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Ieri ero che viaggiavo a bordo di un treno ad alta velocità da Milano a Torino. A qualche sedile di distanza era seduta una signora dal marcato accento napoletano. Il treno, proveniente da Napoli, era diretto a Torino. Capolinea.
Partiti da Milano, non appena il grigio del cielo prese il posto del grigio acciaio e smog dalla copertura d’acciaio, ho iniziato a sentire, come altri nella carrozza, uno strano suono. Un lamento. Proveniva dalla signora napoletana. Era un lamento leggero, percepibile perché ripetitivo non perché forte di intensità. Non ci feci caso più di tanto e mi concentrai sulle prosaiche attività che si fanno con i potenti mezzi della tecnologia che, ancor più delle persone su di un treno ad alta velocità, viaggiano a velocità ancora superiori. Per dove e perché poi? Boh.
Dopo circa una mezzoretta il treno era già in vista della collina di Superga. Ritirata su la testa dal computer portatile ricominciai a udire quel lamento che si era fatto, intanto, più forte. La litania della signora aveva attirato, evidentemente, anche l’attenzione degli altri occupanti della carrozza. Lo sguardo del manager del Nord che sente un lamento che non è neanche 1.0, su di un treno ad alta velocità, è uno sguardo inconfondibile. Fu un riflesso condizionato, il mio, di prendere le parti della vecchina a prescindere. E sperai che non smettesse. Era in compagnia. I suoi familiari del suo lamento non si curavano e quindi capivo che non doveva essere nulla di grave. Anche se sembrava che loro, i familiari quasi quel lamento non lo sentissero. Mi misi a pensare. E se la vecchina fosse una discendente di uno dei tanti militari fedeli a Re Ferdinando che furono deportati in quel di Fenestrelle? E se quel lamento fosse il requiem con cui la signora stava entrando in contatto con quegli spiriti di quei militari che non si danno ancora pace nel loro eterno bardo?
In effetti, questi morti, pochi, tanti o tantissimi che furono, continuano a essere convocati, peggio che in una seduta spiritica. Recente è, ad esempio, la pubblicazione del volume del prof. Alessandro Barbero, storico dell’Università del Piemonte Orientale “I prigionieri dei Savoia” – Edizioni Laterza. Il professore torna sull’argomento per fare, dice lui, definitiva chiarezza su un pezzo di storia dove si è fatto del becero revisionismo, dove i neoborbonici hanno costruito una mistificazione della storia attribuendo all’esercito piemontese l’eccidio di migliaia di militari.
Che abbia ragione o meno il Prof. Barbero non lo so. So solo che quel lamento nella carrozza aumentava mano a mano che il treno si avvicinava a Torino al punto che quando il treno ha iniziato a rallentare, ingoiato dalla galleria che porta alla stazione di Torino Porta Susa, iniziai a sentire anche altri rumori, quello di ferraglia che ricordava il trascinarsi delle catene e lo schioccare delle gocce dell’umidità sulla pietra come in una grotta calcarea per colpa del colpo d’ariete.

Ora la signora napoletana che si lamentava, secondo me, la teoria di Jung sulla rimozione collettiva non l’aveva mai letta, ma certo è che nella carrozza ci eravamo fatti in tanti. Chissà quanti spiriti napoletani c’erano, rigorosamente senza biglietto, s’intende. E mi sono ricordato quindi quello che mi disse, solo pochi giorni prima, l’amico Francesco Palmieri, autore de “Il libro napoletano dei morti” – Edizioni Mondadori, (per carità pronunciamo Mondadori sottovoce) a proposito del tempo diacronico di Jung e l’eccidio di Fenestrelle.
Francesco mi aveva raccontato che a Napoli, in occasione della presentazione del libro “I prigionieri dei Savoia”, presenti l’autore, l’editore Laterza in persona e il Notaio Santangelo, si erano verificati alcuni fatti veramente curiosi. Prima un black out ha interrotto la presentazione. E poi, con la teatralità che è solo partenopea, al ritorno della luce lo sfondamento della sedia del notaio che finì sedere per terra.
A dimostrazione di come gli spiriti dei militari di Fenestrelle vivono ancora l’eterno bardo. Con, però, molto meno livore e aggressività dei vivi di cui loro, gli spiriti fedeli a Ferdinando, si fanno sberleffo con i modi e i tempi del pernacchio.

Dimenticavo. A Milano vado domani.

Il pernacchio e la revisione

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