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Emmanuel Macron ha deciso: solo un esperto negoziatore come Michel Barnier potrebbe avere chanches come primo ministro e provare a far uscire la Francia dall’impasse in cui è piombata dopo le urne di due mesi fa. Nel frattempo, dal momento che nessun partito ha ottenuto la maggioranza assoluta alle elezioni anticipate, la scomposizione politica delle alleanze si è sommata alla crisi di leadership del presidente.

Perché Barnier

Il 73enne già negoziatore della Brexit ha ricoperto due incarichi strategici: commissario europeo e ministro degli esteri, oltre che appartenere al partito di centrodestra Les Républicains. In seguito è stato responsabile delle relazioni della Commissione europea con il Regno Unito circostanza nella quale ha gestito l’uscita del Regno Unito dall’Ue, passaggio determinante.

Chi lo critica, ovvero la sinistra, sostiene che il capo del governo dovrebbe riflettere la netta preferenza degli elettori francesi per il partito di sinistra, il Nuovo Fronte Popolare, ma se così fosse la stessa richiesta potrebbe arrivare da chi ha vinto la prima tornata elettorale, ovvero il Rn di Bardella.

Appare evidente che il forte legame di Barnier con l’Ue possa aver giocato un ruolo non secondario nella scelta dell’inquilino di Palazzo Matignon. Non a caso uno dei primi pollici in su è stato quello della presidente della commissione europea, Ursula Von der Leyen, secondo cui il nuovo premier francese ha “a cuore” gli interessi dell’Europa.

Verso la fiducia

Come voterà il partito di Le Pen? La destra francese ha già fatto sapere che solo leggendo il programma del nuovo premier deciderà se sostenerlo o meno: “Aspetteremo di vedere il discorso politico del signor Barnier” ha affermato Le Pen, il cui partito ha il maggior numero di seggi nella camera bassa dopo le elezioni anticipate di luglio.

A sinistra invece il leader di LFI, Jean-Luc Melenchon, ha spiegato che il fatto che il presidente Macron abbia nominato il politico di destra significa che le elezioni sono state “rubate ai francesi”. Gli ecologisti con ci stanno e osservano con Marine Tondelier dovrà spiegare all’assemblea la forza che oggi ha l’estrema destra: “Alla fine sappiamo chi decide: si chiama Marine Le Pen. È a lei che Macron ha deciso di sottomettersi”.

Non sembrano troppo entusiasti i macroniani, secondo cui i 99 deputati di Reinessance non voteranno per la “censura automatica” ma avanzeranno “richieste sostanziali, senza assegno in bianco”. Tra i più critici c’è Sacha Houllié, cofondatore dei Giovani con Macron, mentre luce verde arriva dal candidato alle prossime presidenziali Philippe.

I fronti aperti

Il primo fronte con cui dovrà confrontarsi Barnier è evidentemente la gestione parlamentare delle riforme, ma ancora prima c’è da affrontare la questione del bilancio i cui tempi sono molto stretti, circostanza che potrebbe vedere un voto di sfiducia se gli altri partiti non saranno soddisfatti.

La situazione fiscale nel paese è complessa: da un lato la destra di Rn chiede di ridurre l’Iva su elettricità, gas e carburanti dal 20% al 5,5%; dall’altro la sinistra del Nuovo Fronte Popolare risponde chiedendo a gran voce più tasse come il balzello sulle eredità. Nel mezzo un quadro economico caratterizzato dalla crisi dello sviluppo immobiliare (con i prezzi degli immobili pronti a salire nel 2025) e dall’impennata dei tassi di credito.

O la va o la spacca. L'ultima carta di Macron si chiama Barnier

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