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Al Meeting di Rimini la vocazione civile dell’impresa cristiana. Scrive Delle Site

Di Benedetto Delle Site
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Dal Meeting di Rimini, la lezione di Léon Harmel e Leone XIII torna a interrogare il presente: nell’epoca dell’intelligenza artificiale, l’impresa è chiamata a riscoprirsi comunità e l’imprenditore a essere civil servant, mettendo innovazione, libertà e profitto al servizio della persona e del bene comune. Una riflessione che guarda alle nuove sfide del lavoro senza rinunciare alla forza profetica della Dottrina sociale della Chiesa. Scrive Delle Site

C’è un’immagine che riassume bene il significato del Meeting di Rimini 2026: Leone XIV visita la mostra dedicata a Léon Harmel, l’imprenditore francese che più di un secolo fa tradusse nella propria fabbrica quella concezione cristiana dell’uomo e del lavoro che avrebbe trovato nella Rerum novarum di Leone XIII una formulazione destinata a segnare la storia.

Da Leone a Leone, centotrentacinque anni dopo, ritorna la stessa questione: quale idea di uomo anima lo sviluppo? Era il problema posto dalla rivoluzione industriale; è quello che intelligenza artificiale, automazione e concentrazione del potere tecnologico pongono oggi.

Ed è proprio per questo che la Dottrina sociale della Chiesa torna a mostrare una sorprendente capacità di leggere il presente.

Léon Harmel non fu semplicemente un filantropo, ma un imprenditore che fece entrare la propria fede nell’intera realtà dell’impresa. Attorno al lanificio di Val-des-Bois costruì la “corporazione cristiana”: assistenza sanitaria, casse mutualistiche, pensioni, cooperative, scuole, formazione, compartecipazione agli utili e, dal 1883, un Consiglio di fabbrica nel quale proprietà e lavoratori diventavano cooperatori. Harmel voleva che gli operai fossero protagonisti nella risposta ai propri bisogni e nella gestione delle opere nate per soddisfarli: un’intuizione che anticipava quel principio di sussidiarietà che sarebbe divenuto uno dei cardini della Dottrina sociale.

È questo che lo rende così attuale. Le sue soluzioni appartengono all’Ottocento, il principio no: l’impresa è una comunità di persone prima ancora che un’organizzazione di fattori produttivi. In Harmel, soprattutto, l’innovazione nasceva dalla fede.

Il suo saldo ancoraggio alla tradizione della Chiesa gli consentì di essere, allo stesso tempo, sorprendentemente innovatore: la tradizione cristiana non impedisce di innovare, ma aiuta a comprendere per chi innovare.

Anche per questo ridurre Leone XIII alla sola Rerum novarum significa perdere la sua visione comoleta. Lo aveva compreso Augusto Del Noce, ricordando come lo stesso Pontefice avesse indicato nove grandi encicliche secondo un ordine non soltanto cronologico, ma logico, e domandandosi perché nessuno in Italia le avesse pubblicate insieme rispettando quellʼordine.

È l’invito che ho cercato di raccogliere nel volume La Dottrina sociale della Chiesa. La profezia di Leone XIII ai tempi di Leone XIV (Historica Giubilei Regnani 2026), che offre un’antologia delle nove encicliche del Corpus Leoninum e che abbiamo presentato al Meeting.

Di notevole interesse è che la questione operaia non viene per prima. Prima vengono la filosofia cristiana, la libertà umana, la famiglia, l’autorità, la società politica: l’economia è inserita dentro una concezione complessiva dell’uomo e della vita.

È una lezione preziosa nell’epoca dellʼiperspecializzazione settoriale e dell’intelligenza artificiale, perché produttività, competitività e nuove tecnologie non sono questioni neutre, ma dipendono dall’idea di persona che orienta le nostre scelte.

Qui il nome di Leone XIV acquista una forza particolare. Le res novae di Leone XIII erano la grande industria, il proletariato e il conflitto tra capitale e lavoro; quelle di oggi sono gli algoritmi, l’intelligenza artificiale, la crisi demografica e la concentrazione di capitale, conoscenza e dati. Non troveremo nelle encicliche dell’Ottocento le soluzioni tecniche del XXI secolo ma i principi che consentono di osservare giudicare e agire nella realtà ancor oggi.

Nel suo discorso al Meeting il Santo Padre Leone XIV ha offerto parole particolarmente significative per il mondo economico, chiedendo di liberare il lavoro dall’idolatria del profitto e indicando una responsabilità che comincia a partire dalle organizzazioni che abbiamo generato e nelle quali operiamo. Non è una negazione dell’impresa o del profitto, ma il richiamo a collocarli dentro un orizzonte più grande: quello della dignità della persona immagine di Dio e del vero bene comune.

Dʼaltronde la “profezia di Leone XIII” è proprio qui, i profeti non erano altro che annunciatori di Dio che invitavano i popoli a rifuggire gli inganni delle idolatrie del loro tempo.

In questa prospettiva acquista un significato particolare anche l’incontro del 26 agosto “Umanesimo integrale e economia civile”, nel quale ci confronteremo con il cardinale Angelo Bagnasco e interverranno insieme il presidente nazionale dell’UCID Paolo Porrino, il presidente nazionale della Compagnia delle Opere Andrea Della Bianca e il presidente della Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice Paolo Garonna, oltre ai rappresentanti di UNIAPAC (lʼinternazionale degli imprenditori cristiani) e dell’economia civile italiana.

È il segno possibile di una inedita alleanza tra realtà dell’economia cristianamente ispirata, chiamate a misurarsi insieme con intelligenza artificiale, natalità, lavoro, formazione, partecipazione e welfare.

È anche da questa convergenza che può riemergere la figura dell’imprenditore come civil servant. Non un servitore dello Stato, ma un servitore della società attraverso l’impresa. Chi investe, rischia capitale, crea lavoro, forma persone e trasforma territori esercita una libertà che porta con sé una responsabilità verso la comunità.

Significativo, in questo senso, anche il momento che gli imprenditori cattolici hanno dedicato al Venerabile Marcello Candia, sostenendone la causa di beatificazione. Candia esercitò pienamente le virtù dell’imprenditore – responsabilità, capacità organizzativa, intraprendenza, attenzione alle persone – e portò poi queste stesse qualità fino alla radicalità del dono: lasciata l’azienda, partì come missionario laico in Brasile, mettendo patrimonio, competenze e vita al servizio dei poveri, dei malati e dei più fragili.

La sua vicenda mostra la differenza tra produrre e generare. L’impresa crea beni, servizi, nuova ricchezza, senza i quali non può vivere, ma può generare anche competenze, responsabilità, opportunità e possibilità per altri di intraprendere. Harmel e Candia ricordano che la grandezza dell’imprenditore non consiste soltanto in ciò che costruisce, ma anche in ciò che rende possibile agli altri costruire.

È forse questo il contributo più interessante che l’imprenditoria di ispirazione cristiana può offrire oggi. Il profitto è necessario, ma necessario non significa ultimo: libertà economica, dignità della persona, senso della vita, responsabilità e bene comune possono animare la stessa impresa.

Il Meeting mostra infine una realtà che merita di essere riconosciuta: l’imprenditoria cattolica è ancora una presenza forte e vitale nel Paese.

Di fronte alle nuove res novae non vuole limitarsi a custodire una grande tradizione, ma tornare a esercitare la propria responsabilità nella società italiana. Essere civil servant significa servire la società facendo bene impresa, trasformando libertà, competenza e iniziativa in responsabilità per il bene comune.


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