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L’Europa ha cambiato regia. Terzi spiega la nuova strategia

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L’Italia, col Governo Meloni, ha saputo dare un forte impulso alla cooperazione internazionale e, nel farlo, ha posto al centro la tutela delle nostre imprese e il rilancio della produzione manifatturiera. Questo significa operare con pragmatismo. Sempre più da inizio legislatura, negli ultimi anni, l’Unione europea sta trovando convergenze significative con le priorità dell’Italia nel promuovere in modo coeso gli interessi nazionali ed europei. Il commento di Giulio Terzi di Sant’Agata

Ho avuto il piacere di prendere parte, nella giornata di ieri, a Milano, all’Assemblea pubblica 2026 di Federchimica. Un consesso nel quale il mondo delle imprese, assieme a quello delle istituzioni, della politica e dell’accademia, si è riunito per tracciare un quadro sullo scenario del presente. Ho personalmente voluto portare un messaggio propositivo e fiducioso su quanto l’Italia, negli ultimi quattro anni, sta facendo per ridare nuovamente impulso all’azione europea alle politiche europee volte a rafforzare le filiere produttive e le supply chain. In passato non è stato così, ma oggi è doveroso prender atto che l’Ue, finalmente, su molte questioni sta cambiando passo. Dall’approccio ideologico, così come dall’imposizione di standard dall’alto, ora – con una maggioranza in Parlamento europeo a trazione centro-destra – il pragmatismo prevale.

L’ultimo Consiglio europeo ne è la dimostrazione: al primo punto delle sue conclusioni vi è la competitività. Lo stesso Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, all’Assemblea, nel suo videomessaggio, ha ribadito quanto sia fondamentale che “la chimica in Italia e in Europa torni a essere competitiva”; ciò può avvenire se l’Ue, coesa, crea le condizioni migliori e abbracci il cambio di paradigma politico.

L’Europa si trova dinanzi sfide gigantesche, a partire da quella di costruire una vera indipendenza energetica, e pertanto non può rispondervi “aggiungendo costi e vincoli a chi continua a investire e produrre qui”, ha ricordato il Presidente Meloni. Come anche ripreso ieri dal Presidente di Federchimica Francesco Buzzella, “la politica fissi traguardi ambientali ragionevoli, ma lasci alle imprese la libertà di scegliere le soluzioni più efficienti per raggiungerli”. Il Governo Meloni si sta battendo per una revisione profonda delle politiche climatiche europee, a partire dall’Ets. Occorrono tempi realistici, neutralità tecnologica, energia a costi sostenibili e una protezione efficace contro quella concorrenza sleale che per troppo tempo ha trovato spazio nei nostri mercati. Il Presidente Buzzella lo ha ricordato nella sua Relazione, “tra il 2005 e il 2024 le imprese cinesi hanno beneficiato di forme di sostegno pubblico tra le tre e le otto volte superiori rispetto a quelle dei paesi dell’Ocse”, si tratta pertanto di “puro dumping strutturale” e non solo, “la chimica è il settore che più ha ricevuto [da parte di Pechino] sostegni e contributi, insieme all’acciaio”.

Vantiamo filiere industriali d’eccellenza – la chimica, per l’appunto – che certo non possono più esser messe in ginocchio, come accaduto in passato, da rigidi vincoli e soffocanti lacci e laccioli. Per di più, non posson esser danneggiate da utopie che non guardano in faccia la realtà.

Nessuno ha mai messo in dubbio l’importanza della lotta al cambiamento climatico, ma per fronteggiarlo occorrono imprese in grado di investire, fare ricerca e sviluppare nuove tecnologie, non rigidità ideologiche. L’Ue può esser già considerata un’isola verde nel panorama globale: mentre la sola Cina genera il 30% della CO2 mondiale e gli Usa il 15%, noi consumiamo meno del 6%.

Sono state introdotte, dal cambio di legislatura europea, nuovi piani, revisioni normative e nuove strategie volte al rilancio della nostra economia, e al tempo stesso alla tutela delle nostre filiere. Penso ai Pacchetti Omnibus, mirati per alleggerire gli oneri legati alla sostenibilità ambientale per le imprese, che di fatto pezzo dopo pezzo hanno ridimensionato il Green Deal. Penso a iniziative come l’Industrial Accelerator Act, a strumenti come il Critical Raw Materials Act, il Chips Act e il Net-Zero Industry Act. Quest’ultimo punta a produrre in Europa almeno il 40% delle tecnologie pulite entro il 2030. Sono tutti validi esempi di rilancio della produzione europea che coinvolgono ingenti risorse finanziarie pubbliche e private già disponibili e assegnate.

A tale scenario, si aggiunge poi l’adesione dell’Italia alla Pax Silica, alleanza a trazione statunitense per la tutela dei microchip e dell’intelligenza artificiale. È una cornice che permetterà davvero, in concreto, all’Ue di operare in un blocco di alleati occidentali e partner di fiducia – ben 25 Paesi in quattro diversi continenti – nelle catene di approvvigionamento più strategiche. Così si potrà davvero prevenire che le supply chain sinora controllate da Pechino vengano riequilibrate ai fini della nostra sicurezza.

Le crisi geopolitiche degli ultimi anni ce l’hanno insegnato: occorre ridurre al minimo il rischio di dipendere dai monopoli, che altro non sono che un vero e proprio veleno per i nostri mercati. Penso al gas russo, ma penso anche alle pratiche sleali cinesi che hanno creato forti squilibri nel nostro mercato, soprattutto in settori essenziali come quello automobilistico e quello chimico-farmaceutico. Il Commissario Sekfovic è rientrato da Pechino, dalla sua missione ai primi di ottobre, con l’impegno promettente della Cina di ridurre gli export di auto ibride verso l’Ue, ma ha anche osservato che sarà cruciale, ancor più degli impegni, guardare ai fatti. Avviare un dialogo concreto sulla questione dei gravi squilibri commerciali causati dalle politiche cinesi era un passo altamente richiesto da tutti quei Paesi europei manifatturieri come l’Italia, la Germania e la Francia. Del resto, è dal 2009 che Pechino inonda le filiere del valore con gli aiuti di Stato; dal 2015 che produce massivamente auto elettriche destinate all’export; dal 2021 che ha in mano tre quarti della raffinazione mondiale di litio, cobalto e grafite. Per non parlare dei principi attivi farmaceutici: l’80% delle forniture europee di ingredienti e precursori proviene da Pechino.

Su tali questioni così urgenti, ora l’Ue sembra muoversi con maggior decisione rispetto al passato. Questo perché il quadro politico e le opinioni pubbliche dei principali Paesi europei stanno visibilmente cambiando. È oramai diffusa la constatazione che non c’è più tempo da perdere. Per la buona riuscita di questi obiettivi europei, è auspicabile una grande unità e coerenza tra tutti gli Stati membri. Ne va del nostro futuro e della nostra indipendenza. Tutelare gli snodi strategici, diversificare le fonti e rafforzare la nostra autonomia industriale, sono azioni fondamentali. La crescita dell’Europa passa attraverso tali azioni ma passa anche attraverso la ricerca di nuove sinergie.

Il rafforzamento o la creazione di partenariati internazionali “tra pari”, fondati su regole certe, è fondamentale. Gli esempi positivi non mancano. L’Unione europea ha già in vigore 45 accordi (tra cui accordi di libero scambio e partenariato economico) che coinvolgono 81 partner commerciali (paesi/blocchi regionali). Ma pensiamo ai nuovi accordi nati in questi anni: Ue-India, Ceta col Canada, Ue-Mercosur e non solo – il Piano Mattei italiano riconosciuto strategico da Bruxelles e dal G7, i corridoi economici come Imec con l’Indo-Pacifico o il Middle Corridor con la regione del Mar Caspio. L’accordo Ceta con il Canada ha fatto salire l’interscambio del 65% in pochi anni. Sul Mercosur, laddove vi eran possibili rischi di squilibri, l’Italia per prima ha chiesto tutele e clausole di salvaguardia, a dimostrazione che cooperare tra pari è possibile. Con l’Africa, è di primo piano il ruolo che la nostra Nazione sta giocando, grazie ad una iniziativa lungimirante come il Piano Mattei – oggi esteso a 18 Paesi partner in settori chiave come energia, acqua, infrastrutture e sanità. Se ci spostiamo verso l’Indo-Pacifico, poi, la partecipazione italiana al Corridoio economico Imec che collegherà Mumbai al porto di Trieste, così come – nell’Asia Centrale – l’impegno italiano allo sviluppo del Middle Corridor, rotta che connette l’intera regione all’Europa, bypassando la Russia e i colli di bottiglia mediorientali, sono tutti esempi di diversificazione ma anche di cooperazione rispettosa e reciproca.

L’Italia, col Governo Meloni, ha saputo dare un forte impulso alla cooperazione internazionale e, nel farlo, ha posto al centro la tutela delle nostre imprese e il rilancio della produzione manifatturiera. Questo significa operare con pragmatismo. Sempre più da inizio legislatura, negli ultimi anni, l’Unione europea sta trovando convergenze significative con le priorità dell’Italia nel promuovere in modo coeso gli interessi nazionali ed europei.


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