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Come l’Europa vede il futuro? La risposta nel sondaggio Euroscope

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Sei europei su dieci vorrebbero tornare a comprare gas da Mosca, quasi uno su tre anche prima della fine della guerra, con l’Italia in testa. Il Vecchio continente tifa Democratici in vista del voto Usa, guarda con pessimismo all’immigrazione e apre con cautela all’integrazione bancaria

A quasi quattro anni e mezzo dall’invasione su larga scala dell’Ucraina, e mentre Bruxelles lavora per chiudere definitivamente i rapporti energetici con Mosca, una parte consistente dell’opinione pubblica europea sembra muoversi nella direzione opposta. È forse il dato politicamente più sensibile dell’ultima edizione di Euroscope, il sondaggio di Polling Europe condotto tra il 21 e il 30 settembre 2026 su un campione di 5.067 cittadini maggiorenni dei 27 Paesi dell’Ue, rappresentativo per età e genere e con approfondimenti su Germania, Francia, Italia, Spagna e Polonia. Un’istantanea che restituisce l’immagine di un continente meno ideologico di quanto spesso si racconti, e più attento a ciò che tocca da vicino bollette, confini e portafogli.

Il 62% degli intervistati ritiene che i Paesi europei dovrebbero provare a tornare ad acquistare gas russo. Non si tratta però di un blocco omogeneo. Poco più della metà di questo fronte (32%) pone una condizione precisa, la fine della guerra in Ucraina; il resto (30%) non ritiene necessario attendere. La distinzione è tutt’altro che secondaria: nel primo caso il ritorno del gas russo viene immaginato come parte di una normalizzazione postbellica, nel secondo come una scelta di convenienza slegata dall’esito del conflitto. I contrari, fermi al 25%, restano una minoranza netta.

In questo quadro l’Italia si distingue come il Paese più disponibile. Il 69% degli italiani è favorevole e il 38% accetterebbe di riaprire i rubinetti anche a guerra in corso, la quota più alta tra i grandi Stati membri. È un dato che si presta a più letture. Da un lato riflette il peso che la crisi energetica ha avuto su famiglie e imprese dopo il 2022, in un Paese che per decenni è stato tra i principali clienti di Gazprom. Dall’altro segnala come la linea di fermezza tenuta da Roma nei confronti di Mosca non trovi un riscontro altrettanto solido nell’opinione pubblica. Spagna (65%) e Germania (63%) si collocano poco sotto, mentre la Francia appare più incerta, con il 48% di favorevoli e il 22% di indecisi. La Polonia resta l’eccezione più evidente: il 35% si dice contrario, il valore più alto del campione, a conferma di come la percezione della minaccia russa cambi radicalmente spostandosi da ovest verso est.

Ancora più interessante è la distribuzione politica. Che gli elettori delle formazioni più radicali siano favorevoli non sorprende: tra quelli di Europa delle nazioni sovrane (Esn) il sì arriva all’84%, con il 60% pronto a riprendere gli acquisti senza attendere la pace, e quote superiori alla media si registrano anche tra Sinistra, Patrioti ed Ecr. Il dato più significativo arriva però dal centro dello schieramento. Anche tra gli elettori del Ppe (61%) e di Renew (63%) la maggioranza è favorevole, sebbene preferisca in larga parte attendere la fine del conflitto. Solo tra i Verdi i contrari raggiungono un peso rilevante (36%). In altre parole, l’idea di un ritorno al gas russo non è più confinata ai margini del sistema politico, ma attraversa anche l’elettorato delle forze che sostengono la Commissione.

Lo stesso pragmatismo emerge quando il sondaggio chiede in quali ambiti i Paesi dovrebbero cooperare e mostrarsi solidali tra loro. In testa ci sono la difesa dei diritti umani (60%), la risposta a calamità naturali e pandemie (57%) e la tutela dell’ambiente (54%), temi su cui il consenso è largo e trasversale. La difesa reciproca in caso di invasione da parte di un altro Paese, cioè il cuore dell’impegno collettivo su cui si reggono la Nato e la clausola di mutua assistenza dei Trattati europei, si ferma invece al 48%.

Anche qui la geografia pesa più di ogni altra variabile. In Polonia il sostegno alla difesa comune sale al 57%, nell’Europa centro-orientale al 55%, mentre in Italia scende al 40%, il valore più basso tra i Paesi analizzati, con Germania (43%) e Francia (44%) di poco sopra. È la fotografia di un’Unione in cui la minaccia viene percepita con intensità molto diversa a seconda della distanza dal fronte, una distanza che inevitabilmente si riflette sul consenso attorno agli sforzi di riarmo. Sul piano politico la linea di frattura è netta: la cooperazione difensiva è sostenuta soprattutto dagli elettori del Ppe (60%) e di Renew (56%), e crolla tra quelli della Sinistra (39%) e di Esn (34%).

Lo sguardo si sposta poi oltreoceano, dove il 3 novembre gli americani tornano alle urne per il voto di metà mandato. Il 58% degli europei spera in una vittoria del Partito democratico, appena il 18% in un successo repubblicano, mentre quasi uno su quattro (24%) non si riconosce in nessuno dei due. Polling Europe legge il dato come una preferenza per la “continuità” a Washington, ma con la Casa Bianca e il Congresso oggi in mano repubblicana il tifo per i Democratici assume piuttosto il valore di una richiesta di contrappeso.

L’Italia è tra i Paesi più schierati, con il 64% di preferenze per i Democratici e appena il 14% per i Repubblicani, un livello analogo a quello del Nord Europa. Più freddo il fianco orientale: nell’Europa centro-orientale i Democratici si fermano al 48% e in Polonia al 43%, mentre i Repubblicani salgono al 25%. Un risultato coerente con il rapporto privilegiato che Varsavia ha costruito con Washington sul piano della sicurezza, a prescindere dal colore dell’amministrazione.

Il dato forse più sorprendente riguarda però le destre europee. Anche tra gli elettori dei Patrioti (45% contro 32%), dell’Ecr (41% contro 33%) e di Esn (41% contro 31%) la preferenza va ai Democratici. L’affinità che molti leader sovranisti rivendicano con il trumpismo, insomma, non si trasmette automaticamente alla loro base, che sembra guardare agli Stati Uniti con occhi più europei che di partito.

Sul fronte interno, l’immigrazione irregolare si conferma uno dei temi più sensibili. Il 54% degli europei ritiene che la situazione stia peggiorando, contro un modesto 15% che intravede miglioramenti. La percezione è particolarmente cupa in Spagna (76%), Polonia (66%) e Francia (57%). L’Italia, per anni principale approdo della rotta del Mediterraneo centrale, si colloca invece sotto la media (47%), con quasi un terzo degli intervistati (32%) che considera la situazione stabile. Ancora più distante la Germania, dove solo il 38% vede un peggioramento e un quarto del campione registra progressi. Tra gli elettori dei Patrioti, al contrario, la quota dei pessimisti sale al 75%: segno che la lettura del fenomeno resta strettamente legata all’orientamento politico.

Più incoraggiante, dal punto di vista di Bruxelles, è il quadro sull’integrazione del mercato bancario europeo, uno dei cantieri su cui l’Unione punta per rilanciare la propria competitività. Il 54% sostiene la riforma e il 24% si oppone, mentre poco più di un intervistato su cinque non ha un’opinione, a riprova di quanto il tema resti tecnico e lontano dal dibattito pubblico. Il sostegno è più forte nel Sud, in Spagna (66%) e in Italia (58%, con appena il 16% di contrari), più debole in Germania (48%) e in Francia (41%), dove un terzo degli intervistati non sa rispondere. Sul piano politico le forze della maggioranza europea si mostrano compatte, con Renew al 69% e Ppe, Socialisti e Verdi al 67%, mentre Esn è l’unico gruppo in cui prevalgono i contrari (48% contro 37%).

Il pragmatismo torna anche nelle priorità per i trasporti. Più che sulle tecnologie emergenti, gli europei chiedono di investire sulle infrastrutture tradizionali: strade e autostrade (39%) e ferrovie (38%) precedono idrogeno e biocarburanti (33%), mentre l’elettrificazione del trasporto su strada si ferma al 22%. In Italia la ferrovia è la priorità assoluta (45%), nell’Europa centro-orientale prevale la rete stradale (52%). Resta tiepido l’entusiasmo per la guida assistita e autonoma: solo il 35% ritiene importante investirci, il 31% lo considera giusto ma non prioritario e il 22% una scelta sbagliata, quota che in Francia sale al 32%. Sul riciclo, invece, gli europei sembrano disposti ad accettare più regole: il 72% le considera utili o necessarie per aumentare l’uso di materiali riciclati, mentre solo il 18% giudica sufficiente l’impegno attuale dei produttori.

Nel complesso, secondo Polling Europe, il quadro che emerge è quello di un’opinione pubblica ancora legata alla cooperazione internazionale, ma sempre più orientata da preoccupazioni concrete su sicurezza, mobilità, migrazioni e resilienza economica. Più che dalle appartenenze ideologiche, gli europei sembrano guidati dalla ricerca di stabilità, protezione e risultati tangibili. Una lettura che il dato sul gas russo, trasversale a quasi tutte le famiglie politiche, conferma con particolare evidenza.


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