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L’ordine mondiale basato sulle regole stabilito dai Paesi vincitori del Secondo conflitto mondiale sta cadendo sotto i colpi delle nuove conflittualità: le guerre in corso, quindi, sono lo strumento scelto per poter ridistribuire il potere tra gli stati su scala mondiale. La Carta di Parigi del 1990, base dell’architettura di sicurezza in Europa è stata violata dalla invasione russa dell’Ucraina, e prima ancora dall’invasione sempre russa della Georgia. La fine della Guerra fredda ha portato alla “atomizzazione delle minacce”, molte delle quali (come Hamas, per esempio) possiedono armi e il sostegno di potenti stati regionali (Iran) che, in alcuni casi, li rendono capaci tanto quanto gli stati.

In Medio Oriente, le capacità militari di alcuni gruppi combinati con il fanatismo ideologico ha reso inefficiente il normale calcolo costi-benefici alla base della deterrenza militare su cui si basa la stabilità regionale a lungo termine. Se la deterrenza militare diventa meno efficace per scoraggiare attacchi dalle controparti, è necessario rinforzare la resilienza dei Paesi. Negli scenari odierni, quindi, avere solo Forze armate sostenibili è elemento necessario ma non sufficiente.

La resilienza di un Paese va oltre la portata dei soli investimenti nella difesa (pilastro militare), deve considerare anche gli altri due pilastri della sicurezza nazionale, ovvero quello economico e quello della Soft power legato ai valori nazionali e quindi alla protezione dei suoi cittadini. Le grandi questioni odierne legate alla guerra e alla pace vanno oltre lo studio delle contingenze militari devono essere assimilate agli scenari trattati dalla geopolitica dei disastri naturali e pandemici.

I Paesi occidentali oggi devono essere pronti sia a scoraggiare eventuali attacchi da aggressori esterni, sia preparati ad assorbire, riprendersi e prevalere nel caso la deterrenza militare dovesse fallire il suo scopo. La questione più importante è se un Paese, nel suo insieme, abbia una pianificazione, le strutture, le capacità e, soprattutto, la mentalità e la volontà, necessarie per raggiungere un sufficiente livello di resilienza. Questi concetti non possono essere messi in atto o generati alla vigilia della eventuale tempesta. Una nuova pianificazione nazionale per fronteggiare le nuove crisi è necessaria per far fronte ai problemi che potrebbero eventualmente sorgere nel tempo.

I piani di settore riguarderebbero l’allocazione, lo stoccaggio di carburante, energia, acqua, cibo, trasporti, spedizioni marittime, aviazione, comunicazioni, servizi sanitari, prodotti farmaceutici, risorse per l’edilizia e così via. Pertanto, la difesa del XXI secolo non può essere solo focalizzata sulle Forze armate e sugli investimenti a lungo termine, ma deve preparare anche i settori economico, industriale, agricolo e della difesa civile ad esser pronti ad ogni evenienza.

Molti stati autocratici vogliono richiedono il passaggio dal mondo unipolare post-Guerra fredda a un mondo multipolare, di cui non si conoscono ancora le regole, elevando quindi, i livelli di incertezza per la soluzione delle conflittualità in corso. Ogni Paese ha la necessità di sviluppare la capacità di resilienza nazionale nel breve periodo per aumentare i livelli di sicurezza nazionale e poter meglio navigare nel tumultuoso XXI secolo.

Quale strategia per la difesa del Paese. Scrive il gen. Preziosa

L’architettura della sicurezza mondiale stabilita dopo il Secondo conflitto mondiale si sta modificando rapidamente sotto la spinta di Paesi autocratici. Il quadro delle minacce odierno è molto differente dal quadro delle minacce ereditato dal periodo post Guerra fredda. La strategia di Difesa per il XXI Secolo, quindi, dovrà prendere in considerazione il nuovo quadro geostrategico per attagliare le risposte alla nuova situazione

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