Il problema non è il sistema elettorale: è che il governo, da mesi, ha smesso di comandare la propria maggioranza. E finché questo non cambierà, ogni riforma — elettorale o meno — rischierà di trasformarsi nell’ennesima occasione persa. La riflessione di Francesco Nicodemo
Da mesi il governo Meloni non riesce più a incidere. Da quando il referendum sulla giustizia si è chiuso con una sconfitta che a Palazzo Chigi nessuno ha mai davvero metabolizzato, l’esecutivo naviga a vista: nessuna riforma di peso portata a casa, nessuna iniziativa che non finisca impantanata tra distinguo interni e prove muscolari delle opposizioni.
La bocciatura dell’emendamento Bignami sulle preferenze, arrivata ieri alla Camera, non è un incidente isolato. È la fotografia più nitida di questa immobilità che dura ormai da troppo tempo.
Il dato politico è brutale: non meno di quaranta franchi tiratori, nascosti dietro il voto segreto, hanno affondato un testo che la premier stessa aveva blindato, chiedendo alla sua maggioranza di “metterci la faccia”. Gliel’hanno tolta, la faccia.
E lo hanno fatto dall’interno della coalizione, non dai banchi dell’opposizione: un dettaglio che a Chigi si fa finta di non vedere, ma che pesa più di ogni altra cosa.
La reazione di ieri sera racconta più di mille analisi politiche.
Meloni, invece di ammettere che il problema è suo — di tenuta, di comando, di credibilità dentro la propria maggioranza — ha scaricato la responsabilità sulle opposizioni, evocando complotti e la solita “palude” parlamentare.
È una difesa piccata, quasi permalosa, che non regge alla prova dei numeri: se quaranta parlamentari di maggioranza affondano un provvedimento del governo, il problema si chiama coesione interna, non Pd o M5S. Puntare il dito altrove è comodo, ma è anche la prova che la premier non ha ancora trovato il modo di guardare in faccia la propria crisi.
E la minaccia delle elezioni anticipate, agitata come deterrente per tenere a bada i suoi, oggi è una pistola scarica.
Da ieri sera Meloni non è più così forte dentro la sua stessa coalizione: chi le ha votato contro nell’ombra ha dimostrato che il ricatto del voto anticipato non fa più paura a tutti, e che c’è chi è disposto a correre il rischio pur di non subire in silenzio le sue scelte.
È in questo vuoto di autorità che Roberto Vannacci può solo crescere, capitalizzando il malcontento di chi nel centrodestra non si sente più rappresentato dalla linea della premier.
Ogni giorno che passa senza una resa dei conti vera è un giorno in più che rafforza la sua capacità di ricatto interno, con Meloni sempre più costretta a guardarsi le spalle piuttosto che a governare.
A questo punto, forse, la mossa più razionale per Meloni sarebbe proprio affossare la riforma elettorale e tornare a votare con il Rosatellum.
Una legge che conosce, che ha già sperimentato vincendo, e che non la espone al rischio di un’ennesima sconfitta a mani nude in Aula, con tanto di telecamere puntate sul suo fallimento di leadership.
Insistere su una riforma che la sua stessa maggioranza non riesce nemmeno a votare compattamente significa esporsi ad altre imboscate, altri voti segreti, altre figuracce.
Il problema, in fondo, non è il sistema elettorale: è che il governo, da mesi, ha smesso di comandare la propria maggioranza.
E finché questo non cambierà, ogni riforma — elettorale o meno — rischierà di trasformarsi nell’ennesima occasione persa.
















