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Il 4 luglio britannico determina alle elezioni politiche una grande vittoria, quasi storica, del Labour di Sir Keir Stramer, ed una grande sconfitta, certamente storica, dei Tories del Premier uscente Rishi Sunak. Ci sarà tempo per un’analisi approfondita del voto dei cittadini del Regno Unito.

Ma intanto possiamo provare a tenere insieme alcune considerazioni a caldo.

La prima. La vittoria del Labour è stata di proporzioni eloquenti. I dati definitivi dovrebbero dire che soltanto Tony Blair conquistò un numero maggiore di seggi.

Eppure il lavoro del neo Prime Minister Keir Stramer non sarà affatto semplice. Il Regno Unito ha trascorso anni caratterizzati da grandi sfide, molte delle quali non preventivate e non prevedibili, in cui in poco tempo ha dovuto affrontare gli effetti della gestione di Brexit, della Pandemia da Coronavirus, della crisi energetica, della guerra in Ucraina, delle tensioni politiche e commerciali con la Cina.

Ed il nuovo governo dovrà da subito cercare soluzioni alle ricadute di politica interna di questi avvenimenti in primo luogo sull’economia, dall’inflazione alla definizione di una adeguata ed efficace politica fiscale. Non sarà un lavoro facile. La grande vittoria di Blair, e del suo “New Labour”, si inseri’ sull’onda lunga determinata da Margaret Thatcher che in molti ambiti diede grandi risultati al Paese.

La vittoria di Stramer invece raccoglie la profonda crisi dei Tories e le grandi criticità interne ed esterne determinate dal periodo attuale. Anche Stramer ha lavorato per cambiare il Labour, allontanandosi dalle posizioni di Jeremy Corbyn e spostandosi verso il “centro” sulle orme del “New Labour”, per renderlo più eleggibile come lo stesso ha dichiarato. Adesso inizia la sfida più complessa che è quella del governo.

La seconda considerazione. La crisi dei Tories è probabilmente effetto di Brexit. Ma non dipende direttamente, o comunque esclusivamente, dagli effetti che Brexit ha avuto sul Regno Unito. Questi ultimi anni sono stati caratterizzati, nelle politiche economiche o in quelle sociali, da risultati positivi e da risultati negativi. E i risultati negativi, come dicevamo poc’anzi, sono stati determinati da diversi fattori, molti dei quali esterni, di cui Brexit è stata certamente una componente ma non l’unica causa. E allora perché definire la crisi dei Tories come un effetto di Brexit? Perché il referendum voluto da David Cameron nel 2016 ha frantumato i Tories. Che, sin dall’inizio delle prime negoziazioni per l’uscita dalla Ue, si sono divisi tra Hard Brexiteers, fautori di una uscita “dura” senza accordi con Bruxelles, tra Brexiteers alla ricerca di un buon accordo con Bruxelles, e tra coloro che avrebbero preferito restare nell’Ue. Posizioni e visioni diverse ed in più momenti in forte contrasto tra di loro. Theresa May, che ha raccolto il testimone da Cameron, aveva gestito in maniera equilibrata le negoziazioni con l’Ue, ma è “caduta” per mano del suo stesso partito sugli accordi per il confine irlandese e ha dovuto fare posto a Boris Johnson. Il quale, caduto per “parricidio” ad opera di Rishi Sunak, e vittima di alcuni scandali che hanno colpito il suo governo, ha passato la mano a Liz Truss a capo di un governo “lampo” che, a seguito di alcuni annunci in politica economica palesemente bocciati dai vari operatori economici anche di area Tory, ha aperto la strada a quello di Sunak. Ma le tensioni interne ai Tories non hanno risparmiato neanche Sunak, che ha visto il proprio gradimento tra i cittadini in costante decrescita fino alle elezioni. E questa frantumazione di posizioni, ha aperto la strada all’ennesima rinascita di Nigel Farage alla destra dei Tories.

Adesso sarà fondamentale, da una parte, che il Labour e Downing Street N.10, con il neo Prime Minister Stramer, riescano ad individuare il percorso più corretto per affrontare le grandi sfide che ancora attendono il Regno Unito, e dall’altra parte, sarà altrettanto fondamentale che i Tories ritrovino un fattivo equilibrio interno, e sintonia col Paese, in modo da garantire una giusta e propositiva opposizione, per un efficace e positivo confronto democratico che storicamente contraddistingue la democrazia britannica.

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