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Vi racconto l’eterno ritorno del populismo. Scrive Cadelo

Di Elio Cadelo
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Il populismo tende a sostenere che, una volta identificata una volontà autentica del popolo, gli ostacoli istituzionali frapposti alla sua realizzazione debbano essere considerati illegittimi. Ed è su questo terreno che populisti di destra e di sinistra, pur partendo da valori e obiettivi profondamente differenti, mostrano una significativa parentela strutturale. L’analisi di Elio Cadelo

Da un punto di vista storico, il populismo fa la sua comparsa nella Russia zarista nella seconda metà del XIX secolo, dove un gruppo di intellettuali appartenente alla borghesia fonda il movimento Narodnichestvo (populismo, in russo), con lo scopo di esortare i politici ad andare verso il popolo che, secondo loro, deteneva la necessaria forza vitale per rigenerare la società russa che sembrava destinata ad un inesorabile declino. Nel 1892 quest’idea attraversò l’oceano e fece la sua comparsa negli Stati Uniti con la fondazione del People’s Party (noto anche come populisti della prateria) che si proponeva di difendere gli interessi dei contadini del Midwest preoccupati dell’impoverimento causato dall’avanzata del capitalismo che stava modificando profondamente la società.

Sia in Russia sia negli Stati Uniti, questi movimenti, oggi comunemente definiti “protopopulisti”, intendevano rappresentare le istanze degli esclusi e degli sfavoriti dal sistema politico ed economico, cioè il “popolo”, con rivendicazioni anticapitalistiche, anticolonialiste e antimoderniste che avevano lo scopo di riportare la società ad un ordine antico, mitico e socializzante di un tempo. Il populismo nasce, e si afferma, quindi, come un’ideologia che considera la società divisa in due gruppi omogenei e antagonisti: da una parte il popolo genuino e dall’altra l’élite (politica, economica, culturale) corrotta al servizio di poteri colonizzatori. I populisti, infatti, si autodefiniscono tali poiché difensori di quella parte della nazione dimenticata (o che si percepisce come tale), governata da gruppi che non sono espressione della volontà del popolo ma fantocci al servizio di gruppi di potere che non hanno alcuna intenzione di migliorare la condizione degli svantaggiati.

I movimenti populisti si sono sempre presentati sulla scena politica come rivoluzionari il cui fine principale era redimere la società rimuovendo le cause delle disuguaglianze e delle sofferenze. Non è un caso che la gran parte degli studiosi che si sono occupati del populismo come fenomeno sociale ha notato in questi movimenti una matrice pseudoreligiosa che li collegava in varo modo a specifiche teologie e ideologie religiose. Anche se in ambito sociale non esiste alcuna definizione di popolo, i populisti si sono sempre posti come strumento del popolo contro il sistema cercando di risvegliare sentimenti di carattere mistico-religioso. Sotto certi aspetti i movimenti di questa natura che si sono avvicendati nella storia recente, almeno nella prima fase della loro comparsa, si sono posti come strumento di “purificazione e di salvezza della società”. Il popolo, come il corpo umano, è vulnerabile e va difeso dalle malattie e dalle infezioni esterne (da qui il razzismo, l’antisemitismo, l’anticapitalismo ecc.).

Ne consegue che il populismo, poiché esprime una visione della realtà profondamente moralistica, il popolo sovrano decide a unanimità, è inevitabilmente in conflitto con la democrazia liberale. In altre parole, poiché tutti coloro che fanno parte del popolo la penserebbero allo stesso modo in quanto parte di un unico “corpo sociale”, l’idea di garanzie istituzionali per le minoranze dissenzienti è, nella migliore delle ipotesi, del tutto superflua se non, addirittura, una minaccia. Per i populisti l’insieme di queste garanzie è la prova di come l’élite corrotta vuole sottrarre potere al popolo: da qui la diffidenza verso la modernità, l’innovazione e la scienza.

Da questo punto di vista è interessante ricordare Antonio Salazar, che era così orgoglioso di aver protetto il suo popolo dal male e dal peccato della modernizzazione, rispondendo a un giornalista che gli chiedeva se non si sentiva frustrato per aver mantenuto il Portogallo lontano dalla modernità e dal liberismo, rispose, “E le pare poco?”. Non diversamente da Francisco Franco in Spagna che riteneva la sua “democrazia organica” necessaria per difendere il popolo cattolico dal comunismo e dal laicismo.

Entrambi i dittatori sostenevano di ispirarsi alla Rerum Novarum di Leone XIII che aveva preso posizione contro l’individualismo liberale e la lotta di classe. Leone XIII promuoveva, invece, il solidarismo, l’organicismo sociale e l’associazionismo professionale dando vigore all’idea organicista della società (coerente con la visione cristiana) che considera il popolo come un unico “corpo” da proteggere sia dai conflitti interni sia da quelli esterni. L’organizzazione della società in corporazioni era uno degli aspetti necessari per istituzionalizzare i conflitti. L’organicismo, in versione anti-liberale e anti-capitalista, è stato parte anche dell’ideologia della sinistra marxista. É nota l’affermazione di Fidel Castro: “Non importa quanto siamo differenti uno dall’altro, perché tutti insieme siamo uno” (Castro, 17.11.2005) o la più famosa El pueblo unido jamàs serà vencido!. Anche il Peronismo, soprattutto quello di Eva Peròn, non si sottraeva a quest’idea: il 1° maggio 1952, poco prima della sua scomparsa, in Plaza de Mayo, in un celebre discorso rivolto ad una piazza gremita disse: “Sono con voi per essere un arcobaleno d’amore tra il popolo e Perón”.

Il populismo promette di incarnare la volontà unificata del popolo minando le trame egoistiche dell’élite al potere. Questa è stata la posizione del fondatore del Front National in Francia, Jean- Marie Le Pen che nel 2007 dichiarava: “Darò voce al popolo!”. Ma il salto di maggiore interesse è stato compito dalla sinistra con La France insoumise di Jean-Luc Mélenchon, probabilmente uno degli esempi più significativi della nuova sinistra populista, che ha teorizzato la sostituzione della centralità del concetto di classe con quello di popolo.

Esplicito il documento del 2017 nel quale propone una “révolution citoyenne” nella quale “la souveraineté du peuple” sostituisce i giochi degli apparati; il compito non sarebbe riunire i partiti di sinistra, ma “fédérer le peuple”, farne il protagonista della trasformazione e favorirne l’auto-organizzazione. La France insoumise, in Francia, Syrza in Grecia e Podemos in Spagna, sono tutti debitori di due accademici di sinistra: Chantal Mouffe e suo marito Ernesto Laclau che con le loro opere su “marxismo e populismo” hanno inspirato la gran parte dei movimenti populisti di sinistra europei e indirettamente anche di destra come Vox in Spagna.

Pure gli Stati Uniti hanno avuto la loro svolta populista con Donald Trump che durante la sua campagna elettorale del 2016 riuscì a penetrare tra i blue-collar-workers, cioè i lavoratori meno qualificati e meno pagati, interpretando i loro sentimenti e lo fece invocando maggiore sicurezza, un’industria più forte, il controllo delle frontiere per evitare che l’ingresso di grandi masse di immigrati facesse abbassare i salari, riduzione della spesa pubblica e così via. Trump si è mosso in rotta di collisione con quanto andava affermando Barack Obama che aveva promosso invece l’uguaglianza, il multiculturalismo, l’ambientalismo, la lotta al cambiamento climatico, ecc. Non è un caso che nel suo discorso di insediamento del 2017 avesse affermato senza mezzi termini “Stiamo spostando il potere da Washington per restituirlo a voi, il popolo”.

In Italia la galassia dei partiti di sinistra e di estrema sinistra non fa più riferimento alle classi lavoratrici, ma al popolo. Si pensi a Potere al Popolo o a Unione popolare, al Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e altri che fanno esplicito riferimento al popolo e agli italiani. In principio, però, fu Palmiro Togliatti che nel Pci cominciò a sostituire alla “classe operaia” il “popolo italiano” e “le masse popolari”. In questo seguito dal Partito Democratico che nel Manifesto dei valori del 2008 si autodefinì esplicitamente una “grande forza popolare” e di voler “mobilitare le energie e i valori del nostro popolo”.

Un salto ideologico- culturale della sinistra europea che, come è stato detto – ha il suo teorico nell’argentino Ernesto Laclau, docente all’Università di Essex, che in On Populist Reason (2005) scrisse che le ideologie di sinistra erano giunte al capolinea e una nuova forma di politica stava emergendo e necessitava di essere sistematizzata: “se nel marxismo classico la classe operaia nasce dalla struttura economica capitalistica, per Laclau il popolo non esiste a priori ma deve essere costruito politicamente”. Il problema, quindi, è come far emergere il popolo come attore.

Sarebbe un errore interpretare i movimenti populisti degli ultimi decenni (di qualsiasi matrice politica) eredi di quelli che si sono avvicendati nel secolo scorso. I movimenti dei nostri giorni hanno assistito al crollo economico e culturale della classe media, alla crescita incontrastata delle multinazionali, alla riduzione della classe operaria e contadina, alla perdita di potere dei singoli Stati, allo svuotamento di potere della classe politica, all’affermazione e alla fine della globalizzazione. La reazione, che è alla base del loro successo, non è la difesa dei diritti delle classi produttrici, ma dei poveri, o di quanti si percepiscono tali, che rappresentano la base formativa del loro statuto ideologico.

I concetti fondanti del populismo contemporaneo sono semplici e inequivocabili: c’è la volontà popolare, c’è il disprezzo verso l’élite al potere, c’è un conflitto permanente tra il popolo e l’élite, bene, questo terreno di scontro deve essere governato da un leader più o meno carismatico, con seguaci appartenenti a tutte le classi sociali i cui programmi sono fortemente rivoluzionari in quanto promettono riforme radicali in favore del popolo dal quale mutuano linguaggio e cultura come fonte di legittimità. Tutti fattori necessari per guadagnare consensi e raggiungere il potere. Però, a questo scenario che storicamente ha caratterizzato il populismo degli ultimi decenni se ne sta aggiungendo uno nuovo e, forse, più pericoloso, e che dovrebbe far riflettere.

Oggi, in Occidente, dove le ideologie sono state sepolte dalla globalizzazione nel cimitero delle buone intenzioni, si leva la voce dei populismi che denunciano l’illegittimità di chi in quel momento detiene il potere. Lo ha fatto Donald Trump con i Democratici, lo fanno in genere la gran parte delle opposizioni populiste in Europa e in Sud America che non riconoscono la legittimità del governo anche se legalmente eletto. Ciò aumenta quella crisi di fiducia nelle istituzioni che oggi caratterizza le democrazie liberali e che è evidenziata proprio dall’avanzata di movimenti populisti e delle leadership autoritarie.

Non si tratta soltanto di una percezione legata alla crescente polarizzazione del dibattito politico. I principali indicatori internazionali registrano ormai da quasi due decenni un progressivo deterioramento della qualità democratica. Secondo Freedom House, il 2023 ha segnato il diciottesimo anno consecutivo di arretramento dei diritti politici e delle libertà civili a livello mondiale: 52 paesi hanno registrato un peggioramento, contro appena 21 in miglioramento. Nel 2024 la tendenza è proseguita per il diciannovesimo anno consecutivo, con 60 paesi in arretramento e 34 in miglioramento.

Il fenomeno appare ancora più significativo se osservato nel lungo periodo. Secondo il V-Dem Institute, alla fine del 2024 quasi tre quarti della popolazione mondiale, il 72 per cento, vivevano in regimi classificati come autocrazie, mentre meno del 12 per cento in democrazie liberali: la quota più bassa degli ultimi cinquant’anni. Non siamo quindi soltanto di fronte all’aumento numerico di governi autoritari, ma a un processo che gli studiosi definiscono di “autocratizzazione”: istituzioni formalmente democratiche che sopravvivono mentre vengono progressivamente indeboliti i contrappesi costituzionali. Il deterioramento, inoltre, non riguarda esclusivamente paesi privi di una consolidata tradizione democratica.

International Idea ha rilevato che tra il 2018 e il 2023 quattro Paesi su nove sono peggiorati nelle loro prestazioni democratiche, mentre soltanto uno su quattro è migliorato; arretramenti significativi hanno interessato anche democrazie considerate ad alto rendimento, in particolare in Europa e nelle Americhe. La qualità delle elezioni costituisce uno degli indicatori più preoccupanti: nel 2023 risultava peggiore rispetto a cinque anni prima in 39 dei 173 paesi esaminati. Parallelamente è diminuita la partecipazione elettorale e sono aumentate le contestazioni dei risultati.

Sarebbe tuttavia riduttivo interpretare questa crisi come un’aggressione alle istituzioni democratiche. Una parte importante del fenomeno nasce all’interno delle stesse società democratiche. Il successo dei movimenti populisti presuppone, infatti, l’esistenza di settori dell’elettorato che non si sentono adeguatamente rappresentati dalle istituzioni, dai partiti tradizionali e dai governi. La crisi della democrazia liberale è quindi anche una crisi della rappresentanza: alla sensazione di perdita di controllo sulle decisioni pubbliche si accompagnano insicurezza economica, trasformazione del lavoro (con la comparsa dell’AI), aumento, o percezione dell’aumento, delle disuguaglianze, immigrazione, globalizzazione, indebolimento delle appartenenze politiche tradizionali e crescente distanza culturale fra gruppi sociali.

È in questa frattura che trova spazio il nuovo discorso populista che propone una semplificazione radicale del conflitto politico: da una parte “il popolo”, rappresentato come unitario, virtuoso e depositario della sovranità; dall’altra le élite, la casta, l’establishment o le oligarchie, accusate di avere sottratto al popolo la capacità di decidere del proprio destino. La contrapposizione non coincide necessariamente con quella tradizionale fra destra e sinistra. Può essere utilizzata dalla destra contro le élite cosmopolite, l’immigrazione o le istituzioni sovranazionali, ma anche dalla sinistra contro le oligarchie economiche, la finanza, le disuguaglianze e il capitalismo globale.

Ed è a questo punto che emerge un apparente paradosso del populismo che si presenta contemporaneamente come sintomo della crisi della democrazia e come rivendicazione di una democrazia più autentica. I movimenti populisti non dichiarano di voler sottrarre il potere al popolo; sostengono, al contrario, di volerglielo restituire. Contestano la democrazia liberale non necessariamente in nome dell’autoritarismo, ma in nome di una presunta superiorità della sovranità popolare (spesso interpretata come democrazia diretta) rispetto ai limiti posti dalle istituzioni rappresentative, dagli organismi intermedi e dai contrappesi costituzionali.

Questa tensione fra sovranità popolare e liberalismo costituzionale è uno dei problemi centrali delle democrazie contemporanee. La democrazia liberale si fonda, infatti, su due principi che possono entrare in conflitto: il governo della maggioranza e la limitazione del potere della maggioranza attraverso diritti individuali, separazione dei poteri, tutela delle minoranze e così via. Il populismo tende invece a sostenere che, una volta identificata una volontà autentica del popolo, gli ostacoli istituzionali frapposti alla sua realizzazione debbano essere considerati illegittimi. Ed è su questo terreno che populisti di destra e di sinistra, pur partendo da valori e obiettivi profondamente differenti, mostrano una significativa parentela strutturale.


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