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Giovedì, un giorno dopo aver parlato con il principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, il presidente statunitense, Donald Trump, ha spinto il regno ad aumentare i suoi investimenti negli Stati Uniti, dicendo che avrebbe chiesto ai sauditi di “arrotondare” i loro già straordinariamente promettenti 600 miliardi di dollari “a circa 1 trilione di dollari”. “Penso che lo faranno perché siamo stati molto buoni con loro”, ha detto Trump nei remarks che ha inviato ai leader internazionali riuniti dal World Economic Forum a Davos, dove annualmente si fa il punto delle dinamiche economiche e geopolitiche globali. Dinamiche su cui Riad ha sempre una maggiore rilevanza.

Le parole di Trump a Davos hanno messo sotto i riflettori il ruolo cruciale nello scacchiere globale del Regno saudita, tappa del prossimo viaggio internazionale della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, dopo un passaggio negli Emirati Arabi Uniti e uno a Washington – tre punti che segnano la traiettoria di una rinnovata politica estera italiana, lanciata verso la leadership dell’Indo-Mediterraneo, come ragiona Kaush Arha su queste colonne.

Proiezione che trova in Riad non solo un attore chiave nel settore energetico, ma anche un pilastro delle dinamiche economiche, politiche e di sicurezza internazionale.

L’Arabia Saudita tra economia e geopolitica

Negli ultimi anni, l’Arabia Saudita ha accelerato una strategia di diversificazione economica attraverso il piano “Vision 2030”, mirato a ridurre la dipendenza dal petrolio e a sviluppare settori strategici come tecnologia, turismo e difesa. Il fondo sovrano saudita (Public Investment Fund, PIF), con asset per oltre 700 miliardi di dollari, rappresenta uno strumento di influenza economica globale, investendo in infrastrutture, startup tecnologiche e sport.

A livello geopolitico, Riad gioca un ruolo di equilibrio tra le grandi potenze, mantenendo relazioni strategiche con gli Stati Uniti, rafforzando la cooperazione con la Cina e intensificando le proprie interazioni con l’Europa – ambiente in cui l’Italia è tra i punti di riferimento, come ricordato recentemente dall’inviato per la Regione del Golfo dell’Ue, Luigi Di Maio. L’adesione — per ora non formalizzata — ai Brics a alla Sco, e il rafforzamento dei legami con Pechino, l’interazione costante con la Russia nel sistema Opec+, evidenziano la volontà saudita di diversificare la propria politica internazionale secondo il cosiddetto “multi-allineamento”, tuttavia il legame storico con Washington e il ritorno di Trump potrebbero in qualche modo modificare certe dinamiche.

In un’analisi per Ispi pubblicata in questi giorni, Eleonora Ardemagni spiega che l’Arabia Saudita sfrutta anche la sua posizione strategica nel Mar Rosso, un’arteria vitale per il commercio globale, per rafforzare la sicurezza marittima attraverso collaborazioni con attori regionali e internazionali. Inoltre, la rivalità con l’Iran – le cui relazioni sono state formalmente normalizzate da un’intesa raggiunta due anni fa a Pechino – spinge Riad a consolidare la propria presenza nella regione, con strategie mirate a bilanciare le influenze regionali.

Visto da Roma

È per questo che il senatore Giulio Terzi di Sant’Agata, in una recente intervista su Formiche.net, evidenziava come l’Arabia Saudita giochi un ruolo chiave nel promuovere la stabilità indo-mediterranea e più nello specifico nel dare senso a progetti strategici come l’India-Middle East-Europe Economic Corridor (IMEC). Terzi sottolinea come la tregua a Gaza possa favorire la realizzazione di tali iniziative di connettività e rafforzare la cooperazione tra le nazioni coinvolte, consolidando ulteriormente la posizione saudita nel contesto geopolitico internazionale: il cessate il fuoco è il primo, complesso passo su un altrettanto complicato percorso verso un’ambiziosa normalizzazione delle relazioni tra Israele e Arabia Saudita.

L’Arabia Saudita si colloca dunque in una posizione geo-strategica cruciale, fungendo da ponte tra Africa, Asia ed Europa, e questa centralità le consente di esercitare un’influenza significativa nella connettività globale, economica, politica e tecnologica. Ambizioni sintetizzabili in progetti come “Neom”, che per quanto in parte ridimensionato rispetto ai sogni iniziali, mantiene l’ambizione di essere la città simbolo dell’urbanizzazione futuristica nel Mar Rosso (tra le altre cose coinvolta negli ultimi accordi Roma-Riad siglati nella recente visita del ministro dell’Energia Gilberto Pichetto-Fratin).

Sotto quest’ottica, e tenendo conto del quadro generale, emerge evidente come la grand-strategy del Regno incroci quella della Penisola, facendo del viaggio di Meloni una tappa altamente strategica per l’obiettivo di fare dell’Italia il punto di riferimento nellI’Indo-Mediterraneo. Ruolo da rivendicare con partner regionali come Riad e internazionali come Washington.

Oltre ai mille miliardi di Trump, ecco perché Riad conta (anche per Roma)

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