Per ogni euro di valore aggiunto diretto generato da Roche, l’impatto sul Pil italiano è pari a 2,8 euro. Eppure il Paese continua a perdere opportunità nella ricerca e nelle sperimentazioni cliniche. Da Boeri all’industria, il confronto sulle riforme necessarie per rendere l’Italia più competitiva
Cinquanta ricercatori italiani vincitori di un finanziamento europeo, ma soltanto ventidue progetti destinati a essere realizzati nel nostro Paese. È uno dei dati più significativi degli ultimi Erc Starting Grant, che restituisce il paradosso di un sistema scientifico capace di produrre eccellenza, ma meno efficace nel trattenerne i risultati. “In Italia non mancano le idee, ma quando si tratta di metterle in pratica le persone decidono di andare altrove”, ha osservato l’economista Tito Boeri, intervenendo a Roma in occasione della presentazione della seconda edizione dello Studio di Impatto di Roche Italia, realizzato con il supporto metodologico di Pwc Italia.
Il confronto con la Spagna rende particolarmente evidente il peso delle condizioni istituzionali. Nei risultati degli Erc Advanced Grant, a fronte di 39 vincitori italiani, soltanto 19 progetti saranno ospitati in Italia, contro i 29 della Spagna. Una distanza che emerge anche nelle sperimentazioni cliniche: per avviare l’arruolamento dei pazienti occorrono mediamente 148 giorni in Italia e 112 in Spagna. Secondo un’analisi Altems, questo divario si traduce in circa 450 studi attivati in meno nel nostro Paese, oltre 10.500 pazienti non arruolati e circa 180 milioni di euro di opportunità economiche perse per il Servizio sanitario nazionale nell’arco di tre anni.
La differenza, secondo Boeri, non risiede necessariamente nella qualità della ricerca. La Spagna ha sviluppato strumenti capaci di accompagnare i ricercatori nell’accesso ai finanziamenti europei, a partire dall’agenzia nazionale Cdti, e introdotto percorsi di carriera con tenure track per favorire la stabilizzazione dei talenti. Ha inoltre costruito un sistema più rapido nell’attivazione dei centri clinici. Un modello che pone all’Italia una questione di governance, prima ancora che di disponibilità delle risorse.
Il valore della ricerca oltre il laboratorio
La capacità di trasformare la conoscenza scientifica in benefici concreti assume un significato ancora più rilevante in uno scenario internazionale attraversato da trasformazioni geopolitiche, commerciali, demografiche e climatiche. Lo ha ricordato Roberto Balzaretti, ambasciatore di Svizzera in Italia, sottolineando come la collaborazione tra due Paesi vicini e amici, accomunati da sfide analoghe, rappresenti un’opportunità per affrontare le esigenze del presente e anticipare quelle future. Investire in ricerca e innovazione, in questo contesto, non è più soltanto una scelta di politica industriale, ma una necessità strategica. E il punto, ha osservato Balzaretti, non è esclusivamente “ciò che la scienza ci permette di scoprire”, quanto la capacità di tradurre quelle scoperte in risultati tangibili per le persone.
Una prospettiva che chiama in causa anche la distribuzione dei benefici dell’innovazione. Boeri ha richiamato il divario nell’aspettativa di vita tra le fasce di reddito italiane: il decile più ricco vive mediamente 5,7 anni in più rispetto a quello più povero. Da qui la necessità di rafforzare la ricerca pubblica, orientandola maggiormente anche verso le patologie che colpiscono le fasce più vulnerabili e la salute dei bambini. Una scelta che avrebbe ricadute non soltanto sull’equità, ma anche sulla produttività degli investimenti e sulla sostenibilità futura della spesa sanitaria.
D’altra parte, la ricerca finanziata dallo Stato non sottrae necessariamente risorse all’iniziativa privata, ma può alimentarla. Secondo gli studi richiamati da Boeri, a un aumento del 10% degli investimenti pubblici in ricerca e sviluppo corrisponde una crescita del 5-6% di quelli privati. Un effetto moltiplicatore che rafforza la necessità di rimuovere gli ostacoli amministrativi e istituzionali alla ricerca e di creare le condizioni per sfruttare pienamente le potenzialità dell’intelligenza artificiale.
Anche il capitale umano rappresenta una componente essenziale di questa equazione. Nel messaggio inviato in occasione dell’incontro, il presidente del Cnel Renato Brunetta ha richiamato il valore della partecipazione dei lavoratori alle scelte aziendali, soprattutto nei settori in cui la conoscenza costituisce il principale fattore competitivo. “Dove il valore nasce dalla conoscenza, coinvolgere chi lavora nelle scelte dell’impresa diventa una condizione per competere È il ‘paradigma partecipativo’ in cui il Cnel crede”, ha sottolineato.
La competitività passa dalle regole
Il tema delle condizioni necessarie ad attrarre investimenti ha inevitabilmente attraversato anche il confronto con l’industria. Per Amy VanBuskirk, nuova general manager di Roche S.p.A., i primi segnali del Governo nella manovra e sul Testo Unico rappresentano un passo nella giusta direzione, ma non ancora sufficiente a tenere il passo della competizione internazionale. “Il rischio reale per l’Italia è quello di una delocalizzazione silenziosa”, ha avvertito, richiamando la rapidità con cui i capitali scelgono i sistemi più favorevoli alla ricerca.
La questione, tuttavia, non si esaurisce nella disponibilità di incentivi. Come emerso dall’intervento del direttore generale di Farmindustria, Carlo Riccini, l’Italia ha già compiuto progressi significativi negli investimenti produttivi e nella ricerca, anche grazie a strumenti come il credito d’imposta. Occorre però interpretare in modo più moderno il concetto di semplificazione, intervenendo sui tempi di accesso, sulle competenze e sulle modalità di collaborazione tra pubblico e privato.
Tra le priorità indicate figurano una maggiore integrazione tra industria e istituzioni nelle attività di horizon scanning, la rimozione degli ostacoli che rallentano la ricerca clinica a livello nazionale e regionale e il rafforzamento delle competenze negli ospedali. Le sperimentazioni, infatti, non generano soltanto valore clinico ed economico, ma contribuiscono a formare e trattenere professionalità qualificate. Estenderle anche alle regioni e alle aree interne meno coinvolte potrebbe inoltre rappresentare uno strumento per contrastare la mobilità sanitaria.
Una maggiore capacità di programmazione richiede però anche di ripensare il modo in cui viene valutata l’innovazione. È il cambio di paradigma richiamato da Francesco Saverio Mennini, secondo cui occorre superare la tradizionale logica dei silos di spesa e la sovrapposizione tra prezzo e costo. Il valore di una tecnologia sanitaria, ha spiegato, deve essere misurato lungo l’intero percorso di cura, considerando i miglioramenti nello stato di salute e nella qualità della vita, insieme ai costi diretti e indiretti che il suo utilizzo può contribuire a ridurre.
Un’impostazione che trova un punto di contatto con la posizione di Burçak Çelik, general manager di Roche Diagnostics S.p.A., secondo cui “il valore della diagnostica non deve essere misurato solo all’interno del laboratorio ma lungo l’intero percorso clinico del paziente”. La disponibilità di evidenze cliniche, economiche e organizzative diventa così essenziale per consentire ai decisori pubblici di valutare l’innovazione in una prospettiva complessiva.
Resta, sullo sfondo, il nodo della governance della spesa farmaceutica e dei dispositivi medici. Mennini ha richiamato il lavoro in corso per individuare un possibile tetto al payback farmaceutico, compatibilmente con i vincoli di finanza pubblica, prendendo eventualmente come riferimento i livelli del 2023. Dal versante industriale, VanBuskirk ha sollecitato un superamento graduale del meccanismo, insieme all’introduzione di tempi certi e contratti unici per le sperimentazioni cliniche. Çelik ha invece evidenziato le criticità del payback sui dispositivi medici, chiedendo una riforma strutturale capace di garantire maggiore prevedibilità al settore e sostenere l’accesso alle innovazioni diagnostiche.
L’impatto di Roche sull’economia italiana
A offrire una misura concreta del valore generato dall’innovazione è la seconda edizione dello Studio di Impatto di Roche Italia, realizzato con il supporto metodologico di Pwc Italia. Secondo l’analisi, le attività dell’azienda generano un impatto complessivo di 718 milioni di euro sul Pil nazionale, con un effetto moltiplicatore pari a 2,8 euro per ogni euro di valore aggiunto diretto. Sul fronte occupazionale, ai 993 dipendenti diretti corrispondono complessivamente 3.195 unità di lavoro equivalenti sostenute lungo la filiera e nell’indotto, mentre la rete produttiva coinvolge oltre 1.300 fornitori italiani. Particolarmente significativo il contributo della ricerca clinica: nel 2025 Roche contava 191 studi interventistici attivi, con 13.326 pazienti complessivamente coinvolti. Per i 137 studi sponsorizzati è stato stimato un risparmio di 94,4 milioni di euro per il Servizio sanitario nazionale, pari a 2,82 euro per ogni euro investito. Numeri che restituiscono, anche sul piano economico, la dimensione di una questione più ampia: la capacità di riconoscere nell’innovazione non soltanto una voce di spesa, ma una componente dello sviluppo e della sostenibilità del sistema sanitario.
















