Gli allarmi che hanno attraversato i cieli europei e i congelatori manomessi a distanza in mezza Europa non dimostrano, da soli, l’esistenza di un’unica strategia ostile. La competizione strategica si sposta però sul terreno più esposto e meno presidiato: la capacità degli Stati di garantire il funzionamento quotidiano delle proprie società. L’analisi di Raffaele Volpi
C’è un bene sul quale le società occidentali hanno costruito buona parte della propria prosperità e che quasi mai compare nelle analisi di sicurezza: la normalità. Un aereo che decolla all’orario previsto, una rete elettrica che alimenta un distretto industriale, un ospedale che conserva i farmaci alla temperatura corretta, una catena del freddo che porta gli alimenti sugli scaffali. Funzioni ordinarie, quasi invisibili, sulle quali poggiano l’organizzazione economica, la fiducia dei cittadini e, in ultima istanza, la tenuta delle istituzioni.
Per decenni abbiamo considerato questa continuità un sottoprodotto naturale del progresso tecnico e dell’integrazione dei mercati. Gli ultimi giorni ci dicono che potrebbe diventare uno dei terreni principali della competizione strategica. Tra il 2 e il 3 novembre almeno sette voli di linea diretti in Italia, Polonia, Spagna e Bulgaria sono stati raggiunti da minacce bomba anonime. Atterraggi d’emergenza, deviazioni, ispezioni, operazioni aeroportuali temporaneamente sospese; a Fiumicino i caccia dell’Aeronautica Militare si sono alzati in volo per scortare due aerei in avvicinamento. A ridosso di quegli episodi, minacce analoghe avevano raggiunto via email i presidi di circa duecentottanta scuole italiane. Di ordigni, nessuna traccia. Eppure il sistema ha dovuto comportarsi esattamente come se la minaccia fosse reale, e non poteva fare altrimenti: nessuna autorità responsabile può permettersi di ignorare una segnalazione potenzialmente letale.
Qui sta il nodo. La forza di una minaccia non si misura soltanto sulla distruzione che è in grado di produrre, ma sui costi che obbliga il destinatario a sostenere per proteggersi. Chi lancia un falso allarme spende pochissimo; chi lo riceve mobilita personale, mezzi, procedure e tempo. È un’asimmetria di costo che il pensiero strategico conosce bene e che oggi si applica, su scala continentale, alla vita civile. Nella notte tra il 1° e il 2 novembre i sistemi di controllo remoto della refrigerazione di decine di supermercati in Belgio, Lussemburgo, Paesi Bassi, Irlanda, Svezia, Finlandia ed Estonia, con casi segnalati anche in Sicilia, sono stati manomessi: temperature dei congelatori portate fino a cinquanta gradi, tonnellate di merce da distruggere. Era il secondo episodio in meno di un mese, dopo quello che il 12 ottobre aveva colpito centinaia di unità frigorifere della grande distribuzione francese.
Tecnologie concepite per l’efficienza energetica e il monitoraggio a distanza si sono rivelate porte d’accesso per interrompere un servizio essenziale. E quando sistemi dello stesso tipo custodiscono farmaci, vaccini o emoderivati, il problema esce immediatamente dal perimetro informatico per entrare in quello della salute pubblica. Allo stato non esistono elementi sufficienti per ricondurre i due fenomeni a un’unica regia, e sarebbe un errore di metodo pretendere di farlo. Le indagini sono in corso e la prudenza è d’obbligo. Ma l’analisi strategica non può attendere l’attribuzione giudiziaria per interrogarsi sul significato di ciò che accade. Letti nel quadro della sicurezza europea, questi episodi mostrano con quanta facilità la continuità delle attività civili possa essere perturbata senza ricorrere ad alcuno strumento militare convenzionale. È questa convergenza di vulnerabilità, più che l’eventuale identità degli autori, a meritare attenzione.
La competizione tra potenze sta ampliando il proprio campo d’azione. Accanto alla dimensione militare classica si consolidano strumenti capaci di produrre effetti economici, psicologici e politici agendo sulle infrastrutture e sulle interdipendenze delle società avanzate. Il confronto non riguarda più soltanto la conquista di un territorio o il controllo di una risorsa: può avere per oggetto la prevedibilità stessa della vita di un Paese. La guerra ibrida viene di solito definita come l’impiego combinato di strumenti militari e non militari. La definizione è corretta, ma non coglie più il mutamento essenziale: la possibilità di usare l’organizzazione stessa delle società moderne come superficie di pressione strategica. Non si tratta di aggiungere strumenti alla guerra, ma di trasformare in strumento ciò che la difesa dovrebbe proteggere.
Le economie europee sono diventate più efficienti proprio perché hanno integrato le proprie infrastrutture. Le reti energetiche dipendono da sistemi digitali, i trasporti da piattaforme informatiche, la distribuzione da catene logistiche complesse, la manifattura da fornitori sparsi su più continenti. Ogni passaggio ha generato produttività e competitività. Ma l’interdipendenza che non è accompagnata da adeguate capacità di protezione e di ripristino diventa un moltiplicatore del rischio: la stessa connessione che riduce i costi in tempo di pace li moltiplica nel momento della perturbazione. Il punto non è immaginare un collasso simultaneo delle infrastrutture europee, scenario che appartiene più alla narrativa che all’analisi. Il punto è comprendere come perturbazioni limitate, ripetute e apparentemente scollegate possano imporre costi crescenti a sistemi progettati per operare in condizioni di prevedibilità. È una logica di logoramento, non di sfondamento.
Una compagnia aerea deve garantire la sicurezza dei passeggeri, un ospedale la continuità delle cure, un gestore di rete la stabilità della distribuzione. Nessuno di questi soggetti può sospendere le proprie responsabilità perché una minaccia potrebbe rivelarsi infondata. Chi intende sfruttare questa asimmetria non ha bisogno di saper distruggere un’infrastruttura: gli basta indurla a fermarsi per precauzione. È in questo passaggio che entra in gioco la dimensione cognitiva, che comprende la disinformazione, la propaganda e la manipolazione delle opinioni ma non si esaurisce in esse. Riguarda il modo in cui la percezione dell’insicurezza orienta comportamenti individuali, decisioni economiche e scelte politiche. Una sequenza di allarmi può modificare il rapporto dei cittadini con il trasporto aereo; un’interruzione informatica può incrinare la fiducia in un servizio essenziale; la ripetizione di episodi diversi può alimentare la sensazione che le istituzioni non governino più pienamente l’ambiente nel quale operano. Quella sensazione è, di per sé, un risultato politico.
Un effetto psicologico, naturalmente, non prova da solo l’esistenza di un’operazione di guerra cognitiva: per parlare di campagna deliberata servono elementi su autori, obiettivi e modalità di coordinamento. Ma un attore ostile non ha bisogno di aver generato ogni singolo episodio per sfruttarne l’effetto cumulativo, amplificandolo attraverso i canali dell’informazione e ottenendo risultati politici senza assumersi i rischi di un’aggressione aperta. La dimensione cognitiva non sostituisce quella materiale: la accompagna e ne moltiplica le conseguenze. La questione acquista ulteriore spessore se osservata alla luce delle trasformazioni dell’economia internazionale. La globalizzazione ha costruito una trama di dipendenze reciproche considerata a lungo una garanzia di stabilità: l’intensità degli scambi, si riteneva, avrebbe reso il conflitto sempre più costoso e favorito comportamenti cooperativi. Gli ultimi anni hanno mostrato l’altra faccia di quella trama. Energia, semiconduttori, materie prime critiche, infrastrutture digitali e rotte commerciali sono diventati strumenti di influenza e di pressione. Il controllo di un nodo logistico, di una tecnologia o di una dipendenza industriale può avere un peso strategico molto superiore al suo valore economico.
È ciò che il dibattito internazionale definisce weaponized interdependence: la capacità di condizionare un avversario non deriva soltanto dalle risorse che si possiedono, ma dalla posizione occupata nelle reti dalle quali altri dipendono. La vulnerabilità delle infrastrutture civili ne rappresenta la declinazione più capillare. Per incidere sul funzionamento di una rete non è necessario controllarla per intero; talvolta basta individuarne il punto debole: un servizio esternalizzato, un sistema di controllo industriale esposto in rete, un fornitore di manutenzione con accessi remoti poco protetti, una procedura operativa particolarmente sensibile. Il caso dei supermercati è eloquente: a quanto emerso finora, il varco non era la singola catena distributiva, ma un anello tecnico comune a molti operatori. Ne discende che la sicurezza nazionale deve confrontarsi con un perimetro assai più esteso di quello tradizionale. Il confine tra infrastruttura strategica e infrastruttura ordinaria si fa incerto. Una piattaforma software utilizzata da migliaia di imprese, un centro di distribuzione alimentare, un impianto di refrigerazione farmaceutica o un operatore logistico possono assumere rilevanza nazionale non per la loro natura istituzionale, ma per le conseguenze che deriverebbero dalla loro interruzione.
Questa trasformazione impone di ripensare il rapporto tra sicurezza pubblica e responsabilità privata. Una quota crescente delle funzioni essenziali delle società europee è gestita da imprese. Lo Stato conserva la responsabilità della sicurezza nazionale, ma non controlla direttamente gli strumenti dai quali dipende la continuità del Paese. Prima ancora che tecnologico, è un problema di governo delle interdipendenze. L’Unione europea ha cominciato ad affrontarlo rafforzando il quadro normativo, con la direttiva NIS2 sulla cybersicurezza e con la direttiva sulla resilienza dei soggetti critici. Il passaggio è rilevante perché riconosce che la protezione non può più essere affidata alla sola capacità di reagire dopo l’incidente. Resta però aperta una questione di fondo. Le infrastrutture europee sono profondamente integrate, mentre le competenze operative, le strutture amministrative e gran parte delle responsabilità di sicurezza rimangono nazionali. Una perturbazione attraversa i confini più rapidamente dei meccanismi istituzionali chiamati a gestirla: l’ondata del 2 novembre ha toccato otto Paesi in una sola notte.
La cooperazione europea non può dunque esaurirsi nello scambio di informazioni o nell’armonizzazione degli obblighi. Deve tradursi in una capacità comune di mappare le dipendenze critiche, simulare scenari di interruzione e coordinare il ripristino dei servizi. Anche il rapporto transatlantico va letto in questa prospettiva. L’Alleanza Atlantica ha progressivamente esteso la propria attenzione alla resilienza civile, riconoscendola come condizione della credibilità della deterrenza e della capacità di sostenere operazioni militari. Una società che non sa garantire energia, comunicazioni, trasporti e approvvigionamenti non dispone delle basi per sostenere nel tempo neppure la più solida postura difensiva. Non si tratta di militarizzare la gestione delle infrastrutture civili. Si tratta di riconoscere che sicurezza militare e sicurezza economica poggiano sulla stessa base materiale.
Per l’Italia questa riflessione ha un peso particolare. Il nostro Paese occupa una posizione centrale nel Mediterraneo, è profondamente inserito nelle catene del valore europee e dispone di infrastrutture energetiche, portuali, aeroportuali, digitali e logistiche la cui rilevanza va ben oltre i confini nazionali. La sua economia manifatturiera vive della continuità degli approvvigionamenti, della prevedibilità dei trasporti, dell’affidabilità delle reti. Non a caso, nei giorni scorsi, l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale ha richiamato gli operatori della grande distribuzione, della logistica alimentare e della refrigerazione industriale ad adottare misure di protezione adeguate.
La vulnerabilità di questi sistemi non è soltanto una questione di ordine pubblico o di protezione tecnologica: è un fattore di competitività e, in ultima analisi, di autonomia decisionale. Un’impresa costretta a sostenere costi crescenti per proteggere la propria produzione, una filiera obbligata a introdurre ridondanze, un sistema logistico esposto a interruzioni ripetute pagano un prezzo che si riflette sugli investimenti e sulla capacità di competere. La sicurezza acquista così una dimensione industriale. Non è più soltanto una voce di spesa destinata a prevenire perdite, ma la condizione per garantire continuità produttiva, attrarre capitali e preservare il valore delle infrastrutture.
L’Italia possiede competenze di primo livello nella difesa, nell’aerospazio, nella sicurezza informatica, nell’energia e nell’automazione industriale. La sfida è ricomporle in una visione che non separi artificialmente la protezione delle infrastrutture dalla politica industriale e dalla strategia nazionale. L’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, le amministrazioni competenti, gli operatori e il sistema produttivo sono le componenti di un’architettura che deve evolvere dalla protezione dei singoli sistemi alla comprensione delle loro dipendenze reciproche. Non basta sapere quali infrastrutture siano strategiche. Occorre sapere quali funzioni siano indispensabili, per quanto tempo possano essere sospese e quali effetti produrrebbe la perdita simultanea di più servizi. La differenza è sostanziale: la prima impostazione protegge gli oggetti, la seconda protegge la capacità del Paese di funzionare.
Resta, infine, una questione politica che non può essere elusa. Le democrazie fondano la propria legittimità anche sulla capacità delle istituzioni di garantire sicurezza e prevedibilità. Se ogni minaccia genera un’emergenza, se ogni allarme impone una mobilitazione straordinaria, se la percezione dell’insicurezza diventa permanente, il rischio è che la gestione dell’eccezione finisca per colonizzare la normalità. Una democrazia non può ignorare una minaccia per dimostrare di non esserne intimidita. Deve però dotarsi di strumenti abbastanza raffinati da impedire che il semplice annuncio di un pericolo produca automaticamente il massimo risultato per chi lo ha formulato. Servono capacità di valutare rapidamente la credibilità delle minacce, procedure proporzionate, sistemi alternativi, tempi di ripristino brevi e una comunicazione pubblica capace di informare senza amplificare l’incertezza. La resilienza non consiste nel promettere che nessuna interruzione avverrà. Consiste nel garantire che una perturbazione non degeneri in crisi sistemica.
È una concezione della sicurezza che richiede investimenti, competenze e, soprattutto, continuità delle decisioni, perché la protezione delle società avanzate non si costruisce sull’onda dell’ultima emergenza.
La competizione strategica contemporanea non ha cancellato la centralità della forza militare. La guerra in Ucraina dimostra quanto il controllo del territorio, la capacità industriale e la disponibilità di strumenti convenzionali restino decisivi. Ma lo stesso conflitto ha mostrato come energia, comunicazioni, reti digitali e infrastrutture civili siano diventate parte integrante della capacità di resistenza di uno Stato: la tenuta della rete elettrica ucraina, sotto attacco sistematico, è stata e resta una questione di sopravvivenza nazionale. È una lezione che l’Europa dovrebbe fare propria prima, e non dopo, l’eventualità di una guerra aperta. La capacità di una potenza di esercitare pressione su un’altra non si misura più soltanto in superiorità militare o controllo delle risorse. Si misura anche nella possibilità di condizionarne i tempi, assorbirne le energie, inceppare i processi decisionali e incrinare la fiducia nella continuità dei servizi. In questo scenario la resilienza diventa una componente della sovranità. Uno Stato è davvero autonomo non soltanto quando può difendere il proprio territorio, ma quando conserva la capacità di far funzionare la propria economia e le proprie istituzioni sotto una pressione prolungata.
Gli allarmi che hanno attraversato i cieli europei e i congelatori manomessi a distanza in mezza Europa non dimostrano, da soli, l’esistenza di un’unica strategia ostile. Ci ricordano però che il terreno sul quale si giocherà una parte crescente della competizione internazionale coincide sempre più con la vita ordinaria delle nostre società. Ed è forse qui il mutamento più profondo. Per molto tempo abbiamo pensato alla sicurezza come alla capacità di impedire che la guerra entrasse nella normalità. Oggi dobbiamo considerare anche il problema inverso: impedire che la normalità diventi essa stessa uno strumento di guerra. La sfida non sarà soltanto difendere le infrastrutture da chi vuole colpirle, ma impedire che la possibilità di interromperle diventi una forma permanente di potere sulle nostre società.
















