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Materie prime critiche, così l’Ue si avvicina ai modelli di Washington e Tokyo

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Il Parlamento europeo propone un’agenzia capace di investire direttamente nelle aziende minerarie, seguendo gli esempi di Stati Uniti e Giappone. Dietro l’iniziativa, il tentativo di ridurre la dipendenza dalla Cina ed evitare che la competizione industriale americana accentui le vulnerabilità europee

L’Unione europea vuole dotarsi di nuovi strumenti per competere nella corsa globale alle materie prime critiche, prendendo esempio dalle politiche industriali dell’amministrazione Trump. Il Parlamento Europeo ha approvato una proposta per istituire un’agenzia incaricata di monitorare gli approvvigionamenti, costituire riserve strategiche e, in circostanze eccezionali, acquisire partecipazioni nelle aziende del settore. L’obiettivo è rafforzare la sicurezza delle filiere da cui dipendono tecnologie civili e militari, dalle batterie ai sistemi di difesa.

La proposta segnala un possibile cambiamento nell’approccio europeo alla sicurezza economica. Finora Bruxelles ha privilegiato strumenti normativi, obiettivi di produzione e procedure accelerate per i progetti considerati strategici. Il nuovo Critical Raw Materials Centre introdurrebbe invece la possibilità di un intervento finanziario diretto, avvicinando l’Ue ai modelli adottati da Washington e Tokyo.

Il precedente americano è particolarmente significativo. L’amministrazione Trump ha intensificato gli investimenti pubblici nelle filiere minerarie, trattando l’accesso alle materie prime come una questione di sicurezza nazionale. La scorsa estate il Pentagono ha investito 400 milioni di dollari per acquisire il 15 per cento di MP Materials, produttore americano di terre rare, accompagnando l’operazione con un prestito da 150 milioni. Washington ha inoltre concordato un prezzo minimo di 110 dollari al chilogrammo per il neodimio-praseodimio, utilizzato nella produzione di magneti permanenti essenziali per veicoli elettrici, robotica e altre tecnologie avanzate.

L’operazione mostra come gli Stati Uniti stiano cercando di proteggere le proprie capacità produttive anche dalle oscillazioni dei mercati internazionali. Le garanzie sui prezzi, insieme agli investimenti pubblici, possono offrire alle aziende maggiore prevedibilità finanziaria e ridurre l’esposizione a dinamiche di mercato sfavorevoli.

È proprio questa vulnerabilità che Bruxelles vorrebbe affrontare. Mohammed Chahim, eurodeputato socialdemocratico olandese alla guida della proposta, ha osservato che i progetti europei sono particolarmente sensibili alle variazioni dei prezzi globali, che possono essere influenzati dai principali attori internazionali. Stati Uniti e Giappone, grazie ai rispettivi interventi pubblici, sarebbero invece meno esposti.

La questione supera tuttavia il tradizionale problema della dipendenza europea dalla Cina. Il rafforzamento delle politiche industriali americane introduce una seconda dimensione competitiva, potenzialmente più complessa per Bruxelles perché coinvolge il principale alleato strategico dell’Europa.

Per Bruxelles, la diversificazione degli approvvigionamenti potrebbe non essere sufficiente. La competizione riguarda anche la capacità di sostenere economicamente le imprese, assorbire i rischi degli investimenti e garantire condizioni che rendano sostenibili progetti industriali esposti alla volatilità dei prezzi.

Il riferimento istituzionale della proposta europea è però soprattutto il Giappone. Il nuovo centro sarebbe modellato sulla Japan Organization for Metals and Energy Security, l’organismo pubblico incaricato di contribuire alla stabilità e alla sostenibilità economica degli approvvigionamenti energetici e minerari. Chahim ha riconosciuto esplicitamente l’influenza del modello giapponese, sostenendo che non sia necessario inventare nuovi strumenti quando esistono esperienze già consolidate.

Resta il problema delle risorse: la proposta prevede una dotazione iniziale di 2 miliardi di euro nell’ambito del prossimo bilancio pluriennale dell’Unione. Una cifra che lo stesso Chahim, parlando con il Financial Times, considera insufficiente senza ulteriori contributi da investitori privati, governi nazionali e Banca europea per gli investimenti. Il relatore ha ammesso che, qualora il finanziamento restasse limitato a quella somma, le prospettive di successo sarebbero ridotte.

Il divario tra ambizione e capacità finanziaria riflette anche i limiti dell’attuale strategia europea. Il Critical Raw Materials Act ha introdotto obiettivi per rafforzare estrazione, lavorazione e riciclo delle materie prime critiche. Bruxelles ha inoltre individuato 46 nuovi progetti strategici, aggiungendoli ai 60 già selezionati. Queste iniziative beneficiano di procedure autorizzative accelerate, ma non ricevono automaticamente finanziamenti pubblici.

La nuova agenzia dovrebbe contribuire a colmare questa distanza tra riconoscimento delle priorità industriali e disponibilità effettiva di capitali. La sua istituzione resta però incerta. La Commissione europea ha rinunciato a presentare una proposta legislativa autonoma prevista per l’autunno, spingendo Chahim e altri parlamentari a cercare una soluzione attraverso emendamenti alla revisione del Critical Raw Materials Act.

Sarà inoltre necessario ottenere il consenso degli Stati membri. Germania, Spagna e altri governi hanno espresso scetticismo, pur mostrando, secondo Chahim, una maggiore disponibilità al confronto.

La discussione sulle materie prime critiche mette così in evidenza una tensione più ampia nella politica industriale europea. Mentre Stati Uniti e Giappone utilizzano strumenti finanziari pubblici per consolidare le proprie filiere strategiche, Bruxelles deve ancora definire fino a che punto sia disposta a intervenire direttamente nei mercati.

La posta in gioco non riguarda soltanto la riduzione della dipendenza dalla Cina, ma più in generale la capacità europea di mantenere un’autonomia industriale in un sistema internazionale nel quale anche gli alleati stanno impiegando risorse pubbliche per assicurarsi l’accesso ai materiali strategici. Il nuovo centro potrebbe rappresentare una risposta, ma la sua efficacia dipenderà soprattutto dai capitali e dai poteri che i governi europei saranno disposti ad affidargli.


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