L’Egitto si schiera con Riad contro gli Houthi, approvando il sostegno militare per difendere la sicurezza del Mar Rosso e i luoghi sacri sauditi. Ma al-Sisi evita il Patto della Mecca per preservare margini di manovra diplomatica e mantenere aperti i canali con Iran, Stati Uniti e gli altri attori regionali
Perché l’Egitto ha scelto di schierarsi al fianco dell’Arabia Saudita, presa di mira dagli Houthi, nonostante le riserve del Parlamento del Cairo? Come incide in tale scenario lo sforzo diplomatico del Patto della Mecca (a cui al-Sisi non vuole aderire) proprio mentre le superpotenze sono alle prese con processi elettorali che potrebbero influire sulle mosse future?
Cairo-Riyadh: c’è il sostegno militare ma…
Punto di partenza è la decisione egiziana di approvare il sostegno militare all’Arabia Saudita per gli attacchi Houthi. Un fatto che si inserisce con forza nel paniere di riflessioni sulla crisi, tanto geopolitica quanto energetica, legata alle rotte e alle interferenze orchestrate ad hoc. La Camera dei rappresentanti del Cairo ha precisato che la decisione è stata approvata con la maggioranza dei due terzi, dunque in questo modo al-Sisi potrà adottare “misure per proteggere territorio, sovranità e luoghi sacri sauditi da attacchi esterni”.
Due settimane fa un campanello di allarme era stato suonato da Yahya al-Raei, presidente del Parlamento controllato dagli Houthi a Sanaa, secondo cui l’Egitto potrebbe essere interessato da un coinvolgimento militare. In contemporanea alla decisione egiziana ecco che un’altra mossa ad incastro si è verificata, con particolare eco in Medio Oriente e non solo: gli aderenti al Patto della Mecca, ovvero Arabia Saudita, Turchia e Pakistan, hanno avviato a Teheran un confronto con dirigenti iraniani per smussare l’escalation, alla presenza del ministro della Difesa saudita, principe Khalid bin Salman. Appare di tutta evidenza che se da un lato, al-Sisi ha inteso sottolineare la propria posizione nei confronti dell’Arabia Saudita, dall’altro non ha manifestato l’intenzione di aderire a quel desco, che però si è mosso di conseguenza e simultaneamente. Difesa e diplomazia certamente procedono di pari passo, anche in questo caso, ma con un punto interrogativo alla voce super player esterni: Israele e Usa, “distratti” dai rispettivi processi elettorali.
Dalle piramidi alla Casa Bianca
Tra l’altro il dialogo con Washington in questo senso non si ferma, come dimostra la conversazione telefonica tra il ministro egiziano degli Esteri, Badr Abdelatty e Massad Boulos, consigliere senior del presidente degli Stati Uniti per gli Affari arabi e africani: non solo hanno fatto il “consueto” punto sugli sviluppi regionali, ma si sono ripromessi di rafforzare il coordinamento bilaterale a sostegno della sicurezza e della stabilità nella macro regione che si spinge fino al centro e sud Africa. Il riferimento è anche al Sudan, su cui l’Egitto lavora per l’unità e la sovranità del Paese che comprenda una soluzione politica della crisi. Sulla Libia, invece, ci sono molte interlocuzioni dal momento che in ballo non c’è solo il processo politico a Tripoli, ma anche l’accordo libico-turco sulla zona economica esclusiva che ha fatto irrigidire Grecia e Cipro, e su cui la Commissione europea è stata fortemente critica nei confronti di Ankara.
Scenari
Gli Houthi definiscono una dichiarazione di guerra la scelta egiziana, reazione che dovrà essere valutata non solo nelle sedi competenti, ma anche altrove. Washington, Tel Aviv e Teheran stanno osservando l’evoluzione del quadro. L’intreccio con la questione Gaza è un altro elemento da tenere in debito conto. Circa 800 tonnellate di aiuti, come svariate tonnellate di farina per venire incontro alla crisi dei panifici e quindi della popolazione, sono in partenza per la Striscia dall’Egitto. Si tratta nello specifico di più di 60 convogli diretti al valico di Rafah. Lo stesso presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi vi ha contribuito personalmente.
















