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Giorgetti perde la sfida del 3%, ma non quella della credibilità. La versione di Cazzola

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Lo spread ha mantenuto una relativa stabilità ed è rimasto su valori inferiori rispetto ai livelli visti durante i periodi di massima tensione. Ciò è stato possibile grazie ai segnali di una crescita economica stabile dell’Italia e all’attenzione del governo al contenimento del debito e al rispetto delle regole di bilancio europee. Tutti fattori visti positivamente dai mercati e dalle agenzie di rating che hanno premiato la traiettoria di crescita e consolidamento fiscale del Paese. Il commento di Giuliano Cazzola

Per la seconda volta il governo ha fallito l’obiettivo di riportare il deficit al di sotto del 3%, anticipando così il rientro dalla procedura di infrazione. Il ministro Giancarlo Giorgetti si è dichiarato dispiaciuto, mentre il suo leader, Matteo Salvini, ha perso un’ennesima occasione per stare zitto, ironizzando sull’importanza attribuita ai decimali ed invocando uno scostamento di bilancio nell’ordine di miliardi. È forte il dubbio che, anche quest’anno, i decimali in più siano dovuti più a problemi tecnici che a decisioni politiche.

La RGS sarebbe stata in grado di gestire le poste di bilancio in maniera più consona al conseguimento del risultato. In ogni caso siamo lontani dal tempo in cui la Ragioneria sottovalutò l’impatto del Superbonus sui conti pubblici, con tutte le conseguenze del caso, che portò vari governi a manipolare l’aliquota anziché chiudere al più presto l’operazione. Ovviamente le opposizioni sono andate all’attacco, drammatizzando il mancato obiettivo perseguito dal governo in modo assai più grave del dato reale.

Infatti, al governo non è riuscita l’uscita anticipata rispetto ai tempi del piano di rientro (il 2027), ma sembra che l’obiettivo finale sarà centrato come previsto. Ci sono poi altri aspetti che non possono finire in cavalleria: quando il governo ha iniziato la sua attività, nel 2022, ereditò un deficit pari all’8,1%, sul quale non influiva solo il famigerato superbonus ma anche la conseguenza della spesa, in regime di sospensione delle regole, determinata dalla crisi sanitaria. Non è stata un’impresa da poco avvicinarsi nel giro di qualche anno al limite virtuoso e raggiungerlo entro la fine della legislatura. Ci sono ben nove Paesi dell’area euro che sono alle prese con deficit più robusti. Poi ci sono altri aspetti che l’Istat ha messo in evidenza, nello stesso momento in cui ha deluso il governo sul deficit: lo spread, per esempio, tra Btp e Bund si aggira intorno ai 85-88 punti base a settembre 2026, mostrando una forte discesa rispetto ai picchi degli anni passati. Nel 2021-2022 (a fronte di un’improvvisa crisi energetica che provocò un picco nell’inflazione) lo spread iniziò a salire a causa della fine delle politiche espansive della Bce e dell’inflazione, oscillando spesso tra i 130 e i 160 punti base, con punte sopra i 250 punti nei momenti di maggiore tensione sui mercati. Nel 2024-2025 grazie a una maggiore fiducia degli investitori nel debito italiano, lo spread ha iniziato una discesa progressiva, rompendo la soglia psicologica dei 100 punti base. Fino ai valori che hanno stabilizzato Il differenziale sui minimi degli ultimi anni, nonostante che i rendimenti nominali dei titoli decennali siano rimasti su livelli sostenuti (BTP al di sopra del 4%).

Dall’inizio del 2024 ad oggi – ha indicato il Mef – in particolare lo spread si è mosso in un contesto di relativa tranquillità, riflettendo una maggiore fiducia degli investitori nella solidità economica dell’Italia e nelle sue politiche finanziarie. Lo spread, infatti, ha mantenuto una relativa stabilità ed è rimasto su valori inferiori rispetto ai livelli visti durante i periodi di massima tensione. Ciò è stato possibile grazie ai segnali di una crescita economica stabile dell’Italia e all’attenzione del governo al contenimento del debito e al rispetto delle regole di bilancio europee. Tutti fattori visti positivamente dai mercati e dalle agenzie di rating che hanno premiato la traiettoria di crescita e consolidamento fiscale del Paese.

Quanto agli altri aspetti, l’Istat ha indicato che nel secondo trimestre, si conferma la crescita del prodotto interno lordo dello 0,2% rispetto ai tre mesi precedenti, sostenuta da consumi privati e investimenti. Prosegue quindi la fase di espansione iniziata nel terzo trimestre del 2025. La variazione acquisita del Pil per il 2026 è pari a 0,8%. Torna a crescere la produzione industriale, dopo i due cali registrati a maggio e giugno (rispettivamente -0,2% e -1,1% in termini congiunturali), l’indice destagionalizzato della produzione industriale a luglio è aumentato dello 0,7% rispetto al mese precedente.

A luglio è rimasto stabile il numero di occupati rispetto a giugno, pari a 24 milioni 370mila unità. Questo risultato è sintesi di un aumento tra gli uomini e i 35-49enni, a fronte di una diminuzione tra le donne e in tutte le altre classi d’età. Nel confronto mensile, il tasso di disoccupazione, che nell’area euro è 6,4%, scende al 5,8%. Questi scenari vengono trattati dalle opposizioni come aspetti secondari, se non come scelte di assoggettamento alle politiche di austerità. In verità anche all’interno della maggioranza sono riemerse forze politiche che scantonano seguendo vecchie logiche di critica all’Unione che si allargano ai nuovi impegni finanziari derivanti dal contesto geopolitico quali le politiche per la difesa che diventeranno un motivo di scontro della prossima campagna elettorale. Tutto sommato, spesso il male non viene per nuocere. Se il decimale sfuggito di mano non consente al governo e alla maggioranza di varare una manovra spiccatamente elettorale non solo non è un danno grave, ma potrebbe essere anche un colpo di fortuna, nel senso che scoraggia le avventure populiste alla ricerca di un qualsiasi consenso. Ci sono spese che sarebbe opportuno evitare e le minori risorse disponibili potrebbero mortificare le tentazioni. La Lega si è già spinta in avanti sul terreno delle pensioni, con proposte non solo inutilmente onerose, ma con un disegno di smobilitazione di alcune norme che garantiscono una relativa stabilità (come il meccanismo di indicizzazione biennale dei requisiti in relazione all’incremento dell’attesa di vita).

C’è poi la questione del caro benzina, dove è venuto il momento di impostare – come chiede l’Ue – interventi di carattere strutturale e di smetterla di gettare moneta dall’elicottero, incentivando la domanda quando è l’offerta ad essere in crisi.

Nella kermesse di Milano il M5S non si è limitato a incatenarsi all’abbandono dell’Ucraina e al disarmo, ma ha criticato il proposito del governo di dare corso alle trivellazioni alla ricerca di gas e di petrolio. Probabilmente è tardi per iniziare un’opera meritoria che solo la nostra dabbenaggine ha fino ad ora lasciato da parte. Ricordo un’intervista al Foglio di Roberto Cingolani, allora ministro del governo Draghi, dove venne fatta chiarezza sulla questione energia in Italia. “Se l’11% dell’energia è rinnovabile – affermò il ministro – tutto il resto dell’energia, elettrica o non elettrica, è gas o carbone o petrolio tutto importato”. Nel caso del gas, il nostro consumo annuale è di 72-73 miliardi di metri cubi, ma di questi ne produciamo 3,5 miliardi. Nel 2000 l’Italia ne produceva 20 miliardi. Ciò significa che abbiamo diminuito il consumo? Niente affatto, ne abbiamo acquistato di più all’estero. “Quindi – ecco una prima conclusione del ragionamento – l’impatto ambientale non è variato”, perché il gas e il petrolio vengono bruciati e producono CO2. Del gas importiamo il 96%, del petrolio quasi tutto. Da qui parte la requisitoria: siamo contro la produzione autonoma di gas, ma quando ne abbiamo bisogno lo compriamo da altri. Siamo contro il nucleare ma quando ci serve energia la compriamo anche da Paesi come la Francia che il sistema energetico lo foraggia con il nucleare. Siamo contro i termovalorizzatori ma quando non sappiamo dove mettere l’immondizia mandiamo la nostra spazzatura nelle città che i termovalorizzatori li usano. E aggiunse il ministro: “Da una parte c’è la realtà dell’ottava-nona potenza economica mondiale e la seconda manifattura in Europa: una realtà energivora come la nostra. E dall’altra parte ci sono state delle scelte che in questi anni non hanno tutelato gli interessi nazionali”. Poi sappiamo come è andata con i conflitti scoppiati nel frattempo. Ma anche su questo punto bisognerà prima o poi porsi una domanda: fino a quando potremo consentire all’Iran e ai suoi mercenari in Medio Oriente di attentare alla vita economica dell’Occidente, al solo scopo di colpire gli Usa di Trump?


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