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La storia della adesione del Pd alla socialdemocrazia europea (e che contempla altre storie: culturali, sociologiche, politiche, tutte da valutare criticamente e non disinvoltamente) è, in realtà, una presa d’atto molto tardiva degli eventi del 1989. Cioè della perestrojka di Michail Gorbaciov e della caduta del Muro di Berlino, cui non era stato estraneo il potente pontificato di Giovanni Paolo II. Se tutto, invece, come sostenuto da non pochi osservatori, tipo Piero Ignazi su Repubblica, si dovesse al cosiddetto velocismo di Matteo Renzi e della sua gran voglia di strafare, si cadrebbe in un basso opportunismo all’italiana per conquistare qualche poltrona di prestigio in Europa.

Se la burosaurocrazia ancora forte nel Pd ha ridicolizzato la marginalità dell’unico voto contrario di Beppe Fioroni a cotanta decisione, l’ha fatto per salvarsi un’anima sporca che nessuno sbianchettamento può emendare. Per certi versi, la decisione del Pd è persino tardiva rispetto al migliorismo di Giorgio Napolitano, da sempre più minoritario che maggioritario persino nella serie delle formule postcomuniste che sono state via via adottate dai tempi della Bolognina sino alla fusione fra Pds e Margherita: cioè un doppio meticciato che non a caso ha tenuto per tanti anni sospesa la scelta della collocazione europea dell’ircocervo chiamato Pd.

Potrà essere soddisfatto Massimo D’Alema, che scopre adesso il bipolarismo europeo e sferra un attacco indecente al Ppe, quasi bloccando la scelta del Pse in maniera più congeniale alla partita politica che si gioca in Italia almeno dal 1994. Lui, l’opposto di Renzi, può rivendicare la lunga esperienza della sua fondazione Italiani-Europei codiretta assieme a Giuliano Amato. Ma un partito è altro da una fondazione culturale; anche se sarebbe positivo che altre fondazioni italiane propugnanti un serio bipolarismo si orientassero facendo ricorso alle riflessioni di fondazioni di orientamento diverso da quello neosocialdemocratico di Italiani-Europei.

Nella baldanza di una votazione di tipo sovietico che ha portato il Pd a confluire nel Pse, si trascura che la stessa classe dirigente piddina si richiama ad una pluralità di modelli europei. Certo non sono di sentimenti socialdemocratici gli esponenti delle svariate minoranze che continuano a contrapporsi a Renzi. Certo, se D’Alema (rispolverando uno slogan dovuto al Luigi Pintor dello «scandaloso» Manifesto) dichiara che non vuole «morire democristiano», ha tutto il diritto di affermare il contrario Fioroni, che non intende «morire socialdemocratico». Così come non sarebbe assolutamente una semplice curiosità apprendere come la pensano, sul modello europeo preferito, Francesco Rutelli o Enzo Bianco o lo stesso Romano Prodi che ama proporsi come superpartes, rimanendo invece un «cattolico adulto», cioè faziosamente di parte.

Il discorso, ovviamente, non si ferma qui. E merita approfondimenti seri. Se non altro approfittando della preparazione delle candidature per il voto europeo per il prossimo 25 maggio. La mia personale sensibilità di non socialdemocratico e di resistente democristiano (certamente non l’unico) mi impone di tenere aperta la discussione. Nella speranza che altri, con franchezza, lealtà e consapevolezza di come ciascuno concorre a crearsi il proprio destino, dicano la loro. Possibilmente in campagna elettorale, non ad urne chiuse.

Caro Renzi, la socialdemocrazia non è un obbligo

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