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Secondo i dati del rapporto “Africa Pulse” della Banca Mondiale, la crescita media del continente africano, si attesta al 4,9 per cento e le prospettive del prossimo Outlook sono altrettanto positive: l’Africa continuerà a crescere a ritmi del 5,3% nel 2014 e del 5,5% nel 2015.

Lo sanno bene le aziende occidentali di bevande alcoliche che stanno ripensando la propria azione geopolitica, spostando l’interesse verso il continente africano, considerato il più interessante mercato emergente a livello mondiale. Dalle analisi del Fondo monetario internazionale, nei prossimi cinque anni, otto su dieci dei paesi a più rapida crescita, saranno africani.

E tra le varie bevande, la birra soprattutto: l’ultima nata è la Ruut Extra, prodotta in Ghana da Diageo – leader mondiale nel settore degli alcolici, azienda tra le prime cento per capitalizzazione in borsa. Dall’idea alla consegna sul mercato, sono passate soltanto otto settimane: Ruut Extra è una birra a base di tapioca, tubero coltivato nelle regioni subtropicali locali – e che rappresenta la terza maggiore fonte di approvvigionamento di carboidrati nel pianeta.

Ma la birra creata da Diageo è soltanto una delle tante: la velocità di produzione, è segno evidente della corsa testa a testa tra le aziende di alcolici per spartirsi la quota di mercato africana. La sudafricana SABMiller, secondo più grande produttore di birra a livello mondiale, ha raddoppiato il proprio investimento di capitale nel continente dai 200 ai 400 milioni di dollari nell’arco degli ultimi tre anni. Circa un terzo dei suoi investimenti complessivi annuali sono destinati in Africa, anche se il continente per la società, rappresenta ancora soltanto il 12 per cento dei guadagni.

Come SABMiller, anche Castel, Heineken e Carlsberg hanno creato aziende e acquisito alcune delle locali – non senza contraddizioni. Emblematico è il caso di Bralima, azienda posseduta da Heineken in Congo, finita in un’inchiesta di Foreign Policy perché avrebbe pagato dazi di trasporto al gruppo M23 – il gruppo ribelle di etnia tutsi, guidato dal generale Bosco Ntaganda, protagonista dal 2012 di una sanguinosa guerra contro le forze governative nell’area al confine con il Ruanda, che sembra placarsi soltanto in questi ultimi giorni.

Il Chief operating officer di Diageo, Andy Fennell, intervistato dal Financial Times sostiene che «entro il 2035, l’economia della Nigeria sarà grande come quella del Regno Unito». E questo significa, che ogni nigeriano potrebbe passare a consumare dagli 11 litri annuali, circa 72 litri di birra – come gli inglesi appunto.

Analisi economica, supportata anche dai dati dalle proiezioni della McKinsey – società di consulenza tra le più importanti al mondo – che prevede che il numero di famiglie africane che guadagnano più di cinque mila dollari, passerà dagli 85 ai 128 milioni tra il 2011 e il 2020. E nel 2050 la popolazione del continente dovrebbe raddoppiare, raggiungendo i 2 miliardi, con una forte tendenza all’urbanizzazione.

Per le multinazionali del “beverage” restano ancora importanti problemi: innanzitutto quelli legati alla stabilità socio-politica dell’area; il continente ha una storia di conflitti – e di governance – ancora irrisolti ed enormi contraddizioni economiche. La forte crescita infatti non ha influito in modo incisivo sulla povertà endemica, a causa degli alti livelli di diseguaglianza – la crescita degli ultimi anni è stata tutt’altro che inclusiva e il tasso di povertà del continente staziona ancora intorno al 50 per cento. Questione che va unita alla debolezza delle infrastrutture, che si ripercuotono sui costi di produzione. «In termini di accessibilità relativa, produrre una birra in Africa sub-sahariana ha un costo medio di tre ore di lavoro in confronto ai cinque minuti degli Stati Uniti, e agli otto minuti in Europa orientale», dicono al Ft gli analisti di BPI Capital Africa.

Tuttavia le previsioni a lungo termine, possono ripagare gli investimenti: il continente presenta le perfette condizioni di un mercato emergente – una crescente classe media disposta al consumo, un enorme mercato di giovani, controllo dei governi sui consumi ancora debole. Diageo, che ha iniziato ad esportare Guinness in Sierra Leone nel 1827, attualmente concretizza questa vision commerciale, con 5300 persone impiegate in tutta l’Africa – circa un terzo del totale – 13 birrifici, diverse partership locali, 15 impianti di imbottigliamento e una fabbrica di vetro. Lo spostamento delle produzione, oltre a permettere una logistica più snella, facilita fiscalmente le imprese, che producendo birra con prodotti locali, come la tapioca appunto, godono di tassazioni più leggere – in virtù delle agevolazioni fiscali, in Mali si è cominciato ad utilizzare il miglio, in Botswana malto di sorgo.

Ma quanto pare nei piani dei grandi produttori e distributori, c’è anche qualcosa in più. L’idea sarebbe quella di utilizzare la birra – storicamente prodotta e consumata, anche nelle aree rurali dalle popolazioni indigene africane – come apripista accessibile e conosciuta al più ampio mercato degli “spirits”, trasformando e veicolando così i gusti dei consumatori e implementando ulteriormente il panorama del mercato.

Circostanza che muove preoccupazioni da parte di larga parte dell’opinione pubblica internazionale, sui possibili rischi della diffusione, dell’uso, e dell’eccesso, degli alcolici nel continente, date le instabili e incerte condizioni sociali e culturali (oltreché politiche ed economiche) in cui si trovano molte fette di popolazione. Le multinazionali diluiscono le controversi morali di queste speculazioni commerciali, con la creazione di fondazioni a sostegno delle popolazioni locali e campagne di responsabilizzazione: Heineken per esempio è presente con l’Heineken Africa Foundation – una delle tante RSI (o Corporate Social Responsability) – con cui la multinazionale sostiene anche programmi per la cura prenatale, cliniche per controllare l’anemia a cellule falciformi, banche del sangue, scuole elementari, campagne anti-Aids.

L'Africa cresce, e lo sanno bene le aziende della birra

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