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Per settimane il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, aveva sperato di poter coinvolgere la Cina nella riunione negoziale organizzata in Svizzera, il prossimo mese, con il fine di far valere il discernimento tra aggredito e aggressore. Ma Pechino avrebbe — secondo le informazioni ricevute oggi dalla Reuters in via confidenziale — declinato l’invito. La ragione è proprio nel senso della riunione: le fonti dell’agenzia spiegano che per la Repubblica popolare non ci sono i presupposti per avviare un negoziato senza la presenza russa. Ed è questo il punto della posizione cinese: equilibrismo massimo con tendenza pro-Mosca.

Partecipare a quella riunione avrebbe potuto mettere in imbarazzo il principale alleato cinese in questo momento — la Russia che viene sostenuta almeno con tecnologia dual-use nella sua aggressione a Kyiv (si scrive “almeno” perché inglesi e americani stanno iniziando a far circolare informazioni sulla possibilità che dalla Cina arrivino in Russia anche “lethal arms”). In quello scenario — che si sarebbe svolto per altro in concomitanza della fine della riunione dei leader del G7, incontro in cui si condannerà la Russia e probabilmente si accenderanno ulteriori riflettori sui link Mosca-Pechino — il clima sarà chiaro. Zelensky punta nuovamente a spiegare al mondo che esiste la possibilità di pace solo se la Russia accetta il suo ruolo di aggressore e si fa carico delle conseguenze di tale condanna internazionale.

Ruolo che la Cina non ha mai definito formalmente, sfruttando il contesto per criticare l’assistenza militare occidentale all’Ucraina come una ragione di continuazione della guerra — che evidentemente senza quella assistenza sarebbe già finita con la capitolazione di Kyiv sotto la violenza russa (producendo non la pace, ma una resa).

Lo spazio diplomatico per Pechino era dunque piuttosto stretto, l’assenza di un invito alla Russia è più che un’indicazione sul senso delle discussioni, i risultati saranno per questo limitati dal fatto che Mosca non ha alcuna intenzione di fermare la guerra a meno che lo stop non significhi la sua vittoria. Risultato che Vladimir Putin, a capo di un sistema di potere sempre più stretto e simile a un clan mafioso, deve necessariamente incassare se vuole restare a essere “il padrino” — per usare un’espressione che uno dei leader dell’opposizione russa ha recentemente utilizzato per descrivere le condizioni interne al suo Paese.

C’era anche la coincidenza temporale del viaggio cinese dello stesso Putin, circostanza in cui la cosiddetta “amicizia senza limiti” è stata in qualche modo rilanciata, sebbene usando termini più formali. Per Pechino, pressata su più fronti, non è dunque il momento di abbandonare lo junior partner nell’allineamento che intende rivedere l’ordine internazionale a guida occidentale.

In definitiva, la scelta, se sarà confermata (e lo sarà a meno di colpi di scena) non è sorprendente, perché l’attività diplomatica cinese non è finalizzata alla costruzione di un’architettura condivisa di sicurezza, tant’è che Pechino rinuncia a essere parte delle discussioni sulla sicurezza collettiva (tanto in questo caso sull’Ucraina, quanto per esempio nel Mar Rosso). L’obiettivo del leader Xi Jinping è quello di costruire un sistema “con caratteristiche cinesi”, a questo mirano le sue iniziative globali — come appunto la Global Security Initiative. E qui Mosca non può che essere sponda. E infatti il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, ha suggerito ieri l’idea (probabilmente condivisa con Pechino, anche per proteggere l’assenza svizzera) che la Cina potrebbe organizzare una conferenza di pace a cui Russia e Ucraina potrebbero entrambe partecipare. La domanda sarebbe, dunque: con che ruoli?

Nell’atteggiamento cinese si specchiano infine le criticità europee. Sia il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, che il presidente francese, Emmanuel Macron, hanno incontrato recentemente Xi e nel raccontare le loro discussioni hanno sempre stressato il tema “Ucraina”, ricordando che i vertici erano serviti anche a portare la Cina sulla strada della responsabilità e, più direttamente, a coinvolgerla al tavolo svizzero. Missione fallita, ma il francese e il tedesco hanno incassato una cospicua serie di accordi bilaterali. Che sono la contropartita che Pechino offre quando si tratta di affrontare certe questioni.

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