebook, egli ha prestato servizio presso il 2° Btg. “Tarquinia”, l’unità operativa del 187° Rgt. Paracadutisti. Scriveva Piras su Facebook: “Il mio pensiero è sempre lì con i miei camerati di sempre e per sempre. Quella era un’Italia Vera, con Valori trascendentali nell’Anima. Ora vedo solo il vuoto in un Paese che stento a riconoscere almeno dal 2010.” Alla luce di queste affermazioni, allora, appare più verosimile l’ipotesi di una propensione a tradire per motivi ideologici, piuttosto che legati all’ego. Ma non basta. Un po’ alla volta emergono aspetti che costituiscono il filo conduttore in direzione della volontà e della capacità di penetrazione russa in ambienti permeabili per i disegni del Cremlino. Significative appaiono le parole di un ex militare, che ha prestato servizio anche lui nel 187° Reggimento della “Folgore”, espresse in difesa di Piras in un blog sul sito tuttomilitare.com, ma a noi interessa il seguente passaggio: “Personalmente ho sempre espresso rispetto nei confronti della Federazione Russa, del suo Presidente e dei suoi rappresentanti istituzionali, ritenendo la Russia una nazione con la quale l’Italia dovrebbe mantenere rapporti improntati al dialogo e al rispetto reciproco.”

Facciamo un salto indietro nel tempo e torniamo al 2016 quando, presso il Centro Culturale Russo a Roma, si è tenuta una cerimonia svolta per commemorare il Tenente Aleksandr Prokhorenko, paracadutista russo sacrificatosi a Palmira combattendo contro l’ISIS. Nell’occasione l’A.N.P.d.I capitolina ha voluto intitolare il 161° Corso di Paracadutismo alla memoria dell’eroe russo, con la seguente motivazione, riportata sul sito dell’Associazione: “L’ANPdI Roma, orgogliosa di riaffermare Valori immutabili nello spazio e nel tempo, riconoscente per la grande disponibilità manifestata dall’Ambasciata della Federazione Russa, e dal suo Centro Culturale, è fiera di dare così forma da un suo significativo desiderio”.

La figura del Tenente Aleksandr Prokhorenko, cui nulla va tolto come valore militare, in Italia è stata ampiamente sfruttata dalla propaganda moscovita. Nel 2017, infatti, presso il comune di Vagli di Sotto (Lucca), alla presenza di una nutrita delegazione dell’Ambasciata della Federazione Russa, è stato inaugurato un monumento dedicato all’ufficiale. Arriviamo al dicembre 2024, quando l’ambasciatore Paramonov, accompagnato dalla console russo a Genova Maria Vedrinskaya, si è recato a Vagli di Sotto in visita alla statua di  Prokhorenko. Nell’occasione, secondo quanto riportato sul sito Noi TV, Paramonov affermava testualmente: “Oggi migliaia di militari russi sono impegnati replicando le gesta eroiche compiute dai loro antenati, stanno bruciando e facendo esplodere i mezzi blindati, i carri armati e le unità di artiglieria della Nato, così da aprire la strada al ripristino di una vita pacifica che sia libera da un odio nazionalista e da una discriminazione etnica.” Alla cerimonia presenziavano anche i due ufficiali del GRU di cui si è detto, attualmente espulsi per spionaggio. Il cerchio si è chiuso.

A questo punto sembrerebbe proprio che l’ambiente dei paracadutisti italiani rappresenti un terreno di coltura estremamente interessante per gli agenti del Cremlino. In realtà è solo un esempio paradigmatico. In generale, tutte le Associazioni d’Arma rappresentano un obiettivo privilegiato per la diffusione della propaganda e la condotta di attacchi cognitivi tipici delle narrazioni putiniane, non solo, dunque, obiettivi per lo spionaggio come detto in precedenza. A scanso di equivoci, è opportuno precisare che, sotto il profilo della sicurezza nazionale, il problema non sono i paracadutisti, specialità con consolidate e nobili tradizioni patriottiche, cui vanno tributati ammirazione e rispetto, ma la predisposizione di tutti coloro che sostengono i deliri antioccidentali di Putin e dei suoi accoliti.

Qualche parola, infine, riguardo agli addetti militari.  In genere gli addetti svolgono un ruolo istituzionale e, al massimo, si può pensare che intrattengano rapporti con intermediari anonimi, incontrandoli occasionalmente e addirittura in paesi diversi da quelli in cui sono accreditati. I due addetti russi, invece, hanno incontrato le fonti in prima persona, nientemeno che in prossimità della loro ambasciata. Ora, va bene che godono dell’immunità diplomatica e che l’ambiente in cui operano è certamente più permissivo del loro paese, ma dopo il “caso Biot” certamente non possono ignorare che sono controllati e che, qualora colti in flagrante, ne subiscono le conseguenze. Per comprendere tale comportamento c’è una sola spiegazione, ascrivibile al quel cocktail di superficialità e indifferenza che da diverso tempo caratterizza molte iniziative dell’intelligence russa.

In conclusione, riprendiamo la domanda formulata in apertura. La Federazione Russa costituisce o no una minaccia alla stabilità in Italia? Parrebbe proprio di sì. Soprattutto in considerazione dell’appartenenza del nostro Paese all’Alleanza Atlantica, organizzazione decisamente invisa alla Russia, secondo quanto apertamente enunciato dall’ambasciatore Paramonov. A questo punto, si impone un’ultima osservazione. Si è detto della necessità di una maggiore collaborazione tra le Agenzie nazionali in materia di counterintelligence, ma non basta. È necessario che chi ne ha competenza, svolga un’attività preventiva più capillare ed aggressiva, ad esempio verificando a priori chi siano i partecipanti ad iniziative quali quelle organizzate da associazioni di un certo tipo o a qualsiasi evento che possa prefigurare la possibilità di compromettere la sicurezza nazionale da parte di agenti stranieri. Senza dubbio ciò è estremamente oneroso, non tanto in termini di dispendio di uomini e risorse, quanto di capacità di indagine e di analisi in termini di tempo e, tuttavia, è il modo per ottenere un livello di efficacia che consenta di prevenire, anziché, tardivamente, reprimere.

 

 


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