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Giorgio Napolitano è per la seconda volta presidente della Repubblica italiana. Un’elezione avvenuta al sesto scrutinio, frutto delle richieste di Partito Democratico, Popolo della Libertà e Scelta Civica, che hanno chiesto al capo dello Stato uno sforzo aggiuntivo per superare l’attuale fase di stallo politico-istituzionale.

L’elezione di Napolitano arriva dopo giorni scanditi da polemiche, dimissioni e ripensamenti.

A pagare il prezzo più alto è stato il Pd, che ha visto cadere in Parlamento due dei suoi candidati, Franco Marini e Romano Prodi.

Le due defezioni, a opera di franchi tiratori, hanno generato nei democratici uno tsunami politico, che ha visto in poche ore le dimissioni della presidente del partito, Rosy Bindi, e del suo segretario Pierluigi Bersani.

Ma i nemici di Bersani nell’elezione del capo dello Stato non hanno avuto solo la casacca del Pd. Il compagno di coalizione Nichi Vendola, leader di Sinistra ecologia e libertà, ha dichiarato sin dal primo momento che avrebbe sposato la proposta grillina di Stefano Rodotà, terzo nome emerso nelle Quirinarie di Beppe Grillo, appoggiato anche dall’ex ministro Fabrizio Barca.

Anche Scelta civica aveva proposto un proprio candidato. Era l’ex ministro dell’Interno del governo Monti, Annamaria Cancellieri, abbandonato una volta emerso il nome di Napolitano.

LA POLEMICA SU MARINI
Il primo nome “bruciato” durante l’elezione del nuovo Capo dello Stato è quello di Franco Marini. Alla prima votazione, il nome su cui era stata siglata l’intesa tra Pd, Pdl e Scelta civica non ha raggiunto i 672 voti necessari per essere eletto come nuovo Presidente della Repubblica. Marini si è fermato a 521 voti. La spaccatura all’interno del Pd con i renziani in prima fila decisi a non votare per l’ex sindacalista della Cisl e il no di Sel sul suo nome non hanno permesso di raggiungere la maggioranza di due terzi richiesta. Al secondo scrutinio il Pd decide di votare scheda bianca.

LA CADUTA DI PRODI
Niente quorum nemmeno per Romano Prodi al quarto scrutinio del Parlamento. L’ex presidente del Consiglio si è fermato a soli 395 voti, ben lontano dalle 504 preferenze necessarie. Un risultato al di sotto delle attese che ha fatto divampare le polemiche nel Pd.
Rassegnando le sue dimissioni dalla corsa per il Quirinale, con implicito riferimento a Bersani, l’ex presidente del Consiglio ha chiesto a chi ne aveva speso il nome in Parlamento di “assumersi le proprie responsabilità”.

LE DIMISSIONI DI BINDI E BERSANI
Poche ore dopo la debacle di Prodi, il segretario dei democratici Pierluigi Bersani ha annunciato le sue dimissioni dalla guida del partito. Riferendosi a un gruppo di circa 100 “traditori”, ha detto: “Abbiamo prodotto una vicenda di una gravità assoluta. Sono saltati meccanismi di responsabilità e di solidarietà”.
Anche la presidente del Pd, Rosy Bindi, non se la sente di rimanere al suo post, dimettendosi dal suo incarico. In un comunicato ha dichiarato di non essere “stata direttamente coinvolta nelle scelte degli ultimi mesi né consultata sulla gestione della fase post elettorale” e non intende perciò “portare la responsabilità della cattiva prova offerta dal Pd in questi giorni, in un momento decisivo per la vita delle Istituzioni e del Paese”. Poi l’accordo con Pdl e Scelta civica sul nome di Napolitano.

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