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La filosofia necessaria al tempo dell’IA. Il confronto tra fede e ragione

Di Alexandro Ladaga
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L’intelligenza artificiale non interroga soltanto le capacità delle macchine, ma il modo in cui l’uomo pensa e sceglie. Dal confronto a Palazzo San Macuto tra fede, ragione e tecnologia emerge la necessità di preservare coscienza, responsabilità e libertà dentro un ambiente digitale sempre più pervasivo

Mentre nella Silicon Valley alcuni degli uomini che hanno spinto più velocemente la corsa all’intelligenza artificiale cominciano a chiedere di rallentare, a Roma, la discussione si è spostata proprio nel punto da cui sarebbe stato necessario partire. A poche ore di distanza, nella sala del Refettorio della Biblioteca della Camera dei deputati a Palazzo San Macuto, si è svolto l’incontro dal titolo “Fede e ragione nell’era dell’intelligenza artificiale”, con il saluto del presidente della Camera Lorenzo Fontana e le conclusioni affidate al cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato della Santa Sede. Ascoltando gli interventi di Marcello Pera, Matteo Matzuzzi, Giulia Bovassi, don Roberto Regoli e Giulio Tremonti, insieme a quelli di Fontana e Parolin, mi ha colpito soprattutto una convergenza. Di fronte a una tecnologia che viene descritta quasi sempre attraverso ciò che sarà capace di fare, il discorso tornava continuamente su ciò che l’uomo è, sulla sua dignità, sulla coscienza, sulla responsabilità e soprattutto sulla libertà di scegliere il proprio destino.

Richiamando il ruolo che la filosofia potrebbe tornare ad avere in questa fase di trasformazione digitale, Lorenzo Fontana ha sottolineato come un sistema artificiale possa elaborare informazioni, riconoscere schemi e produrre risposte, mentre restano fuori da queste capacità la coscienza e quell’esperienza che nasce dalla relazione. Da qui il richiamo alla necessità di un’evoluzione tecnologica umanamente governata e l’importanza di tornare ad imparare a pensare. È curioso che solo poche ore prima Leone XIV, durante l’udienza generale, avesse utilizzato una formulazione che sembra entrare direttamente nello stesso problema. L’intelligenza artificiale apre possibilità nuove, ha detto, mentre allo stesso tempo rischiamo di abituarci a delegare agli algoritmi decisioni che spettano solo alla coscienza umana.

Mentre si ripeteva sotto forme diverse che l’uomo deve restare al centro, mi sono accorto che forse occorreva aggiungere una domanda: quale uomo? Gran parte della riflessione si muoveva, inevitabilmente, dalla necessità di definire ciò che distingue l’uomo dalla macchina secondo una prospettiva nella quale la grande tradizione filosofica cristiana, e in particolare il rapporto tra fede e ragione, continua a offrire categorie tutt’altro che esaurite. Ma l’intelligenza artificiale introduce un ulteriore problema, perché oggi viviamo dentro una relazione con ciò che abbiamo costruito. Ed è proprio da questa condizione esistenziale-digitale che affiora un interrogativo ulteriore: quale uomo sta emergendo mentre vive ogni giorno in rapporto con sistemi artificiali capaci di parlargli, rispondergli, correggerlo, consigliarlo, anticiparne le richieste e partecipare alla costruzione delle sue decisioni?

È proprio attraverso la lente della Filosof-IA che da tempo provo a osservare la relazione uomo-macchina, perché l’IA generativa ci porta a entrare dentro l’esperienza di chi la utilizza. Ormai non ci limitiamo a osservarla o a impartirle istruzioni, ma dialoghiamo con essa e possiamo uscire da quel dialogo con il nostro stesso pensiero modificato. È in questo nuovo spazio relazionale che la macchina assume la forma di un’interlocutrice simulata, occupando quello spazio dialogico che Martin Buber aveva descritto attraverso la relazione io-tu, con una differenza decisiva: dall’altra parte non c’è un tu capace di reciprocità, ma una macchina che ne simula linguisticamente la presenza.

Da filosofo, Marcello Pera si pone una domanda: abbiamo inventato uno strumento enormemente potente oppure un sosia digitale che finirà per replicare e sostituire le capacità razionali e intellettuali dell’uomo? Nel primo caso rimarrebbe il problema antico del discernimento nell’uso degli strumenti; nel secondo entreremmo in un territorio completamente nuovo. Ma proprio tra queste due possibilità sembra essersi già aperto uno spazio che non richiede di attendere la nascita di una misteriosa coscienza artificiale. La macchina può continuare a essere ontologicamente una cosa e assumere fenomenologicamente, per noi, la posizione dell’altro. È questo il passaggio che nella Filosof-IA definisco da un’ontologia dell’essere a una fenomenologia dell’effetto.

Accanto alla domanda su che cosa sia realmente la macchina e se possa comprendere, ne compare così un’altra: che cosa produce quella risposta nell’uomo che la riceve? E se assumiamo sul serio questa prospettiva, l’effetto non può essere osservato soltanto dentro il soggetto. Occorre seguirlo anche fuori di lui, nelle strutture che organizzano la vita collettiva, perché la stessa trasformazione digitale che modifica il nostro rapporto con la macchina sta ridisegnando anche gli spazi nei quali esercitiamo la cittadinanza, scambiamo valore e prendiamo decisioni.

È qui che Giulio Tremonti ha aperto una prospettiva particolarmente interessante. Richiamando l’idea delle repubbliche digitali, ha ricordato una visione che risale agli anni Novanta, quando già si immaginavano strutture digitali capaci di assumere funzioni proprie delle repubbliche tradizionali. Gli Stati, osservava, hanno strade, moneta e democrazia; le repubbliche digitali avrebbero avuto autostrade informatiche, moneta digitale e nuove agorà. Una progressiva traslazione di funzioni e poteri verso un ambiente costruito e governato dalle grandi infrastrutture della rete. Tremonti ha richiamato anche la dipendenza crescente dalla moneta elettronica e dagli archivi digitali bancari e statali, il cui blocco potrebbe produrre conseguenze sociali e politiche enormi. Da qui il suo richiamo finale a regole che, davanti a sistemi transnazionali, dovrebbero a loro volta superare la sola dimensione nazionale. Anche il cardinale Parolin ha richiamato la necessità di regole comuni e di una responsabilità sovranazionale, proprio perché un fenomeno globale difficilmente può essere governato da Stati che procedono ciascuno per proprio conto. Ma qualunque sistema di regole lascia aperto il problema decisivo di chi, davanti alle possibilità offerte dalla tecnica, dovrà ancora giudicare quali meritino di essere perseguite.

Da tempo distinguiamo la capacità di calcolare da quella di decidere. Un’IA può diventare straordinariamente efficace nel confrontare alternative, riconoscere regolarità, prevedere conseguenze e ottimizzare una soluzione. Ma quando dalla domanda “come posso fare questa cosa?” passiamo a “questa cosa merita di essere fatta?”, entriamo in un territorio diverso. Aristotele lo avrebbe riconosciuto nella distanza tra techné e phronesis, tra il sapere del fare e la saggezza pratica necessaria per giudicare se, quando e fino a che punto sia giusto agire. È forse qui che il richiamo alla filosofia fatto da Fontana diventa meno accademico di quanto possa sembrare. Più l’intelligenza artificiale diventerà capace di indicarci come fare qualcosa, più sarà decisivo conservare nell’uomo la capacità di custodire la facoltà di giudicare il fine.


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