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Il 6 giugno scorso sul Corriere della Sera Eugenia Roccella ha dovuto energicamente rispondere al suo collega di partito Giancarlo Galan, che l’aveva etichettata come “pasdaran” perché contraria alla legittimazione del “matrimonio omosessuale” e connessi “diritti”. Non è la prima volta che chi dà voce ai valori antropologici, umani e civili radicati nella storia e nelle radici cristiane della nostra civiltà è apostrofato come fondamentalista, bigotto, reazionario, etc.

In nome dei “diritti civili”, quindi, la libertà di parola nel nostro Paese è assicurata solo a chi non contrasta il politically correct? Così, ad esempio l’On. Roccella è anche spesso additata per le sue reiterate perplessità sull’“ideologia di genere”, rivendicando la diversità sessuale del maschile e femminile come dimensione fondativa dell’esperienza familiare e della costruzione dell’identità. Le rivolgiamo quindi alcune domande sul suo impegno attuale sui delicati fronti della tutela del matrimonio e della famiglia e del connesso ruolo della donna nella società di fronte alla crisi del relativismo.
D. Insomma, On. Roccella, stiamo giungendo ad una libertà di pensiero “ad autonomia limitata” anche all’interno dei partiti?
R. No, almeno per quanto riguarda il PdL, e proprio la mia attività politica di queste ultime settimane per la legge sull’omofobia lo dimostra: c’è stato un confronto fra posizioni diverse, all’interno del nostro gruppo parlamentare e del partito, un confronto in qualche momento anche duro, ma sempre pienamente libero. L’allarme sul pericolo di una proposta di legge come questa sull’omofobia, l’abbiamo lanciato dall’interno del Pdl, suscitando anche riflessioni e ripensamenti in chi in un primo momento non si era reso conto delle possibili conseguenze dell’approvazione di un testo così confezionato. D’altra parte il PdL è un grande partito, che rappresenta milioni di elettori, è ovvio che vi confluiscano persone di molti e diversi orientamenti culturali: laici, socialisti, liberali, cattolici, conservatori. Finora a tutti noi è stata consentita una piena agibilità politica.
D. Onorevole, l’abbiamo vista alle recenti manifestazioni della “Manif Pour Tous-Italia” a Roma, ci può spiegare le motivazioni dei sit-in di protesta contro la “legge sull’omofobia”?
R. Ritengo che la definizione di un nuovo reato penale – l’omofobia, appunto – all’interno della legge Mancino (che fu pensata contro il razzismo) rappresenti un reale pericolo per la libertà di espressione nel nostro paese. Già ora non è raro essere accusati di omofobia quando si esprimono idee e giudizi sull’omosessualità – per esempio sui matrimoni gay e sull’accesso all’adozione e alla procreazione assistita – non in linea con il pensiero dominante. Cosa succederebbe se una legge come quella in discussione adesso entrasse in vigore?
Ritengo anche molto pericoloso e ingiusto distinguere i soggetti che possono subire discriminazioni, individuando categorie maggiormente protette rispetto ad altre: per quale motivo un atto violento contro un omosessuale dovrebbe essere punito di più rispetto allo stesso atto contro una persona che ha altri motivi di fragilità? Per quale motivo una sopraffazione o un atto di bullismo nei confronti di un ragazzino isolato e timido, ma eterosessuale, deve essere punito diversamente dallo stesso gesto rivolto contro un omosessuale?
D. In effetti si porrebbe anche un problema costituzionale di tutela del diritto all’eguaglianza…
R. Direi di sì. Le discriminazioni devono essere prevenute e punite in quanto tali, non a seconda di chi le subisce, altrimenti saranno tutelati con leggi ad hoc solo i gruppi capaci di esercitare pressioni politiche, di godere dell’appoggio dei mezzi di comunicazione. Nessuna legge specifica proteggerà chi viene discriminato perché obeso, o perché marginale (penso per esempio ai cosiddetti “barboni”), o semplicemente perché è diverso in modo non classificabile, per uno dei mille motivi di diversità e fragilità individuale della natura umana.
D. Nella sua relazione al convegno “Figli della provetta. A trent’anni dalla nascita di Louise Brown, del luglio 2008 (allora era Sottosegretario al Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali), ebbe a definire la fecondazione artificiale una vera e propria “rivoluzione antropologica, che… realizza per la prima volta il mito dell’uomo fatto dall’uomo”. Da questo punto di vista, non crede che la legge 40, da elemento di sostegno alle coppie in difficoltà, sia ormai diventata, nel dibattito, nella giurisprudenza e nella prassi, uno strumento spuntato contro quel “lato oscuro della tecno-maternità”, di cui ebbe a dire nello stesso convegno?
R. Bisogna contrastare la campagna bugiarda che cerca di diffondere l’idea che la legge sulla procreazione assistita sia ormai un colabrodo, completamente scardinata dalla magistratura e dalla prassi medica. Non è così, perché le diverse sentenze dei tribunali civili hanno sempre riguardato casi singoli, e così è stato anche per la recente sentenza europea sul caso Costa-Pavan, che invece è stata propagandata in Italia come la fine della legge 40: si è detto che dopo quel pronunciamento bisognava cambiare le norme, si è perfino aperto un dibattito su come cambiarle, se era necessario o no passare dal Parlamento. Invece non era vero niente: la sentenza vale solo per quella coppia, e basta. La legge 40 è ancora pienamente valida ed efficace. La Corte costituzionale, che è l’unico soggetto che può modificare le leggi votate dal Parlamento, ha deciso solo una modifica che non ha alterato l’impianto della legge e, soprattutto, non ha intaccato quei “paletti” che hanno tenuto fuori dal nostro ordinamento, finora, pratiche eugenetiche e concezioni di famiglia lontane dal dettato costituzionale. Concretamente, la legge 40 non consente, nella sua attuale formulazione, l’accesso alle tecniche di procreazione assistita alle coppie portatrici di malattie genetiche, ma solo a quelle sterili o infertili, proprio perché è una legge pensata per mettere le coppie sterili nelle stesse condizioni, diciamo così, di quelle fertili. Dunque tutto quello che per una coppia che ha figli per via naturale non è possibile, non lo è nemmeno con le tecniche di fecondazione in vitro.

Legge Scalfarotto? L’opinione di Eugenia Roccella

Il 6 giugno scorso sul Corriere della Sera Eugenia Roccella ha dovuto energicamente rispondere al suo collega di partito Giancarlo Galan, che l’aveva etichettata come “pasdaran” perché contraria alla legittimazione del “matrimonio omosessuale” e connessi “diritti”. Non è la prima volta che chi dà voce ai valori antropologici, umani e civili radicati nella storia e nelle radici cristiane della nostra…

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