Fioroni parte dal suo libro Ovunque è il centro per rilanciare una riflessione sulla politica come partecipazione e servizio al bene comune. Tra i focus: la crisi della rappresentanza, l’astensionismo e la necessità di ricostruire una cultura politica capace di tenere insieme identità, alleanze e visione. Con uno sguardo alle nuove generazioni e alla tradizione cattolico-democratica
Il centro, per Giuseppe Fioroni, deputato per cinque legislature e già ministro della Pubblica Istruzione, non è una casella da occupare sulla scheda elettorale né uno spazio da contendere tra destra e sinistra. È prima di tutto una cultura politica da ricostruire. È questo il filo conduttore di “Ovunque è il centro delle cose, della vita, della politica. Dialogo con Angelo Palmieri” (Rubbettino) il libro che Fioroni ha scritto al termine del suo impegno politico attivo, con l’obiettivo dichiarato di non fondare un nuovo partito ma di evitare che una tradizione politica – quella dei cattolici impegnati nella vita pubblica – venga dispersa. Una riflessione che oggi torna dentro il dibattito politico: dalla crisi dei partiti all’astensionismo, dal bipolarismo alla ricerca di un nuovo spazio centrista, fino al rapporto tra identità e alleanze. Fioroni guarda soprattutto alle nuove generazioni e alla necessità di tornare a concepire la politica come strumento di partecipazione e servizio al bene comune.
Perché oggi sentiva la necessità di scrivere un libro sul centro?
Io ho scritto questo libro al termine del mio impegno politico attivo. E ci tengo a precisarlo: non debbo fondare un nuovo partito politico. Avverto però la necessità che la mia storia, la mia tradizione culturale e quella dei cattolici impegnati in politica non scompaiano. È un libro che vuole stimolare le generazioni e costruire un ponte, affinché le giovani generazioni avvertano la necessità di esserci. La politica è lo strumento con cui si serve il bene comune. Paolo VI diceva che la politica è una forma alta di carità. Noi dobbiamo avere la consapevolezza di essere una minoranza nel Paese, come cattolici, ma abbiamo l’imperativo etico di sporcarci le mani e di essere al servizio del Paese.
Lei viene dalla Democrazia cristiana. Che cosa resta oggi di quella cultura politica?
Io vengo da una Dc che si basava sul radicamento nel territorio, sull’idea di stare dove c’è bisogno, dove c’è una necessità. Oggi non possiamo riproporre semplicemente quella esperienza, ma possiamo recuperare il principio che la politica debba essere presenza e responsabilità. Bisogna far capire alle nuove generazioni che esserci è una responsabilità. Significa servire il bene comune e avere il coraggio di mettersi in gioco, con la schiena dritta e in grande libertà.

E qui arriviamo al tema del centro. Oggi il centro è ancora una categoria politica o è diventato soltanto una definizione elettorale?
Il centro va costruito. Mi auguro che ci sia la possibilità di costruire una forza che sappia seminare e far germogliare una presenza politica. Anche con il coraggio, eventualmente, di andare da soli. Ma il centro non può essere soltanto una collocazione geografica tra destra e sinistra. Deve avere una cultura, dei valori, una capacità progettuale. Occorre tanta umiltà e tanto coraggio. Bisogna avere la capacità di dire: ci siamo e ci vogliamo essere.
Ma in un sistema sempre più polarizzato, quanto spazio può esserci per una forza di centro?
Noi viviamo in una democrazia che rischia di essere senza voti. E una democrazia si impoverisce se non ci sono i voti. La democrazia è partecipazione e la nostra Carta si basa sulla partecipazione. Se la politica diventa soltanto la competizione tra schieramenti e non riesce più a coinvolgere le persone, perde la propria funzione.
Il vero problema, quindi, è anche l’astensionismo.
Certamente. Non possono vincere le elezioni gli astenuti. Se una parte sempre più grande dei cittadini non partecipa, significa che dobbiamo interrogarci sulla capacità della politica di rappresentare e coinvolgere. I partiti devono tornare a essere strumenti di partecipazione. Ma lo sono soltanto nel momento in cui generano essi stessi partecipazione.
Nel libro riemerge spesso la figura di De Gasperi. Qual è oggi la sua lezione più attuale?
Soprattutto quella sulla cultura dell’alleanza. Le alleanze sono necessarie, ma bisogna farle con la schiena dritta, senza rinunciare alla propria identità. Non si può pensare che per costruire un’alleanza sia necessario cancellare ciò che si è. Le alleanze si fanno sulla base di valori, idee e progetti. De Gasperi ci insegna proprio questo: il coraggio di stare insieme agli altri senza perdere la propria identità.
Quindi identità e alleanze non sono necessariamente in contraddizione?
Assolutamente no. Anzi, un’alleanza ha senso se ciascuno porta la propria identità. Altrimenti diventa soltanto un accordo elettorale. Io credo che oggi serva proprio il coraggio di esserci con la propria base valoriale, senza rinunciare alla capacità di costruire alleanze.
Il suo libro, però, non sembra essere tanto un manifesto per un nuovo partito quanto un appello a ricostruire una cultura politica. È così?
Esattamente. Non ho scritto questo libro per fondare un partito personale. Ho scritto perché non voglio che una tradizione culturale scompaia. Se poi questa cultura sarà capace di generare una nuova presenza politica, ben venga. Ma prima vengono le idee, i valori, la capacità di progettare. Gli strumenti vengono dopo.
E quali dovrebbero essere le priorità di questa nuova stagione politica?
Progettazione e visione. Il combinato disposto tra legge elettorale e ricerca della stabilità non può essere sufficiente. La stabilità la garantiscono i progetti, le idee e i valori. Se manca una visione del Paese, nessuna legge elettorale può risolvere il problema della politica.
A chi si rivolge, allora, soprattutto il suo libro?
Alle nuove generazioni. Vorrei che avvertissero la necessità di esserci. Non possiamo lasciare loro soltanto una politica fatta di contrapposizioni e di leadership. Dobbiamo trasmettere l’idea che la politica è servizio, partecipazione, responsabilità. E che per esserci bisogna avere il coraggio di mettersi in gioco, con la schiena dritta e in libertà.
Se dovesse sintetizzare in una frase la sua idea di centro, quale sarebbe?
Che il centro non è un luogo in cui stare, ma un luogo in cui andare. È ovunque ci sia una persona, una comunità, un bisogno, una necessità a cui dare risposta. Per questo ho scelto quel titolo: Ovunque è il centro. E per questo continuo a pensare che la politica abbia bisogno di umiltà e coraggio. Soprattutto del coraggio di dire: ci siamo e ci vogliamo essere. Perché non possono vincere le elezioni gli astenuti.
















