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Non c’è difesa senza Europa, non c’è Europa senza difesa. Scrive Nones

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In un sistema internazionale dominato dalle grandi potenze, l’Europa rischia di restare un gigante economico privo di un’autentica capacità politica e militare. Dalla costruzione di una difesa aerea integrata alla gestione dei flussi migratori, le sfide comuni mettono in evidenza i limiti delle risposte nazionali. Per affrontarle serve un salto nell’integrazione europea, fondato sulla tutela degli interessi collettivi e su una maggiore responsabilità politica. L’analisi di Michele Nones vicepresidente dello Iai

Il quadro strategico internazionale è sempre più preoccupante, ma non sono molti a rendersene conto e ancora meno ad ammetterlo. Nelle autocrazie questo è scontato, ma anche nei Paesi democratici le numerose scadenze elettorali sembrano frenare ogni spinta ad ammettere i crescenti rischi e la necessità di accettare realisticamente i possibili rimedi.

Su molti di questi ultimi pesa l’imbarbarimento del dibattito politico sui temi interni e sul loro approccio alle relazioni internazionali. Ancora una volta gli Stati Uniti sono stati la guida, questa volta negativa, del mondo occidentale e hanno condizionato, direttamente e indirettamente, lo scenario europeo.

I Paesi europei, a loro volta, portano la responsabilità di essersi fatti cogliere impreparati di fronte a questo vero e proprio cataclisma che ha colpito il sistema internazionale. Inutile, ma non per questo meno necessario, sottolineare che con un minimo di lungimiranza avremmo dovuto e potuto costruire nel tempo la strumentazione necessaria per navigare anche in acque agitate oltre che in quelle calme. 

La nostra grande contraddizione è che per superare il vero grande male europeo, il nazionalismo tradizionale dei singoli Paesi, si sarebbe dovuto costruire un nazionalismo paneuropeo basato sulla prioritaria tutela degli interessi collettivi europei e non proporre un “salto nel vuoto” in nome di un’Unione europea che non è riuscita a conquistare il cuore dei suoi cittadini, contenti di utilizzarne i vantaggi ma poco disposti ad accettarne gli oneri. Un’Unione che i vertici politici degli Stati membri, indipendentemente dal colore politico, non hanno voluto si espandesse dal mercato alla governance istituzionale e alle relazioni internazionali (e conseguentemente alle politiche di difesa e sicurezza).

Oggi di fronte alla necessità di fare scelte difficili ed inevitabilmente impopolari, la carenza più grave è la mancanza della consapevolezza che non c’è difesa senza Europa e non c’è Europa senza difesa.

Pochi esempi lo dimostrano e dovrebbero essere utilizzati per contrastare la diffusa illusione che sia ancora possibile una risposta “nazionale” ai problemi che ogni giorno, sempre di più, devono affrontare governi e parlamenti nazionali e gli stessi cittadini europei.

Le sorti del mondo sono sempre più nelle mani di tre grandi potenze (a cui cercano di aggiungersene alcune medie) che sono tali sul piano politico, economico e militare. L’Europa non c’è perché lo è solo su quello economico. Non tutti la riconoscono sul piano politico e nessuno su quello militare.

In questi settant’anni dalla firma dei Trattati di Roma l’Unione è stata presentata come un nuovo “animale istituzionale”: una costruzione giuridica e politica unica nella storia perché non è uno Stato sovrano federale, come gli Stati Uniti, ma non è nemmeno una semplice organizzazione internazionale o confederazione di Stati. Allegoricamente è stata spesso definita come un “ircocervo” (un animale mitologico metà becco e metà capra), proprio per sottolineare la sua natura ibrida e senza precedenti. Questo pregio oggi rischia di metterne a repentaglio la sopravvivenza perché si è aperta la caccia e le uniche due categorie sono i “predatori” e le “prede”.

L’ironia della sorte vuole che il primo Paese a non riconoscere un ruolo all’Europa sia proprio il suo principale alleato, gli Stati Uniti. Negli ultimi due anni non si contano le occasioni in cui ha dovuto subire la prepotenza dell’amministrazione Trump e pagare i costi delle sue scelte, dai dazi ai danni provocati dalle sue avventure politiche e militari (come la gestione della crisi israelo-palestinese e la richiesta di pagamento europeo delle forniture militari americane all’Ucraina e, da ultimo, l’attacco all’Iran con la chiusura dello Stretto di Hormuz e la conseguente impennata del prezzo del gas e del petrolio).

Non ci sono alternative per l’Europa: cominciare seriamente a diventare una “potenza” come le altre o diventare un loro terreno di conquista. La responsabilità della scelta spetta ai principali Paesi europei perché sono gli unici a disporre, insieme delle risorse necessarie, ma che devono trovare il coraggio per andare avanti sulla strada del riconoscimento del prevalente interesse comune. L’avvenuto allargamento dell’Unione (per altro non ancora concluso) impone la Cooperazione Strutturata Permanente come unico strumento disponibile nell’Unione per integrare non solo le loro politiche di difesa, ma, anche e prima, quelle internazionali. E, forse, per arrivarci più velocemente, la strada migliore potrebbe essere quella di un preliminare accordo intergovernativo fra i Paesi “willing and able” (compreso il Regno Unito), al di fuori ma non contro l’Unione.

Qualsiasi passo avanti in questa direzione espliciterebbe agli occhi dei cittadini europei che l’integrazione europea non è una scelta, ma una necessità.

La maggiore minaccia militare (tradizionale, ibrida, terroristica) è oggi rappresentata da quella proveniente dall’aria, come chiaramente dimostrato dall’esperienza della guerra condotta dalla Russia contro l’Ucraina e dei ripetuti e variegati scontri militari in Medio Oriente. Con l’avvento dei droni e delle nuove tipologie di missili, insieme al loro maggiore utilizzo anche da piattaforme aree, nonché l’interazione fra queste tre categorie di armamenti, è diventato prioritario lo sviluppo di una capacità di difesa in grado di contrastare ogni possibile forma di attacco dall’aria. Non va, inoltre, sottovalutato il rischio che, nell’attuale spirale di progressivo mancato rispetto di impegni e accordi internazionali e di indebolimento degli strumenti faticosamente costruiti negli ultimi ottanta anni per cercare di gestire la governance del sistema internazionale, possa venire coinvolto direttamente (e non solo indirettamente) il dominio spaziale.

La forza intrinseca di questa minaccia è che può arrivare da qualsiasi direzione e da qualsiasi quota (dallo spazio extra-atmosferico a pochi metri di altezza) con armamenti che possono raggiungere velocità elevatissime. Per difendersi serve quindi un sistema in grado di tenere sotto costante controllo vastissime aree del pianeta e dello spazio e di contrastare ogni tipologia di vettore il più lontano possibile dai presumibili obiettivi, assumendo tempestivamente ogni decisione operativa.

Non a caso si fa riferimento ad una cupola di difesa la cui circonferenza di base deve necessariamente includere tutti i Paesi che vi rientrano. L’unico Paese che fino ad ora lo ha sviluppato, su scala ridotta, è Israele (con l’aiuto americano), mentre gli Stati Uniti sono attualmente impegnati in un gigantesco sforzo per realizzarlo. L’Europa, invece, è ancora una volta molto indietro e sta marciando in ordine sparso. Non occorre essere fini esperti di strategia, ma semplici conoscitori elementari di geografia, per comprendere che una vera cupola di difesa dell’Europa deve comprendere una pluralità di Paesi dove collocare i sistemi di avvistamento e di contrasto avanzato, prevedendo anche un consistente impiego anche di mezzi navali e assetti spaziali per completare efficacemente la cintura di protezione sulla frontiera marittima e spaziale. E, ovviamente, serve anche un sistema avanzatissimo di comunicazione e di comando e controllo, nonché un accordo politico per gestire l’intera cupola.

Quindi un sistema molto costoso che richiede un grande sforzo tecnologico e industriale e una base solida e condivisa sul piano giuridico, istituzionale, militare: nessun Paese europeo, nemmeno i più grandi e ricchi, può seriamente pensare di arrivarci da solo e nemmeno con un semplice programma comune.

Una cupola di difesa europea dimostrerebbe concretamente ai cittadini europei quanto è importante l’Europa non solo per continuare a beneficiare dei vantaggi attuali, ma anche e soprattutto per metterli al riparo dalle crescenti minacce e assicurare la loro protezione e libertà e quella dei loro figli.

Nell’ultimo quindicennio uno dei principali problemi politici e sociali dell’Europa è stato quello dell’immigrazione, troppo spesso irregolare. Complici i conflitti più o meno dichiarati e la maggiore instabilità internazionale, ma anche le esigenze di una popolazione sempre più vecchia e restia a svolgere le mansioni più semplici e, infine, la sua conformazione e collocazione geografica, l’Europa (compreso il Regno Unito) è diventata la meta di circa 25-30 milioni di persone. Nel solo 2024 si stima l’arrivo di più di 4 milioni di immigrati extra-europei. La libera circolazione dei cittadini europei ha comportato due problemi: Le diverse politiche nazionali di riconoscimento della cittadinanza hanno favorito il movimento interno all’Unione degli immigrati regolarizzati. L’abolizione dei sistematici controlli alle frontiere interne dell’Unione ha favorito il movimento anche degli immigrati irregolari.

Questo quadro già complicato è stato aggravato dall’immigrazione irregolare via mare che ha coinvolto alcuni Stati membri e, in particolare, quelli che si affacciano sul Mediterraneo, fra cui l’Italia. Qui, infatti, qualsiasi “respingimento” sui confini marittimi dell’Unione comporta il rischio di mettere a repentaglio la vita di immigrati e loro famiglie. Ma una volta entrati nel territorio dell’Unione, è necessario individuare quanti devono essere riconosciuti come “profughi” e solo per gli altri può essere organizzato il ritrasferimento verso i Paesi di origine (a condizione che vi siano specifici accordi). Quanto ai “profughi”, la loro equa distribuzione fra gli Stati membri continua ad essere disattesa.

Nel complesso una situazione caotica che potrebbe essere gestita decentemente solo a livello europeo con criteri comuni sui criteri per la selezione e regolarizzazione degli immigrati, ma anche con sforzi comuni per limitare al massimo l’arrivo di immigrati irregolari. In quest’ottica solo l’Unione europea potrebbe avere la forza politica, economica ed operativa per realizzare propri campi profughi in alcuni Paesi della sponda sud del Mediterraneo (da cui per altro partono, compresi quelli che vi sono arrivati irregolarmente). In questi campi europei potrebbero essere concentrati gli immigrati intercettati in mare per poi procedere alla individuazione degli aventi diritto. I Paesi ospitanti potrebbero beneficiare dell’investimento europeo in termini di servizi (cibo, acqua, energia), di ospitalità del personale europeo impiegato per i controlli e per il mantenimento dell’ordine all’interno dei campi e di sorveglianza svolta dalle loro forze di sicurezza all’esterno, nonché di gestione del ritorno ai Paesi di origine di quanti respinti.

Questa soluzione avrebbe anche un forte effetto deterrente nei confronti dei flussi migratori irregolari e del traffico di esseri umani perché evidenzierebbe meglio la volontà europea di contrastare l’immigrazione irregolare e consentirebbe di conciliare i principi etici che caratterizzano il Vecchio Continente con una gestione dell’immigrazione che limiti l’allarme sociale che rischia di minare le basi della società europea e di quelle nazionali.

Anche in questo caso solo l’Europa potrebbe collettivamente farci uscire dall’attuale spirale perversa con cui tutti gli Stati membri si stanno misurando e dimostrare ai suoi cittadini la validità di una sua maggiore, e non minore, integrazione.


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