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L’incubo della guerra senza fine torna a Washington

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Di cosa parleranno lunedì alla Casa Bianca, se non della ripresa di una guerra totale all’Iran, Benjamin Netanyahu e Donald Trump? Sul tavolo del vertice fra il Premier israeliano e il Presidente americano ci sarebbero anche i piani di un eventuale intervento diretto sul territorio iraniano. L’analisi di Gianfranco D’Anna

Nessuno inizia una guerra che duri per sempre, eppure in Corea, Vietnam, Iraq ed Afghanistan i presidenti americani si sono ripetutamente trovati coinvolti in conflitti che sono durati fino ai loro successori alla Casa Bianca.

È anche il caso di Donald Trump? Nonostante i giuramenti elettorali di concludere in poche ore il conflitto in Ucraina e di non iniziare altre guerre, dopo 5 mesi di bombardamenti intermittenti, il 47° Presidente Usa è costretto ora a prendere in considerazione l’espansione dell’intervento militare degli Stati Uniti in Iran. Tanto da non escludere, scrive il Wall Street Journal, l’impiego di truppe sul territorio della Repubblica Islamica.

Secondo il quotidiano finanziario americano, le opzioni di Trump includono l’intensificazione degli attacchi aerei contro i siti energetici, l’invio di forze di terra sull’isola di Kharg e lungo le coste dello Stretto di Hormuz, nonché il bombardamento dei tunnel d’accesso al sito atomico sotterraneo di Pickaxe Mountain.

Nonostante i diversi piani operativi già predisposti, non è stata presa una decisione politica esecutiva per avviare operazioni terrestri limitate e graduali, ma il Pentagono dispone in Medio Oriente di varie unità di intervento immediato: l’82ma Airborne Division, ed il 31st e 11th Marine Expeditionary Units, appoggiati da una imponente flotta aeronavale in grado di impedire gli eventuali attacchi dei pasdaran.

“Gli Stati Uniti non vinceranno la guerra contro l’Iran per via aerea”, ha dichiarato al Financial Times Mark Esper, Segretario alla difesa durante il primo mandato di Trump.

“Come si fa a metterli sotto pressione?”, si è chiesto Esper, secondo il quale: “un’opzione è ricorrere a un attacco militare su vasta scala. L’altra è strangolarli economicamente. Ma questo per essere efficace richiederebbe tempo, pazienza e disciplina”, e soprattutto, ha aggiunto, un coinvolgimento internazionale.

Dunque, non più “si vis pacem para bellum“, ma piuttosto “si vis pacem…para culum“. Assieme alla battuta ironica, è questa la considerazione che riguardo all’Iran si sta facendo strada negli ambienti militari e dell’intelligence occidentali.

Mentre si susseguono da parte del Pentagono i bilanci dei bombardamenti che hanno finora colpito complessivamente circa un migliaio fra sistemi di difesa aerea iraniani, i radar costieri, postazioni di lancio di missili e dei droni e piccole imbarcazioni, ci si chiede perché Teheran, ormai senza difesa alcuna e con sempre più scarse capacità di reazione, si espone ad una ennesima sistematica distruzione delle proprie residue infrastrutture militari e civili.

Lo scontro all’interno del regime fra moderati e oltranzisti non spiega del tutto l’ostinata e per molti versi rovinosa strategia della guerra ad oltranza dei pasdaran.

Il timore degli analisti occidentali è che l’Iran stia disperatamente tentando di guadagnare tempo per occultare in bunker sotterranei irraggiungibili, come quello di Pickaxe Mountain, l’uranio arricchito in modo da continuare a sviluppare il programma nucleare o, molto peggio, per assemblare un rudimentale ordigno atomico.

Una prospettiva ritenuta remota, ma che allarma l’intelligence e i comandi militari americani ed europei. Un allarme accentuato dal delirante appello ad uccidere Trump, Netanyahu e tutti i leader occidentali (fra i quali la Premier Giorgia Meloni) lanciato personalmente da Mojtaba Khamenei, cioè dalla massima autorità statale della Repubblica Islamica.

Una tribale incitazione alla vendetta che mobilita tutti i fondamentalisti, i terroristi e i lupi solitari islamici del mondo e che, oltre agli Stati Uniti e ad Israele, rappresenta un vero e proprio attacco annunciato a tutti i paesi dell’Alleanza Atlantica.

Valutazione sulla quale, mentre i prezzi del petrolio stanno aumentando parallelamente ai contraccolpi per l’economia globale, si attende a breve una decisione politica e militare.

In caso di intervento diretto della Nato, in particolare dei reparti speciali di Stati Uniti, Inghilterra, Francia, Italia e Germania, la resistenza del regime degli ayatollah sulla pelle del popolo iraniano sarebbe destinata ad essere rapidamente piegata, in ogni caso più celermente rispetto ai tempi lunghi e all’incertezza dei soli bombardamenti aerei.

Un eventuale intervento che comporta gravi rischi, ma che libererebbe il mondo dall’incubo del fondamentalismo islamico iraniano che da quasi 50 anni lo minaccia.

Tuttavia, continuando a tergiversare e a oscillare fra una strategia e l’altra, Trump rischia di consentire agli iraniani di prepararsi ad attacchi terrestri, vanificando, quando eventualmente dovesse deciderli, parte del loro impatto offensivo.

Insomma, à la guerre comme à la guerre oppure i bombardamenti ed il caos inconcludente di Trump.


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