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Chissà se i 27 leader chiusi nel castello di Alden Biesen, poco lontano da Bruxelles, a parlare di competitività, debito comune e mercato unico erano davvero consapevoli che contro un carro armato non si va con le cerbottane. Un paragone che può reggere benissimo con la Cina ai tempi della grande marcia sull’Europa. Europa che, forse in modo un po’ inaspettato, ha cominciato a reagire, almeno sul versante delle energie rinnovabili e dell’auto. Ma nel complesso, il saldo è ancora negativo, dal momento che la presenza cinese, specialmente nell’industria è ancora forte. Certo, i primi vagiti di rigetto si cominciano a sentire, il caso Pirelli in Italia sta lì a dimostrarlo, e anche perché il pressing degli Stati Uniti sul Vecchio continente non ha calato di giri.

Eppure, per gli economisti del Bruegel, se l’Europa vuole davvero fermare la Cina deve aumentare il calibro della contraerea. “L’Unione europea sta attraversando un grave e crescente shock cinese. Prevediamo che il deficit commerciale dell’Ue con la Cina raggiungerà i 400 miliardi di euro nel 2025, più del doppio del livello precedente alla pandemia, nonostante l’area dell’euro nel suo complesso continui a registrare un surplus commerciale di oltre 400 miliardi di euro con il resto del mondo. In questo contesto, lo squilibrio cinese emerge con evidenza”, è la premessa di un rapporto di uno dei più autorevoli think tank europei.

Tale squilibrio “è dovuto alle interruzioni della catena di approvvigionamento globale causate dalla pandemia e allo shock dei prezzi dovuto alla crisi energetica seguita all’invasione russa dell’Ucraina, entrambi fattori che hanno causato un forte aumento dei prezzi alla produzione in Europa. Nello stesso periodo, la Cina è entrata in una prolungata fase deflazionistica, derivante da investimenti eccessivi nel settore manifatturiero, che ha creato l’eccesso di capacità produttiva a cui assistiamo oggi. Questa divergenza nei costi per i produttori europei rispetto a quelli cinesi ha conferito agli esportatori cinesi un decisivo vantaggio di prezzo in molti settori, tra cui macchinari, prodotti chimici, veicoli elettrici e tecnologie verdi”.

Ora, gli strumenti di difesa commerciale dell’Ue, come le misure anti-dumping e anti-sussidi, “sono utili, ma non hanno la portata necessaria per affrontare l’entità del problema. Questi strumenti sono lenti ad attivarsi, richiedono molte risorse, sono specifici per azienda e prodotto e ignorano le distorsioni che interessano l’intera economia e che colpiscono migliaia di beni contemporaneamente. Attendere indagini caso per caso mentre le esportazioni cinesi inondano il mercato non è una strategia praticabile quando il danno all’industria europea sta diventando strutturale”, spiegano gli esperti del Bruegel.

E allora? “Ciò di cui l’Europa ha bisogno è un insieme di strumenti di difesa commerciale più completo e reattivo, in grado di affrontare le distorsioni sistemiche, non solo casi isolati di dumping o sussidi. Gli strumenti attuali dovrebbero essere riformati per renderli più rapidi e coprire categorie di prodotti più ampie, laddove vi siano chiare prove di vantaggi sleali generalizzati. L’Ue ha inoltre bisogno di nuovi strumenti in grado di riconoscere e reagire agli effetti di ampie e persistenti divergenze nei costi reali tra i principali partner commerciali”.

Un esempio? “Uno strumento efficace sarebbe quello di cominciare a monitorare e rispondere alle differenze di competitività causate dall’inflazione (e, in misura minore, dai tassi di cambio). Tale approccio integrerebbe, anziché sostituire, le misure anti-dumping e anti-sovvenzioni esistenti. Consentirebbe alla Commissione europea di controllare l’andamento dei prezzi settoriali, stabilire soglie di preoccupazione trasparenti, avviare consultazioni strutturate con la Cina e, qualora queste non funzionassero, applicare misure calibrate contro le distorsioni di mercato derivanti dalle differenze di inflazione”.

Conclusione: se l’Europa “non riuscirà ad adattare i propri strumenti per rispondere alla portata del problema, le conseguenze saranno una continua deindustrializzazione, un’accelerazione delle perdite di posti di lavoro nei settori strategici e una pericolosa erosione della base manifatturiera necessaria per la sovranità tecnologica e la resilienza economica: non si tratta di un appello al protezionismo. È un appello alla proporzionalità e al realismo di fronte a una sfida strutturale che le norme esistenti non sono in grado di gestire”.

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