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Pubblichiamo un articolo di Affari Internazionali

I morti di Lampedusa hanno provocato un’ondata di polemiche strumentali e di dichiarazioni non sempre necessarie o opportune. Si è in un primo momento stigmatizzata la mancanza di soccorsi tempestivi, ma una ricostruzione più corretta della sequenza degli eventi ha dimostrato che privati cittadini e forze dell’ordine si erano prodigati nell’assistenza ai naufraghi riuscendo a salvarne un numero importante.

Ad essere attaccato è stato anche il presunto “buonismo” dell’attuale governo, che costituirebbe un fattore di attrazione dei flussi migratori. Ed è stata criticata la sciagurata politica dei respingimenti, cui in passato l’Italia aveva fatto ricorso. In questa tragedia buonismo e respingimenti non c’entrano.

È stata chiamata in causa la legge Fini-Bossi. Ciononostante, malgrado i suoi limiti e le sue incongruenze che la fanno apparire al tempo stesso eccessivamente punitiva ed inefficace ai fini del controllo dei flussi migratori, appare francamente difficile stabilire un collegamento diretto fra questa legge e il naufragio al largo di Lampedusa.

Europa più solidale
Ma soprattutto si è chiamata in causa l’Europa che non ha una politica comune per la gestione dei flussi migratori, che non è capace di mostrare il volto umano della solidarietà e che ci lascia soli di fronte all’emergenza umanitaria di flussi crescenti di migranti. Critiche sicuramente fondate, in parte comprensibili e già registrate in analoghe precedenti occasioni.

Il governo italiano si è impegnato a chiedere nelle sedi appropriate una risposta europea più adeguata e a inserire la questione di una più efficace gestione in comune delle politiche migratorie fra le priorità del nostro semestre di presidenza dell’Unione europea (Ue). Ma che cosa può realisticamente chiedere – e ottenere- il governo in sede europea?

In primis più solidarietà nell’accoglienza di migranti o richiedenti asilo. Centrale è la richiesta di una ridistribuzione, fra i paesi membri della Ue, dei migranti che arrivano in Italia via mare, sulla base di un sistema di quote nazionali. Una sorta di burden sharing dei flussi migratori, senza distinzione fra richiedenti asilo e immigrati illegali.

Appelli analoghi da noi lanciati nel passato si sono regolarmente scontrati con l’opposizione più ferma dei nostri partner europei, molti dei quali – va riconosciuto – accolgono un numero ben maggiore di migranti di quelli che arrivano via mare in Italia.

Gli unici schemi di “ricollocazione” che hanno funzionato finora sono stati adottati su base rigorosamente volontaria, esclusivamente per richiedenti asilo, e a fronte di emergenze politico-umanitarie (Iraq a suo tempo e ora Siria). Inutile chiamare in causa la Commissione se gli stati membri non sono disposti ad accollarsi la loro parte di responsabilità.

L’Italia può invocare una maggiore condivisione degli oneri, ma dobbiamo essere consapevoli che la grande maggioranza di chi sbarca in Sicilia prosegue il viaggio della speranza verso il nord Europa, realizzando così di fatto il burden sharing.

Normative da rivedere
Il nostro governo può chiedere anche una revisione della normativa comune in materia di asilo. La questione è stata sollevata in collegamento con la richiesta di un ritocco della normativa europea – il regolamento Dublino II – che dispone che l’esame (e quindi, qualora ricorrano le condizioni, l’accettazione) delle richieste di asilo è responsabilità dello stato di prima accoglienza.

Ma la revisione delle tre direttive e del regolamento in cui si articola la normativa europea in materia di asilo è stata completata solo pochi mesi fa. Proprio in sede di rinegoziato del regolamento Dublino II ci siamo trovati isolati – con la sola Grecia – a difendere la proposta di un alleggerimento del criterio della responsabilità dello stato di prima accoglienza.

I paesi del nord Europa che hanno contrastato duramente qualsiasi ipotesi di deroghe a quel principio hanno potuto esibire, cifre alla mano, numeri molto più alti dei nostri (in termini assoluti e proporzionali rispetto alle popolazioni) di richiedenti asilo.

Molto difficile quindi che qualcosa possa cambiare sotto il profilo delle responsabilità del paese di prima accoglienza. Una ragione di più per realizzare condizioni di accoglienza dei richiedenti asilo -e più in generale dei migranti – più compatibili con gli standard europei.

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