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Qualche giorno fa mi sono imbattuto in un articolo di Raffaele Cantone pubblicato su L’Espresso. Il titolo del pezzo è emblematico: “Corruzione dimenticata” (lo potete leggere Qui). La tesi di Cantone è che a pochi mesi dall’approvazione della legge anti-corruzione (5 al tempo dell’articolo, oggi siamo a 6) ci sono ancora alcuni nodi importanti da sciogliere.

Due in particolare: anzitutto il confine tra concussione e la nuova fattispecie dell’induzione (la prima punisce solo il pubblico ufficiale, la seconda allarga la sfera dei colpevoli a chi “induce alla” corruzione) e, poi, una serie di decreti di attuazione. Tra questi, ci sono quelli sul programma nazionale anticorruzione, la nomina del commissario omonimo e l’indicazione negli uffici pubblici del responsabile anticorruzione.

Tutto questo ovviamente ha molto a che vedere con la disciplina delle lobby. Perché la scelta (giusta) del precedente Parlamento/Governo di separare la discussione sull’approvazione della legge anti-corruzione da quella della riforma delle lobby non ha risolto il problema, lo ha solo rimandato. I due temi restano legati.

Se ricordate a fine ottobre 2012 prevalse il buonsenso. La legge 190 arrivò alla fine di una gestazione complessa e di una mediazione serrata, prima in Commissione, poi in Aula. Alla fine ebbero la meglio le resistenze esercitate dai diretti interessati, i lobbisti, critici soprattutto nei confronti delle norme sul cd. “traffico di influenze illecite”. Norme che introducevano un sistema di sanzioni più severe, senza però bilanciarlo con regole più ampie – e meglio strutturate – sui diritti di chi, per professione, rappresenta interessi di categoria. Il sito web dell’associazione Il Chiostro riporta ancora in prima pagina il risultato ottenuto, mettendo a confronto la norma originale e quella successiva (guardate Qui).

Ora che siamo arrivati al countdown per l’approvazione della prima legge sulle lobby (sempre in formato “disegno di legge”, vale la pena ricordarlo, nonostante le ricostruzioni fantasiose sulla possibilità di un decreto legge – leggi Qui) il problema si ripresenta. Non tanto per quanto riguarda l’introduzione di nuove, minacciose, ipotesi di reato a carico dei lobbisti. La legge sulle lobby non interverrà sul merito. Direi che il problema starà nel raccordo tra le norme che ci sono già e quelle che arriveranno. é possibile che la legge sulle lobby aggiungerà nuove sanzioni, per esempio a carico di chi esercita la professione di lobbista senza averne le credenziali. In questo caso ci si “aggancia” alle fattispecie penali già esistenti.

Ma, appunto, come ricorda Cantone quelle sulla corruzione sono (in piccola, ma importante, parte) fattispecie ancora lacunose. Rischiamo così di andare a creare ingorgo istituzionale se non saranno attuate rapidamente. Questo in un momento in cui il governo – “a tempo”, come ricorda un giorno sì e l’altro pure Napolitano – deve destreggiarsi tra gli scossoni interni ai partiti e un’agenda fittissima, nella quale entra anche il nuovo sistema di finanziamento ai partiti (che, perdonate il pessimo gioco di parole, è anch’esso della partita).

Così, una volta in più, varrebbe la pena ricordare qualche numero e fatterello. Per esempio quelli del Corruption Perception Index che ogni anno pubblica Transparency International e che ci vede sempre molto male in classifica. Oppure le storie tutte lobby e malaffare che raccontano i media generalisti, ad esempio le ultime vicende che hanno coinvolto il governo di Londra e alcuni sedicenti lobbisti (leggi Qui). Storie ovviamente alimentate (e prima ancora rese possibili) dalla confusione normativa. Oppure, infine, l’inascoltata Civit, la commissione pro-trasparenza, un organo piuttosto defilato che però tra le tante cose fatte ha anche indici e misuratori di corruzione e trasparenza nelle PA.

E già, Sarebbe proprio il caso di ricordarsi anche della corruzione.

E non dimentichiamo la corruzione

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